Editoriale
Rupecava manda il suo ultimo grido d'aiuto
Rupecave: in attesa di un miracolo
Un appello
Laude alla Madonna di Rupecava
Nozzano:"rivive" la prima guerra tra Lucca e Pisa, e Ripafratta è in campo
"Hostes sodales" 1004-2004
Ripafratta viaggia verso i 700 abitanti
Caso del mese - "Guard-rail" nuovo in "valle" ...
Un numero estivo, quello che vi apprestate a leggere - e che abbiamo preparato per voi nonostante il periodo vacanziero - che dovrebbe avere il sapore della spensieratezza, della tranquillità, persino dell’attesa, in vista dei grandi eventi di settembre che vedranno Ripafratta protagonista nella rievocazione medievale di Nozzano. Invece, purtroppo, non possiamo fare a meno di dedicare questa edizione, in gran parte, ad un evento davvero triste. L’ennesimo - ma stavolta impressionante - crollo a Rupecave. Un muro del convento e il tetto della chiesa. Non c’è bisogno di aggiungere molto altro, in verità. Troverete un resoconto dettagliato e diversi commenti all’interno, tra cui quello - particolarmente sentito - di Mons. Paolo Benotto, nostro compaesano che, come tutti sappiamo, è ora Vescovo di Tivoli, ma non ha dimenticato il grande affetto e la grande devozione che legano tutti i Ripafrattesi a Rupecave.
Un peccato, un vero peccato, che il luogo più simbolico e più amato della Valdiserchio sia anche il più abbandonato. Sembra una contraddizione, eppure le cose stanno così. E non è neanche giusto che se ne parli solo in occasioni come queste, solo quando ci si avvicina all’8 settembre, o - come ora - al 14 agosto. Facciamo un po’ di autocritica anche noi. La presenza di Rupecave è silenziosa, discreta, quasi invisibile. Non se ne parla un granché, forse perché è così lontana, lassù sul monte. Eppure anche quello è Ripafratta. E lo è più della Rocca, delle torri, o di qualsiasi altra cosa.
In questo numero leggerete tante altre notizie, soprattutto la già citata manifestazione in ricordo del Millenario della prima guerra tra Lucca e Pisa, che vedrà partecipare anche il nostro paese. Ma ci sembrava giusto dedicare l’editoriale alla silenziosa “rovina” del nostro amato convento. Un editoriale che come vedete è stato scritto da tutta la Redazione, proprio per sottolineare la vicinanza di noi tutti a questo tema così delicato e così difficile.
Noi di “Voci dalla Rocca” affidiamo il nostro lavoro alla Madonna di Rupecave, da buoni Ripafrattesi, perché ci faccia andare avanti sempre più convinti, sempre più numerosi e sempre più al servizio del paese.
Non dubitiamo, verrà quel giorno in cui Rupecave tornerà, se non agli antichi splendori, ad una decente esistenza. Ma tutti abbiamo il dovere di lavorare perché questo accada quanto prima.
a cura della Redazione
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È l’ultimo messaggio che ci manda, Rupecave. Poi non avrà più fiato per farlo. Un muro esterno del convento è rovinato a terra, mettendo così in pericolo anche il resto del complesso. Ma soprattutto, ha un gran significato,tutto simbolico, il cedimento di parte del tetto a capriate della chiesina, proprio sopra l’altare. La chiesa di Santa Maria, il cuore di Rupecave, il centro di tante preghiere, di tante suppliche, di tante lodi, il simbolo stesso del santuario, l’anima religiosa di tutta la Valdiserchio e non solo, ha ceduto. Ha cercato di reggere fino all’ultimo, immaginiamo, con tutte le sue forze. Quel tarlo di troppo, quella crepa, quel legno marcio, fino all’ultimo ha provato a resistere all’inevitabile. E ora, sofferente sotto il peso degli anni, dell’incuria, dell’abbandono, ha ceduto, lanciandoci il suo ultimo grido d’aiuto. E se non sarà raccolto, stavolta potrebbe proprio non aver la forza di resistere ancora, Rupecave. Noi ci siamo recati lassù per voi e abbiamo fotografato la situazione, abbiamo visto la tristezza composta che pervade quel luogo. Una tristezza bilanciata solo dalla grande fede, dal silenzio e dalla pace che vi si respirano. Il 14 agosto scorso si è celebrata, come già accade da qualche anno, la ricorrenza del Voto che i ripafrattesi fecero nel 1846 per ringraziare la Madonna dello scampato pericolo. Il terremoto che sconvolse la Valdiserchio, infatti, non causò alcuna vittima nel nostro paese, nonostante i numerosi edifici lesionati irrimediabilmente (tra cui la antica chiesa romanica). Una tradizione tutta ripafrattese, che riprende lentamente piede, come è giusto che sia. Ma ancor prima, un atto di grande fede. Lontano dalla ormai tradizionale “gita” dell’8 settembre, il 14 agosto richiama quasi esclusivamente per autentica devozione alla Madonna, ed è un bene. C’è solo da augurarsi che questo sentimento si diffonda sempre più. Ma intanto, la situazione dell’eremo, soprattutto delle mura scheletrite del convento, è davvero preoccupante. Perizie tecniche non ne abbiamo, ma non servono. Si vede ad occhio nudo che di questo passo non rimarrà niente, a Rupecave. Serve un immediato intervento. Difficile dire chi debba occuparsene. Come dice mons. Benotto, nel messaggio che ci ha mandato, la proprietà del complesso è il punto cruciale da risolvere, essendo “frantumata” fra numerose persone. E può essere risolta solo da un atto di donazione dei vari proprietari; per coordinare questa complessa operazione serve però una forza che stimoli il processo, e non abbandoni Rupecave al suo destino. Un gruppo di volontari, da tutti i paesi della Valdiserchio, che comprenda anche tutti i sacerdoti e gli enti ecclesiastici. Il massimo delle forze deve essere messo insieme per Rupecave, non possiamo permetterci sconti. L’appello che lanciamo, noi di “Voci dalla Rocca”, a tutti gli interessati, è uno solo. Cominciamo subito. Al rientro dalle ferie estive, si proceda immediatamente alla formazione di questo “Comitato per Rupecave”, e che Ripafratta vi abbia una solida rappresentanza. L’idea è giò circolata, adesso è venuto il momento di metterla in atto con grande risoluzione. Se davvero vogliamo salvare la tradizione, la fede, l’8 settembre, il 14 agosto, le folle di fedeli, le laudi, dobbiamo dar retta allo sguardo malinconico della Madonna che da Ripafratta, dalla sua urna di vetro, sembra chiederci di far qualcosa, prima che sia troppo tardi.
di FRANCESCO NOFERI
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Ogni anno, quando ci si avvicina al 14 di agosto e più ancora all’8 di settembre, si va risvegliando un interesse per Rupecave che poi, regolarmente, si riassopisce per il resto dell’anno. E ci si domanda se e che cosa si può fare per arrestare la progressiva rovina del convento e della chiesa; come mai nessuno prende provvedimenti; perché tanta incuria e l’abbandono totale di questa gloriosa memoria di fede dei nostri antichi. Tanti interrogativi, tante domande che alla fine rimangono senza risposta, in attesa dell’anno successivo, per dover costatare poi una distruzione ancora più grave e l’impotenza nel contrastarla che diventa alla fine rassegnazione di fronte alla ineluttabilità di un destino infausto. Perché tutto questo? Da quando il convento e i possedimenti di Rupecave furono venduti dai frati agostiniani alla famiglia Roncioni agli inizi dell’800, chiesa e convento rimasero sottratti alla cura e alla custodia dell’autorità ecclesiastica per seguire la sorte dei proprietari che non seppero o non poterono impedire il progressivo degrado del convento fino alla sua riduzione a poco più di un rudere. Il 23 giugno 1971 per i rogiti del notaio Gambini l’avvocato Ilo Nunes con sua moglie Milena Chiò acquistava dal conte Roncioni il convento con annessa parte terminale della strada di accesso e di porzione di bosco posto a monte degli edifici. Con atto successivo del 20 ottobre 1971 il conte Roncioni trasferiva ai coniugi Nunes una residua porzione di bosco posta a monte del convento e la proprietà di accesso a partire dalla prossimità del monumento ai caduti della Romagna fino all’eremo di Rupecava. E’ di quel periodo l’impegno profuso dall’avvocato Nunes per il recupero e il restauro della Chiesa di Rupecave che l’8 settembre 1971 veniva riaperta al culto dall’arcivescovo di Pisa Mons. Matteucci, presente il metropolita Spiridione di Rodi. Un giorno davvero memorabile che fece sperare ben altri destini per l’antico eremo agostiniano. Nel 1974 moriva la signora Milena Nunes. I beni a lei intestati passavano in parte al marito, in parte ad una sorella e ad al figlio di un’altra sorella. Nel 1976 l’avvocato Nunes vendeva la sua parte di proprietà al Sig. Uldino del Maestro, il quale moriva nel 1977 lasciando eredi la moglie e i figli. Come ben si comprende, a tutt’oggi Rupecava vede la compresenza di varie proprietà e quindi la difficoltà oggettiva di un loro coordinamento per la salvezza di quel poco che rimane dell’eremo. Che cosa fare? Che cosa auspicare? E’ ovvio che con questo spezzettamento di proprietà e di interessi diversi, sarà ben difficile che qualcuno si assuma l’onere di un recupero estremamente costoso. E poi, per cosa farne, pensando a tutti i vincoli storici e paesaggistici che ci sono? L’unica soluzione è che la proprietà del convento e della chiesa ritorni ad essere unica e indivisa e possibilmente in conto a qualche ente ecclesiastico. Cosa che lo stesso avvocato Nunes aveva a suo tempo cercato di realizzare, ma che non giunse a buon fine per i vincoli che egli intendeva porre in atto. E’ ipotizzabile un atto di liberalità da parte degli attuali proprietari? La donazione ad un ente ecclesiastico di quanto rimane di Rupecave sarebbe la premessa indispensabile per l’avvio di un progetto di recupero almeno della chiesa e per la salvaguardia del carattere religioso di tutto il complesso. A questo auspicabile atto di donazione dovrebbe però accompagnarsi l’impegno fattivo a reperire finanziamenti e ad offrire sostegno concreto per il recupero dell’eremo; come ovvio non sarebbero sufficienti i buoni propositi, ma occorrerebbe una seria ed umile disponibilità al servizio per indirizzare ad un unico fine energie, lavoro e intelligente operosità, il tutto sostenuto dalla gratuità e dalla generosità. Un miracolo possibile che rinverdirebbe i gioiosi ricordi della giovinezza di tante persone che ogni anno, da sempre, con perseverante devozione, hanno salito le pendici di Monte Maggiore verso quelle grotte stillanti poche gocce d’acqua, attese pazientemente quale segno della benedizione di Dio, e che soprattutto rimirando la splendida effigie della Vergine Santa con il Bambino Gesù, hanno affidato a Maria le pene del cuore, i progetti di vita, sofferenze e attese, ricevendo sempre, nella fede, consolazione e forza per riprendere il proprio cammino quotidiano sicuri di non essere soli, ma di avere accanto la presenza di una Madre che non abbandona mai i suoi figli.
di Mons. Giovanni Paolo Benotto, Vescovo di Tivoli, già vicario generale della Diocesi di Pisa, è autore di "Rupecava - Alle radici della memoria".
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Vorrei aggiungere un’altra voce per gridare allo scempio che da molti anni ormai sta avendo luogo ai danni di questo nostro caro santuario, o almeno caro lo dovrebbe essere, se non ai proprietari, almeno a noi! Noi che in paese ci battiamo spesso per la rivalutazione dei nostri monumenti (avendo finalmente capito che sono tesori da proteggere e non da distruggere). Sempre noi che organizziamo feste con visite alla rocca e orgogliosi mostriamo il nostro bel simbolo dalle bandiere, il nome del nostro giornale… la bella mostra di un anno fa che ci riportava alla memoria tutte quelle opere che non abbiamo più e quelle che ancora ospitiamo ma che, nelle foto, erano senz’altro meglio tenute di oggi… sicuramente davanti a quelle immagini almeno una volta abbiamo provato rammarico per la nostra porta, che i bambini di adesso non conosceranno mai, oppure per l’obelisco al centro della piazza o per la vecchia fontana e chi più ne ha più ne metta… Adesso alla luce di tutti questi fatti abbiamo il coraggio di fare (o lasciar fare) questo all’eremo di Rupecava? La vergogna ci dovrebbe pervadere e darci lo stimolo a fare qualche cosa! Magari anche solo una lettera alla nostra redazione, più voci ci saranno meglio saremo ascoltati. Come dimenticare l’ode “d’insolito fragore”, che venne dedicata proprio alla Madonna di Rupecave come ringraziamento dello scampato pericolo dal terremoto? E come dimenticare i giorni gloriosi della nostra statua lignea quando dimorava proprio dentro quelle quattro mura? Non bastavano quegli atti di vandalismo che a suo tempo ci scossero d’indignazione… almeno allora provammo a far qualche cosa di concreto! Quel lucchetto al cancello se non altro era il segno tangibile che qualcosa andava fatto e che stavamo provando a farlo.
di ANGELICA PARDI
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D’insolito fragore |
Del peccator ribaldo |
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Lucca e Pisa, gli antichi comuni la cui rivalità si tramanda tutt’oggi, scenderanno di nuovo in “guerra”, ma stavolta solo per finta. Gli organizzatori della manifestazione in costume medievale “Il Castello Rivive”, che ogni anno richiama a Nozzano migliaia di visitatori, hanno programmato per l’edizione 2004 una sorta di rievocazione storica della prima, vera guerra tra lucchesi e pisani, ricorrendo quest’anno il millenario del primo scontro. Era infatti il 1004, quando le due piccole repubbliche si affrontarono per la prima volta in maniera decisiva, mettendo a dura prova l’intero complesso delle fortificazioni di confine, a cominciare dalla Rocca di Ripafratta. In collaborazione anche con il “Comitato per Ripafratta” e con la Redazione di “Voci dalla Rocca”, l’Associazione Culturale “il Castello” e la pro-loco di Nozzano stanno allestendo uno spettacolo che metterà in scena lo scontro, ma soprattutto la riappacificazione, tra le due sponde del serchio. Ripafratta da una parte e Nozzano dall’altra saranno gli emblemi, i capisaldi dell repubbliche Lucchese e Pisana, che si incontreranno alla fine sul territorio di Nozzano, dove si svolge la manifestazione (che però toccherà anche il nostro paese, in un certo qual modo...), per suggellare la ritrovata concordia. Nell’ambito de “Il Castello rivive”, dal 2 al 5 settembre, la celebrazione del Millenario avrà come titolo “Hostes Sodales”, cioè, in latino, “Nemici Amici”, proprio a conferma della doppia natura del rapporto tra le due città, di avversione nell’antichità, di collaborazione e amicizia oggi. Noi di “Voci dalla Rocca” speriamo di fornirvi un calendario dettagliato della manifestazione prima del suo inizio. Ma settembre sarà un mese impegnativo anche su altri fronti per Ripafratta. Il 25 e 26, sabato e domenica, è previsto l’arrivo di visitatori in concomitanza con la “Giornata delle Fortificazioni” organizzata dalla Regione e dell’Istituto Italiano dei Castelli, che già lo scorso anno portò trecento turisti a visitare la Rocca, eguagliando e anzi superando il successo della prima Festa di Primavera. Un’esperienza che il Comitato conta di ripetere anche quest’anno, contando anche sull’ampio risalto che viene dato alla manifestazione dal punto di vista pubblicitario.
di FRANCESCO NOFERI
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L’influenza culturale del nostro passato è talmente radicata in noi che nella nostra memoria alcuni contrasti di campanile esistono da sempre, per cui sembra quasi superfluo ricercarne le eventuali cause ed origini. Nonostante tutto, però, è innegabile che un tale fenomeno di assimilazione e sedimentazione – attraverso i racconti orali e le leggende – abbia comunque un’origine storica e derivi da fatti reali accaduti in tempi ormai lontani.
Con questo contributo vogliamo verificare se veramente è possibile stabilire un origine temporale per la serie infinita di guerre che, durante tutto l’arco medievale, hanno interessato i due Comuni di Lucca e Pisa; contese che hanno creato, nel tempo, una diffidenza ed un rancore così profondo da lasciare tracce documentarie indelebili e significative.
Durante il periodo medievale, infatti, l’odio nei confronti dell’avversario era politicamente coltivato e tramandato, perché non si estinguesse, anche attraverso atti ufficiali che dovevano avere ben altro carattere. Basta solo rileggere lo Statuto del Comune di Lucca del 1308 (Capitolo secondo (II.67), “De manutenendo castra Castilionis et Cotonis et Aquile et habitantes in eis et privilegia et pacta cum eis habita et facta”), espressione del dominante guelfismo nero, per osservare come, riguardo la custodia militare e forse anche civile delle fortificazioni, venissero dettate norme speciali che prevedevano anche implicazioni etiche e sociali.
Gli abitanti dei castelli erano gravati da numerosi obblighi, come quello di non abbandonare per nessun motivo la postazione, mitigati dal privilegio di particolari franchigie ma, soprattutto, “…ipsum castrum custodire in bona fide, sine fraude, et non tollere vel dare aliquam feminam de parte vel ad partem Pisanam, et nullum puerum vel puellam de ipsa parte Pisana ad nutriendum recipere vel tenere, et nullum eorum puerum vel alium de sua familia ponere ad standum ad partem vel in partem Pisanam…”.
Tali affermazioni possono essere viste come il risultato ultimo di un processo iniziato circa tre secoli prima. Coerentemente con la nostra impostazione iniziale, confortati dai documenti, crediamo, infatti, che sia possibile individuare nel 1004 l’inizio di queste ostilità.
Il periodo temporale individuato è talmente precoce che Repetti descrive tale primo scontro come il primo tra due municipalità italiane; e non è poi molto difficile prestar credito alle sue parole considerando che, nell’XI sec., l’attività economica e mercantile della repubblica marinara pisana era in prepotente espansione, mentre Lucca rappresentava il naturale riferimento istituzionale ed amministrativo del Marchesato di Toscana.
Rileggendo le cronache, la dinamica di questo primo combattimento sembra, in sé, quasi banale: per difendere i propri domini occupati dai Saraceni, il Papa fu costretto nel 1004 a chiamare in aiuto i Pisani, loro antagonisti in una guerra in corso per il predominio sui traffici marini. Il quel periodo erano continue le minacce e le provocazioni portate sulla costa tirrenica da Mugahid o Mogahid – più noto col nome italiano di Musetto – non un semplice pirata ma il sovrano saraceno della Sardegna.
“(…) in quel tempo che i Pisani vennono a Roma inn aiuto della sancta Chiesa, i Lucchesi vennono a pPisa a cchanpo et presono quasi tucto il contado di Pisa, e ‘l vescovo di Luccha occupò per suo vescovado parte di colline et parte di Valdera et la corte di Samminiato e llo Valdarno /che ogi si dicie veschovado di Luccha, e li Fiorentini, Enpoli vecchio e nuovo et Valdera, tucti erano del Veschovado di Pisa” (R.Sardo, Cronaca di Pisa).
La spedizione affrontata per questioni politiche e territoriali non era estranea anche ad implicazioni economiche ed è più da valutare come una scorreria che come un vero tentativo di occupazione, tanto è vero che le cronache pisane accusano i Lucchesi di “…non aver lassato nel Valdiserchio luogo nessuno che non avessero rubato e saccheggiato” (R.Roncioni, Istorie Pisane).
Civitale, nella sua cronaca, è forse più preciso nel descrivere l’avvenimento che poi causò un successivo scontro armato ad Acqualonga, l’odierna San Giuliano Terme: “…et havendo i Luchesi con grande sforzo di gente armata, a piedi et a cavallo, fatto scorerie nel contado di Pisa e tolto alcune terre, sostennero i Pisani questo assalto infino che tornarono le genti di essa città che erano andate contro i Saracini, che pure in quei tempi si è detto che molestavano le terre del regno di Sicilia. Ma ritornati con vittoria da questa impresa, dove menarono molti prigioni, et unitosi tutti insieme, con gran numero si affrontarono con i Luchesi al luogo non molto lontano da Pisa che ei chiamano Acqualonga; e quindi combattendo valorosissimamente da ogni banda, alfine restarono i Pisani al di sopra, et i Luchesi da loro furono rotti e fugati, lassandone assai di morti e feriti; e per questa memoria
di ANDREA BULLERI
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Premettiamo una cosa. Le considerazioni che facciamo qui derivano dalla consultazione dei dati contenuti nel sito internet ufficiale del Comune di San Giuliano Terme (www.comune.sangiulianoterme.pisa.it). Sono dati riferiti alle recenti votazioni, con la specifica degli iscritti al registro elettorale sezione per sezione. Ebbene, al di là del significato vero e proprio delle cifre, che possono non essere complete, e delle stime che abbiamo fatto noi, il calcolo del numero dei nostri compaesani è un pretesto per una riflessione ulteriore. Ma intanto vediamo. Secondo il sito del Comune, gli iscritti per il rinnovo del Parlamento Europeo nella sezione elettorale di Ripafratta sono 603 (299 maschi e 304 femmine); gli iscritti per le comunali invece sono 606 (300 maschi e 306 femmine). Noi faremo riferimento a questi ultimi dati. Dunque, stando ad essi, i ripafrattesi maggiorenni sarebbero 606, contro gli 806 di Molina e i 609 di Colognole e Pugnano insieme e i 434 di Rigoli, giusto per citare i nostri vicini più prossimi. Ai circa seicento maggiorenni vanno poi aggiunti tutti i minorenni, che secondo nostre stime sarebbero oltre quaranta. Dal quadro generale esce dunque una Ripafratta che viaggia a gran velocità verso i settecento abitanti, avviandosi a diventare da paese piccolo a paese di medie dimensioni, e con prospettive di sviluppo ulteriori. Basta pensare ai nuovi insediamenti di via Fattori, tuttora in costruzione, e alle numerose case sparse in tutto il paese che finora erano vuote e sono state progressivamente vendute. Un fenomeno che fino a qualche anno fa sembrava impossibile e che invece mostra ormai una tendenza consolidata al rialzo. E’ facile prevedere che nel giro di qualche anno il nostro paese raggiungerà e supererà i settecento abitanti, grazie soprattutto allo sviluppo di Farneta, diventato quasi un “paese nel paese”. Questo, se dal punto di vista del prestigio e dell’influenza (un abitato di settecento abitanti non si può facilmente ignorare) è sicuramente un bene, porta con sé un carico di problematiche non indifferente, che deve essere affrontato e risolto, con iniziative mirate, soprattutto da parte di chi ci “governa”, ai vari livelli. Anzitutto il Comune non si può più permettere di rimandare la questione del parcheggio. Con il surplus di abitanti (nonché di turisti, viste le ultime iniziative del Comitato), Ripafratta potrebbe esplodere di automobili, senza uno spazio adeguato. Di progetti e proposte ne sono stati fatti tanti, e ora occorre portarli a compimento. Altro problema da affrontare (e questa volta il Comune non può farci niente) è quello dell’integrazione dei nuovi Ripafrattesi nella vita della comunità. Qui serve che il Comitato si faccia promotore di nuove “politiche” sociali, tendenti a contrastare l’isolamento e il fenomeno del “paese-dormitorio”, con iniziative che coinvolgano nel processo di miglioramento del paese e di gestione delle varie feste anche i nuovi abitanti. E poi, soprattutto, serve buona volontà da parte loro. Serve che i neo-Ripafrattesi si sentano appartenenti alla stessa comunità, alla stessa gente, alla stessa bandiera. Serve che abbiano voglia di uscire dal guscio, e di scoprire quanto può offrire loro il nostro paese, e magari anche di dare una mano in questo senso, visto che tanti esponenti della “vecchia guardia” non intendono smuoversi.
di FRANCESCO NOFERI
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Come sicuramente avrete già notato alla curva di via Fattori (la curva dalla parte di Valle intendo…) è stato sostituito il vecchio e rugginoso guardrail con uno nuovo. E questo risulta essere un fatto di notevole evidenza, ma quello che non è altrettanto deducibile dalla nuda osservazione è chi e come è riuscito ad ottenere questa conquista. Perché non è stato possibile ottenere la stessa cosa per la ringhiera crollata sul ponte del fiume? Raccontateci come è andata! Scriveteci.
di ANGELICA PARDI