Eremo di Santa Maria ad Martires
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Consacrato nel 1214, era uno dei numerosi insediamenti eremitici che nel medioevo costellavano il monte Pisano. Fu ufficialmente abbandonato nel 1750, anche se fino alla metà dell'ottocento è stato abitato da un eremita. Il complesso si articola intorno ad una serie di grotte naturali, tra cui quella maggiore è detta "della goccia"; qui, sino ad alcuni decenni fa, l'8 settembre si svolgeva un'affollata processione di fedeli che credevano nei poteri curativi delle gocce d'acqua cadute dalla volta rocciosa. Intorno alle grotte si svilupparono la chiesa dedicata a Santa Maria, ad unica navata, e due costruzioni monastiche. All'interno della chiesa restano alcuni lacerti degli affreschi risalenti al XVI sec.. In quest'eremo secondo la tradizione avrebbe soggiornato Sant'Agostino. |
LAUDE A MARIA SS. DI RUPECAVE
Il 14 agosto del 1846, all'una del pomeriggio, un terremoto di grandi proporzioni scuoteva l'intera Valdiserchio, radendo al suolo interi paesi e facendo numerose vittime. Anche la piccola e antica pieve romanica di Ripafratta fu gravemente lesionata (e in seguito abbattuta per motivi di sicurezza). In questo scenario catastrofico, Ripafratta non contò neppure una vittima. Tutti i suoi abitanti, dal primo all'ultimo, erano miracolosamente indenni; come protetti "dal manto" benevolo e materno della Madonna di Rupecava, che dall'alto del suo Eremo aveva vegliato sui suoi figli. In segno di devozione, la gente di Ripafratta fece voto di salire in processione, ogni anno il 14 agosto, al Santuario, per poi ridiscendere a valle e cantare il "Te Deum" di ringraziamento all'una (ora del terremoto). Tradizione che si è perpetuata a lungo e che è ripresa negli ultimi anni dopo una interruzione.
I Ripafrattesi dell'800 composero una laude, a tutt'oggi recitata in occasione della "Festa del voto", che narrava il prodigio compiuto dalla Madonna di Rupecava verso i suoi figli. Mons. Benotto, autore del libro "Rupecava - alle radici della memoria" dice in proposito: "Una laude trasmessa oralmente per generazioni e che agli inizi degli anni '50 il pievano don Mario Maracich trascrisse dalla viva voce di una anziana donna del popolo, che fin da bambina l'aveva cantata salendo a Rupecava il 14 agosto. Una laude che non ha certo pretese letterarie, ma che testimonia ancora una volta la devozione verso la Madonna dell'antico eremo". Nonostante la semplicità, le immagini che affiorano dal testo sono forti, d'impatto. Si va dallo scenario apocalittico della prima strofa (scossa tremò la terra è il verso più famoso, con cui spesso è conosciuta l'intera laude), al Dio che col suo divino sdegno a sterminarci acceso aveva già disteso il braccio per annientare le nostre genti; ma tutto si stempera nella dolcezza di Maria che trattiene il braccio all'Onnipotente e che sotto il suo bel manto ci accolse e ci salvò.
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D'insolito fragore |
Del peccator ribaldo |