Editoriale
Il testamento spirituale di Don Mario
Discorso di addio
La lettera dei giovani
L'ultimo abbraccio di Ripafratta al suo pievano
"Quei messaggi scritti sigli involucri dei giornali, e gli auguri per gli onomastici ..."
"Una persona semplice e umile .. Mancano le parole"
"Quando guardava il paese dagli scalini della Chiesa, sembrava fiero della sua parrocchia"
"Vicino ai giovani e a tutti qualli che avevano bisogno"
Ecco come rievocò per noi la vicenda che luù lo aveva segnato: la protesta delle crepe
Quando lo "fecero monsignore" tutto il paese lo festeggò. E lui rispose con questa lettera.
"Fuori" dal nostro paese lo hanno ricordato così
Ripafratta rende l'ultimo, commosso, omaggio a mons. Mario Maracich, "Don Mario", nostro Pievano per più di 55 anni. Com'è stato difficile mettere insieme questo numero di "Voci dalla Rocca", e quanto ci abbiamo pensato, dopo averlo rimandato per tutte le festività, e infine negli ultimi difficili giorni. Volevamo, dovevamo rendere in qualche modo omaggio al nostro Don Mario. Ma senza cadere nella retorica, stando attenti a non urtare la sensibilità di nessuno, senza scadere nella banalità. E non era un compito facile. Senz'altro, il più difficile che ci fosse mai capitato. Ci siamo riusciti? In parte. Senz'altro avremmo dovuto e potuto fare meglio. Ma questo è quanto siamo riusciti a mettere insieme. Non siamo riusciti né a tacere completamente, né ad essere meno tristi di così, proprio non ci riuscivamo, e scusateci per questo. Abbiamo voluto rendere il nostro omaggio ad una persona che abbiamo amato tanto, che ci è sempre stata vicina, fin dall'inizio, che non ci ha mai fatto mancare il suo sostegno e che ha sempre creduto in noi. Era doveroso. Abbiamo messo insieme quanto prima possibile questa edizione straordinaria. Con il testamento spirituale, e i due discorsi d'addio (uno pronunciato da Aldo Barsali a nome del paese, l'altro da Sara Lippi e Francesco Noferi a nome dei giovani di Ripafratta). E poi i nostri ricordi personali, l'omaggio di Matteo Benotto in copertina, poche fotografie (tutte tratte dal libretto per il suo cinquantesimo di ordinazione). L'abbiamo chiamato "Don Mario, Pievano", questo numero speciale, come si firmava sempre lui. Ed ora eccolo qui, nelle vostre case.
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Testamento olografo di Don Mario Maracich (25 agosto 2003)
Nel nome della SS. Trinità, della Vergine Santa, di S.Bartolomeo, del B. Lorenzo, di S. Quirino e di S. Mario: ringrazio per il dono della vita, del Battesimo, del Sacerdozio, per aver dato a Ripafratta un ottimo sacerdote, poi Vicario generale, poi Vescovo di Tivoli in Don Giovanni Paolo Benotto, e per avermi dato un popolo, cui ho voluto bene e che ho servito con amore e per amore.
Chiedo perdono perchè anch'io ho sentito il peso della mia umanità ferita dal peccato. E in normale situazione di volontà, intelligenza stabilisco quanto appresso.
Quanto possiedo lascio spontaneamente e liberamente alla mia sorella Maracich Celia. A sua discrezione faccia pervenire dei ricordi miei al fratello Rino, alla sorella Maria e Mons. Paolo Benotto, a Don Guido Ppini, a Don Renato Melani, alla parrocchia di Ripafratta e Filettole, agli Amici di Pugnano.
Chiedo il ricordo della preghiera, scusa per questi ultimi anni di mio servizio forse un po' scadente, sperando nella misericordia e nella bontà di Dio.
Desidero essere sepolto nel Cimitero di Ripafratta, in terra con una semplice tomba.
Concludo, sottoscrivo, confermo di mio pugno, nel nome di Dio.
Nomino mio esecutore testamentario Don Guido Papini.
Mons. Mario Maracich
Parroco di S. Bartolomeo ap. in
Ripafratta (PI)
Ripafratta, 25 agosto 2003
*questa è la parte spirituale del testamento di Don MArio, scritto di suo pugno e letto al termine dei funerali domenica 8 gennaio da Don Renato Melani
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Ripafratta, Domenica 8 Gennaio 2006, solennità del Battesimo del Signore.
Mi è stato chiesto di dire alcune parole a nome della comunità parrocchiale di Ripafratta. Non credo di essere la persona più adatta perché tanti più di me e da più tempo conoscono don Mario. Ma con don Mario bastava un incontro, lo scambio di due parole, per capire di quale pasta fosse fatto. Credo che ogni persona che lo ha conosciuto debba provare un senso di profonda gratitudine verso di lui. La sua personalità, i suoi tratti, sono stati indicati e delineati con precisione dall'Arcivescovo.
Era un uomo buono e mite, con una profonda cultura, con il gusto e l'amore delle cose belle; amava la letteratura e la storia, era arguto e spiritoso, capace di una fine autoironia propria delle persone molto intelligenti. Ma soprattutto era un uomo di grande fede, di una fede salda e fondata sulla roccia. Se ad ognuno di noi è stato dato in dono da Dio un carisma, una dote, credo che il dono principale ricevuto da don Mario sia stata: la sapienza del cuore.
La gente, noi tutti, da chi viene preposto ad essere un punto di riferimento di una società, e quindi anche un pastore, un parroco, si aspetta, pretende a volte, un certo atteggiamento, questa o quella posizione secondo le tendenze e le aspettative di ognuno. Ma don Mario ha risposto a queste aspettative, non con quello che gli veniva chiesto, ma con quello di cui la sua gente aveva veramente bisogno., cioè ha portato fra la sua gente Cristo. Non ha scritto trattati di teologia, di filosofia morale, non ha edificato monumenti o nuove chiese, non ha fatto chissà quali opere, ma semplicemente, con l'unico strumento capace di produrre frutti, cioè con l'esempio, ha vissuto, senza clamore, una carità operosa sempre alimentata dalla preghiera. E se tante volte noi ci siamo dimenticati di lui, noi tutti, sempre, senza discriminazioni, eravamo ricordati da lui nella preghiera.
Purtroppo è un dato di fatto che le doti di una persona e i suoi insegnamenti, soprattutto quelli forniti con l'esempio, si apprezzano di più o addirittura soltanto, quando quella persona non c'è più; e allora credo che noi tutti ora ci dobbiamo domandare: quanto abbiamo apprezzato di quell'insegnamento? Quanto abbiamo capito quell'esempio? Quanto abbiamo fatto fruttificare di quello che don Mario ha seminato? Gli abbiamo voluto bene come lui lo ha voluto a noi?
Nel Vangelo ci viene detto "Beati gli operatori di pace": dalla bocca di don Mario nessuno ha mai sentito uscire una parola contro qualcuno, una maldicenza, una illazione, una parola che potesse alimentare la discordia. Se sono beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, don Mario si è sempre schierato dalla parte dei più deboli; non ha esitato a schierarsi a fianco della sua gente che stava subendo una ingiustizia e ha dovuto per questo subire pesanti conseguenze che hanno anche segnato la sua vita e lo hanno profondamente turbato. Se sono beati i poveri in spirito, don Mario ha incarnato la modestia e l'umiltà sempre fidandosi e mai chiedendo niente per sé. Se sono beati i misericordiosi, quando qualcuno è stato affamato o assetato, magari non di acqua o di pane, ma di conforto e di sostegno, di una parola buona, don Mario non si è mai tirato indietro. Quando qualcuno è stato ammalato, don Mario non ha mancato di andare a visitarlo, senza fare distinzioni, anche quando salire le scale delle case, specialmente negli ultimi tempi, era diventato faticoso per lui.
Mi viene da pensare a venerdì: quando, al termine della messa celebrata da don Paolo, arrivata la notizia della morte di don Mario, qualcuno ha cercato di azionare le campane per farle suonare "a morto" come si usa di solito, per qualche particolare combinazione, le campane hanno invece suonato a distesa, a festa. Se i puri di cuore sono beati perché vedranno Dio, è bello considerare questo episodio come un segno, che ci ha voluto far capire quanto fragile possa diventare la nostra fede, perché, proprio in quel momento, nel giorno in cui tutta la Chiesa stava celebrando la solennità dell'Epifania, cioè la manifestazione del Signore, il Signore si è manifestato in tutta la sua pienezza a don Mario.
A poco a poco le lacrime si asciugheranno e la commozione di ora si diluirà nel tempo, ma auguriamoci, noi tutti, di saper mantenere quella gioia nel cuore che don Mario ci ha trasmesso con la sua vita, nella certezza che lui è ancora qui con noi con la sua parte migliore, quella che il Signore ha voluto, con la sua morte, glorificare.
a nome del popolo di Ripafratta
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Noi di Don Mario vogliamo ricordare non quello che non abbiamo più, ma quello che ci resterà per sempre.
Vogliamo ricordarlo non con malinconia, ma con sincera gratitudine per i semi che ha gettato e che, pazientemente, in 55 anni, ha aiutato a far germogliare.
Don Mario ha cresciuto, nella fede e non solo, generazioni di ragazzi, prima come fratello maggiore, poi come padre e infine come nonno.
Ricordiamo per esempio come ci insegnava il catechismo. In chiesa, o in sacrestia quando faceva più freddo, si metteva davanti a noi e prendeva sulle gambe quel grosso "album", vecchio di anni e anni, con le immagini un po' sbiadite sull'Antico Testamento, e sulla vita di Gesù. Poi, quando per lui sarebbe stato troppo difficoltoso per via del passare degli anni, quello stesso libro lo abbiamo usato, non senza un po' di soggezione, noi ragazzi che insegnavamo catechismo ai bimbi più piccoli. E continua ad essere usato ancora oggi.
Passato il momento di grande commozione, Don Mario ci mancherà proprio per i dettagli, per le piccole cose che solo lui poteva conoscere. Chi ci dirà più che con quel piccolo recipiente d'argento a forma di conchiglia si battezzava a Ripafratta fin dal 1700? E che dire dei tanti piccoli aneddoti che raccontava durante le omelie, o delle tante tradizioni del nostro antico paese, che lui conosceva perfettamente? Il 14 agosto, il Beato Lorenzo da Ripafratta sempre citato durante la Messa, l'antica laude di Rupecava, di cui lui conosceva perfettamente l'intonazione e le cui parole lui stesso aveva salvato dall'oblio.
Tutte cose che certamente non saranno più le stesse, ma che abbiamo il dovere di portare avanti.
Del resto, non crediamo che Don Mario se ne sia andato preoccupato per la sua parrocchia. Ha visto i ragazzi del catechismo che si impegnavano ogni domenica; ha visto questo nuovo coro prepararsi con serietà e passione, e quanto ne era contento!; avrà anche visto, in questi giorni, tutte le persone di buona volontà dare una mano per sistemare la chiesa e preparare tutto al meglio. Era orgoglioso di noi. E noi dovremmo essere contenti di questo. E pensare soprattutto a quanto di lui c'è ancora in questa parrocchia.
Pensiamo, oltre ai grandi insegnamenti, alle piccole cose: al modo di insegnare ai bimbi (con quelle due dita alzate a ricordare che "I misteri principali della fede sono due…"), al modo di sistemare la Chiesa, di scrivere gli orari delle Festività con poche ma sentite righe di auguri, di cantare "Evviva Maria" alla fine della Messa, di fare il presepe o il Sepolcro, di sistemare gli addobbi per le feste; tutte cose che ancora oggi noi non sappiamo fare diversamente, e continueremo a fare così.
Del nostro Pievano non rimarrà solo il ricordo, ma anche tutte queste parole, gesti, abitudini, tradizioni, che ci ha trasmesso e che ormai fanno parte, in maniera indelebile, di noi ripafrattesi.
a nome dei giovani di Ripafratta
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La bara portata a spalle e un lungo corteo che la seguiva, con in testa il grande crocifisso di legno che si usava "un tempo" e i "lampioni" da processione a rischiarare la via.
Così Ripafratta ha accompagnato al "suo" cimitero Monsignor Mario Maracich, Pievano di Ripafratta per oltre 55 anni. Lui stesso, nel suo testamento letto durante i funerali, aveva chiesto di essere seppellito qui, nel paese che ha amato e servito per più di mezzo secolo, con solo una semplice croce di legno. Così è stato.
Poco prima, la chiesa di Ripafratta non riusciva a contenere la gente, e anche la piazza ha dovuto darle una mano. Per l'ultimo saluto a Don Mario non mancava nessuno. Tutti hanno voluto rendergli omaggio, e far sentire il loro affetto alla famiglia.
L'Arcivescovo di Pisa, mons. Alessandro Plotti, ha presieduto la Messa, concelebrata da un'altra ventina di sacerdoti. Non c'era purtroppo, ma solo fisicamente, Mons. Paolo Benotto, il "suo" Don Paolo, per impegni nella Diocesi di Tivoli. Durante l'omelia l'Arcivescovo ha detto: "Quella di Don Mario è una grande perdita, per tutta la nostra Chiesa". Lo ha ricordato come un uomo e un sacerdote "buono" nel vero senso della parola; incapace di gesti di rabbia, incapace di cattiveria. Ha ricordato i suoi 50 anni di servizio a Ripafratta e ha invitato a non essere tristi per lui perché è andato all'incontro con il Signore.
Durante la Messa si è pregato anche per i giovani di Ripafratta, perché "mantengano sempre vivo il ricordo del loro Pievano, e perché l'assenza di Don Mario non sia motivo di rassegnazione, ma anzi incitamento a mettersi con sempre più dedizione al servizio della loro comunità"; per "tutti coloro che si mettono al servizio della parrocchia, per il coro. Perché l'insegnamento cristiano e umano di Don Mario e il suo amore verso la nostra Chiesa diano loro motivazione, forza e perseveranza"; e infine "per tutto il popolo di Ripafratta. Perché possa sempre progredire nella fede e nel bene comune, e perché anche nei momenti di difficoltà trovi una rinnovata unità e forza di spirito. Per questo, ci affidiamo in tutto e per tutto all'intercessione materna della Madonna di Rupecava".
Gli hanno detto grazie in tanti, al nostro Don Mario, ognuno a modo proprio. Con due brevi ma sentiti discorsi d'addio (uno dei quali a nome dei giovani di Ripafratta). Con la partecipazione alla veglia di sabato 7 e alle preghiere dei giorni precedenti. Sistemando la chiesa nel migliore dei modi per accoglierlo l'ultima volta. Cantando, senza poter fare prove, ma con il cuore. Alcuni si sono commossi e hanno pianto. Difficile trattenere le lacrime, anche quando ci viene detto che non si deve essere solo tristi. E' una mancanza perdonabile.
Le campane non hanno suonato a morto, quando è arrivata la notizia, venerdì 6, dopo la Messa delle 10 celebrata da Mons. Benotto. Hanno suonato a festa, come a Pasqua, come nel giorno della Risurrezione. E le luci del paese non si sono spente, non hanno voluto lasciare spazio al buio della notte. Così in chiesa c'era ancora il presepio, e gli addobbi di Natale. Tutto a ricordarci che la morte non deve essere necessariamente un lutto. Un concetto difficile da mandar giù in momenti simili; ma mai come in questo caso, ci sentiamo di dire che Don Mario sarebbe stato pienamente d'accordo.
Nella sua ultima permanenza in chiesa, il nostro Pievano non è mai stato lasciato solo. E' stato vegliato giorno e notte, nella preghiera e nel ricordo affettuoso. Mai la chiesa è rimasta chiusa, mai la gente lo ha abbandonato. Un continuo viavai, fino a tarda sera, e poi già dalla mattina presto. Cinquant'anni non sono uno scherzo, e non passano invano.
Don Mario ha fatto tanto per noi; noi abbiamo fatto il possibile per lui. Con i soldi raccolti (e che si stanno raccogliendo) casa per casa sarà fatto qualcosa per la chiesa in suo onore.
Tante persone si sono date da fare in questi giorni, e ci sentiamo in dovere di dire loro un "grazie".
Dobbiamo ringraziare anche Don Guido Papini e Don Renato Melani, cui certamente non è mancata la commozione, ma che nonostante ciò hanno assistito la comunità di Ripafratta in questo lungo periodo di difficoltà. Un grazie anche ad Augusto Borghi, Diacono di Pugnano, e a tutti i sacerdoti che si sono avvicendati nelle celebrazioni prima del funerale.
Un grazie, soprattutto, al popolo di Ripafratta, per la sua partecipazione affettuosa.
Don Mario è stato per tutti noi guida, esempio, sostegno. Forse è retorico dire queste cose, ma è vero, e allora va detto, e ripetuto. Ha sempre amato "Voci dalla Rocca" e la sua Redazione, cui non faceva mai mancare il suo supporto, anche concreto. Ha scritto molte volte su questo giornalino e sempre cose belle, semplici e sincere. Mi piace ricordarlo così, mentre ci consegna con un po' di incertezza ("avrò scritto bene?") quelle buste con i suoi articoli; o mentre ci legge in sacrestia.
E poi, ricordi personali ce ne sarebbero. A cominciare dal fatto che ci ha insegnato catechismo (e alcuni di noi oggi continuano a farlo), ci ha insegnato la fede cristiana, la semplicità e l'umiltà. Ma anche tante delle belle tradizioni che cerchiamo di salvare dall'oblio, e di diffondere su questo foglio. Sarebbe bello che, proprio in suo nome, queste tradizioni venissero non solo salvate, ma anche coosciute e portate avanti.
Ha sempre incoraggiato tutti quelli che si davano da fare per la sua Ripafratta ("Tutto purché il paese viva", disse una volta, e non ce lo siamo scordati), e a suo tempo anche lui ha lottato per il bene del paese ("del mio popolo", diceva), non senza sofferenze.
E' stato per più di mezzo secolo con noi. Ripafratta sarà un po' meno Ripafratta senza di lui. Le mancherà un pezzettino del suo spirito, della sua storia, della sua tradizione. Anche Rupecava è un po' più sola, lassù sui monti. Anche noi lo siamo. Ma consoliamoci: la sua presenza è forte e viva più che mai.
Non lo abbiamo perso.
Tutto il resto che volevamo dire l'abbiamo detto nel messaggio letto ai funerali e che avete trovato a pagina 7. A questo non voglio aggiungere altro.
di Francesco Noferi
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Sono molte le cose che sicuramente affioreranno nella mia memoria quando penserò alla figura di Don Mario. Certamente la propria Comunione o un Battesimo sono i ricordi più strettamente collegati alla figura di un parroco ma, oltre a questi importanti avvenimenti, il Pievano mi rammenterà sempre un immagine di semplicità e bontà. A me piace ricordarlo così, seduto sugli scalini della chiesa, nei primi giorni della primavera, intento a leggere il suo breviario ma non per questo impedito nel salutare chiunque gli passasse davanti (benché qualche volta non lo riconoscesse neppure), piuttosto che nella sua consueta passeggiata dalla chiesa verso casa. Per sempre ricorderò la mia felicità quando, da bambino, andando a prendere il mio Giornalino, vi trovavo sempre un messaggio sulla copertina di nailon o addirittura gli auguri per il mio onomastico che mai Don Mario si è scordato di farmi, anche negli ultimi tempi. Infatti nella sua semplicità quotidiana, nelle piccole cose e nei suoi gesti si notava meglio quel carattere che ha reso il Pievano una persona amata da tutto il paese e non solo e, soprattutto, un pezzo della storia di Ripafratta.
di Andrea Del Chiaro
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Tante sono le parole, i ricordi e le emozioni che ognuno di noi ha dentro di se di Don Mario. Specie quelli della mia generazione che, ci ha visto nascere. Sinceramente non mi sento di raccontare o scrivere chissà cosa, il nostro Pievano era una persona semplice, umile e disposto a esporsi in prima linea sia per una persona che per il paese stesso. Dal momento che il nostro Mons. Mario Maracich non c'è più, un pezzo di Ripafratta e di ogni compaesano, se n'è andato con lui. Non aggiungo altro, ognuno di noi ha un suo ricordo di quella persona speciale, che quasi si emozionava se lo si chiamava Monsignore, ed è giusto che ciascuno lo rispetti a suo modo.
di Casapieri Luca
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Durante il periodo delle vacanze , è venuto a mancare Don Mario. Questo evento inaspettato ha toccato profondamente tutto il paese che ha voluto essere presente ad un ultimo saluto al funerale. Mi ha molto commosso vedere quante persone gli siano rimaste vicino. Don Mario è stata una persona buona e disponibile verso tutti, è stato sempre disposto a dare senza chiedere niente, e ha lasciato ad ognuno di noi qualcosa che ci rimarrà per sempre dentro. Personalmente mi ha guidato fin dal battesimo nel mio cammino di fede, gli sono grata per avermi seguito fino alla cresima con la sua dottrina anche quando non stava molto bene. Don Mario per me era una figura familiare, ero abituata a vederlo nella sua chiesa tutte le domeniche alla celebrazione eucaristica; spesso lo vedevo osservare il paese dagli scalini della chiesa assorto nei suoi pensieri, come fiero della sua parrocchia. Sarà molto difficile per me abituarmi all'idea di non vederlo più ma il suo ricordo mi accompagnerà per sempre.
di lavinia Bianchi
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Dire che ci mancherà è puramente ovvio, per questo vorrei farvi capire "come" ci mancherà, anche a titolo personale, con vari frammenti e flash, scusate se non molto coesi tra loro, ma non ho pretese di costruire un articolo che passi alla storia, solo una specie di lettera aperta a chi la vorrà leggere. Ci mancherà don Mario, con le sue lezioni di latino, quando silenzioso ci dava una mano, una voce proveniva dalla sacrestia e parlava in latino, insegnando a chi frequentava il liceo. Ci mancherà per gli aiuti sinceri e disinteressati che ha sempre fornito alla nostra comunità. Come non ricordare i primi giorni di "servizio", quando qualcuno andò a confidarsi in chiesa, scalzo e infreddolito e ne uscì fuori con belle scarpe chiuse? Qualcuno poi vide quel giorno anche un parroco che s' incamminava per le strade del paese con un paio di pantofole… Ci mancherà perché sapeva sempre incoraggiare tutti nelle mille attività di ognuno ogni giorno. Ci mancherà la sua presenza sulla prima panca dopo l'altare nei pomeriggi ripafrattesi, quando, dopo la messa, leggeva il breviario e se qualcuno più indietro si sedeva, nel buio della chiesa a meditare, lui c'era, disponibile come sempre ad ascoltare, a partecipare. Ci mancherà la sua presenza a catechismo, la valida spalla a cui ci affidavamo per le decisioni, per i consigli e l'indirizzo a cui sapeva portarci in punta di piedi. Ma mancherà anche a chi l'ha conosciuto uomo vicino ai giovani, uomo vicino ai bimbi di ieri, quando la vita di tutti i giorni offriva ben poche occasioni di svago… Chi non ricorda le estati di "qualche" anno fa? Allora si poteva vedere un gruppo di bimbi (e accompagnatori tra cui Luciano, Piero, Ivano, Marcello) capeggiati da un uomo vestito di nero camminare in fila ai margini delle strade e raggiungere la vicina Nozzano. Poi quella piccola folla eccitatissima prendeva il treno per Viareggio e poi via, a piedi fino in darsena per tutto il giorno! Le cosiddette colonie estive, due volte alla settimana, in una spiaggetta convenzionata, che sembrava la porta del mondo… Quando non c'erano le onde c'era il monte dietro la piana del Vanni all'uliveto, oppure alla Rocca, nel parco della bella villa verde, allora a cancello aperto e sempre disponibile ad accogliere il gruppo che giocava "al pallone". Se capitava di sgonfiarla per un po' si giocava "alla palla sgonfia" , ma poi caritativamente qualcuno era pronto a regalarla al nostro don Mario, sicuro che ne avrebbe fatto buon uso. Sapeva come riempire le giornate in cui non si facevano le grandi uscite: mise su il cinema dietro il campanile, nella cosiddetta "piana del prete", anche se l'avventura con la celluloide durò poco, la macchina era un po' obsoleta. E negli inverni in canonica (sua dimora ove viveva con i genitori, prima di trasferirsi dove lo abbiamo visto fino ad oggi) rallegrava le giornate con il ping pong, il calcio balilla, e una specie di biliardo a birilli fissi con un nome perduto dalla memoria… Gli incontri per l'azione cattolica… Mille sono le cose che ci ha dato e noi lo ricambiamo con un sentito grazie.
di Angelica Pardi
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Ancora polvere di archivio. Ma questa volta la polvere non ha il sapore aspro e amaro dei secoli passati, perché è abbastanza recente: infatti si è posata su fatti e persone ancora vive o quasi-vive. Voglio ricordare un periodo un po' difficile del nostro paese, il periodo "delle crepe" degli anni '70. Questa nostra terra inquieta, qui da noi diventò ancora più inquieta: infatti, nelle pareti delle case e anche all'esterno cominciarono ad apparire delle fessure inquietanti, che tendevano ad allargarsi, causando paura ed apprensione nelle famiglie. E partì l'allarme. Alcune famiglie vennero accolte all'Asilo (purtroppo vuoto di bambini per il ritiro delle Suore), altre trovarono rifugio presso parenti. Queste sistemazioni erano ordinate con "decreti di sfratto" dalle competenti autorità civili. Fu formato un Comitato di emergenza, a capo c'ero io, il Pievano. Ci furono riunioni, sopralluoghi di tecnici, geometri, professori, geologi. Ci furono nottate di veglia controllate per il movimento delle acque. Noi semplice gente del popolo si dava le colpe di questo fenomeno al troppo togliere l'acqua dal sottosuolo da parte dell'acquedotto, che - come sapete - è vicino al paese. La notizia di questa situazione si diffuse. Ne parlarono i giornali, furono fatte interviste. Fu stabilita una azione dimostrativa: in una domenica mattina (saltò anche la Messa delle ore 11) un corteo mobilitò tutto il paese. Naturalmente vennero i Carabinieri per fronteggiare la situazione. Erano comandati da un maggiore (se non erro) dell'Arma Benemerita. Se ne occupò anche la Radio regionale. Si andò sulla ferrovia, bloccando un treno Pisa-Lucca. Si interruppe la Statale 12 dell'Abetone. Non ci furono violenze da parte dei dimostranti, che volevano soltanto difendere le proprie case. La notizia fece scalpore specialmente quando scattò una denuncia alla Magistratura per "blocco ferroviario e stradale". E si divenne "famosi" con titoli che mettevano in evidenza il fatto del parroco alla testa dei dimostranti, del "parroco che fermava il treno". Ne parlarono e scrissero radio e giornali anche all'estero, anche giornali "vivaci". L'Arcivescovo mi mandò a chiamare, ma fu comprensivo nei miei riguardi perché agivo per l'interesse d'amore verso la mia gente. E naturalmente arrivò anche la data del processo penale al Tribunale di Pisa. Sul foglio degli "imputati" era scritto così il "titolo" del processo stesso: "Don Mario Maracich + sette", perché questo era il numero degli accusati, alcuni di Ripafratta e alcuni di Filettole (non chiamati da noi per la dimostrazione). E ci fu naturalmente anche la sentenza: "condannati a 6 mesi e 10 giorni di reclusione". Noi eravamo difesi da due avvocati famosi del Foro di Pisa. Essi fecero subito ricorso alla Corte d'Appello di Firenze. Altro processo, altre emozioni, altre sofferenze. Ma Firenze ci assolse e "per insufficienza di prove" e "perché il fatto non costituiva reato", anche se la causa costò al paese 1 milione di lire degli anni '70. Al Pievano fu sequestrato il passaporto (ma poi lo riebbe). L'acquedotto dovette ridurre la quantità di acqua pompata dal sottosuolo. Furono tempi duri. Si fu lodati e biasimati. Ma anch'io quella volta ero più giovane e senza avere i panni dell' "eroe", fui costretto ad indossarli per il bene (almeno tentato) della mia "gente" che, ancora, siete voi, voi di Ripafratta.
di Mons. Mario Maracich
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Amici di "Voci dalla Rocca",
un vivo sentimento di gratitudine per l'attenzione avuta verso il vostro vecchio pievano. "Monsignore… ma non troppo", il simpatico titolo da voi scelto per far conoscere la notizia a popolo e paese. E mi avete festeggiato colmandomi di simpatia e di pensieri concreti: tutta bontà della Provvidenza e vostra. "Premio di fedeltà al lavoro"? Beh! I 52 anni vissuti a Ripafratta non sono poca cosa!? Non ho fatto miracoli, mi riconosco una povera creatura umana, chiamata al Sacerdozio, legato ad una antica pieve nelle gioie e nei dolori. Ho amato e amo tutti, vecchi e giovani, piccoli e grandi; non sono bello, ho un naso lungo (me lo ha fatto ricordare anche un mio pronipotino), ho poca salute, provo difficoltà a parlare, mi stanco facilmente.
Ma voglio essere vicino a voi e con voi, così come sono. Voi sopportatemi con pazienza e continuiamo a volerci bene, nel Signore e con il Signore.
Ve lo dice ed augura il vostro vecchio
Don Mario
(Monsignore… ma non troppo)
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In molti luoghi e in molti modi è stato ricordato e sarà ricordato Don Mario. Noi ne abbiamo scelti due come esempio, senza voler far torto a nessuno e senza dimenticare tutte le altre situazioni di grande affetto verso il nostro Pievano.
Su "Toscana Oggi-Vita Nova" del 15 gennaio 2006 compariva questo articolo, a firma di Francesca Scalpellini:
"RIPAFRATTA - Nei giorni scorsi è tornato alla casa del Padre son Mario Maracich, parroco dal 27 agosto 1950 di Ripafratta. Nato il 19 gennaio 1925 a Veglia (Gorizia), ha compiuto io suoi studi inferiori a Fiume, quelli superiori a Udine e quelli teologici a Venezia e fu ordinato il 3 luglio 1949 a Pisa dall'arcivescovo Ugo Camozzo (che nel 1938 era stato niminato vescovo di Fiume, e nel 1947 fu costretto a lasciarla insieme a molti profughi - fra cui alcuni sacerdoti - dopo l'annessione della città alla Jugoslavia).
Don Maracich fu viceparroco di Ripafratta fino al 1950 e poi fino ad oggi parroco della stessa comunità. Nel 2002 fu anche nominato cappellano di Sua Santità.
Pur cagionevole di salute, ha voluto mantenere fino all'ultimo, con impegno sacerdotale l'incarico di parroco che gli era stato affidato, e solo quando le condizioni di salute si sono aggravate è stato ricoverato all'ospedale Santa Chiara dove è morto nelle prime ore del 5 gennaio 2006.
Le esequie, alle quali hanno partecipato numerosi sacerdoti e una grande folla di fedeli, sono state celebrate dall'arcivescovo Plotti nella chiesa di Ripafratta domenica scorsa. Il corpo è stato sepolto nel cimitero di Ripafratta in attesa della risurrezione."
Anche Filettole, dove Don Mario aveva "prestato servizio" per diversi anni, ha ricordato il nostro Pievano, "Parroco di Ripafratta, Cappellano di Sua Santità" sul giornalino della parrocchia "Credere è Vivere", "per ricordare sempre la sua figura di sacerdote buono e disponibile". Viene riportato uno stralcio del testamento spirituale che abbiamo pubblicato anche noi; in aggiunta a questo, alcune righe a firma di Don Tiziano Minnucci, parroco di Filettole "Al termine del funerale nel corridoio d'ingresso della canonica ho trovato per terra (forse scivolato) un vecchio foglietto scritto da don Mario con un pezzetto di scoch ormai consumato e sporco. Ho voluto raccoglierlo come suo ultimo ricordo. Lo pubblico così com'è. Prendiamolo come un suo saluto, un arrivederci informale e semplice (come era l'indole di don Mario) ma pieno di fede in un "ritorno" e un nuovo incontro nell'aldilà, dove un giorno saremo di nuovo insieme". Il biglietto, riportato poco sotto, ha l'inconfodibile scrittura di Don Mario, e dice:
"TORNO SUBITO. Don Mario. Aspettatemi."
a cura della Redazione
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" ... e verso il gran mare dell'incontro con il Signore, insieme alla propria gente, come tante gocce d'acqua unite insieme nella comunione fraterna della famiglia dei figli di Dio"
Chiudere un numero così non è facile. Riprendere il normale corso delle cose è ancora più difficile. L'abbiamo detto, e a scanso di equivoci lo ripetiamo ancora una volta: il nostro Pievano ci mancherà.
Ma lo ricorderemo, è una promessa. Con le nostre preghiere, prima di tutto; e poi impegnandoci sempre di più per la sua chiesa e per la "sua" Ripafratta, che tanto ha amato.
"Voci dalla Rocca" tornerà alla regolarità con il numero di Gennaio 2006, in uscita prossimamente. Grazie, e a presto.