Editoriale
Giornata dei Castelli, Ripafratta c'è
Mille anni di guerra e pace
Alla cena medioevale presenziano anche i "Signori" da Ripafratta
28 settembre: ricordiamo il nostro Beato
Accendi un sogno a Rupecava
8 settembre a Rupecava: la fede e la tradizione
"Palii e motteggi", scontri medioevali
Un "incendio" in Farneta e un territorio mal sfruttato
Festa di Primavera un futuro per Ripafratta
Ripafratta sotto un nubrifagio, piazza allagata, danni a cantine, biblioteca fuori uso
Dopo la rigenerante pausa estiva, eccoci nuovamente pronti a scrivere tutto quello che succede a Ripafratta, intenzionati a far sempre meglio. Anche quest'anno siamo riusciti a mandare in stampa il numero estivo, che raccoglieva gli avvenimenti e le notizie avvenute nei mesi più caldi dell'anno, giugno, luglio e agosto. Ma parliamo di questo numero. Tanti sono gli articoli di rilievo di questo mese a partire dal resoconto della manifestazione di Nozzano "Il castello rivive" dove noi di "Voci" siamo stati i "rappresentanti di Ripafratta". Manifestazione che ha raccolto un grande successo di pubblico, grazie anche all'atmosfera medioevale che si respirava vedendo tanta gente vestita con abiti dell'epoca, ma troverete tutti i dettagli nell'articolo del nostro cronista. Sarà presente anche un articolo riguardante il pellegrinaggio a Rupecava dell'8 settembre. In questo periodo si è parlato e si parla molto di Rupecava sapendo in che condizioni versa il Santuario. Qualcosa si sta muovendo e all'interno di questo numero troverete tutte le informazioni a riguardo. Guardando verso i prossimi giorni però, c'è da dire che sabato 25 e domenica 26 settembre ci sarà la "Giornata dei Castelli", manifestazione molto importante, di livello nazionale. Questo è il secondo anno che Ripafratta partecipa e della passata edizione non abbiamo che ricordi positivi. Notevole infatti fu l'affluenza di appassionati, curiosi di ammirare la nostra Rocca e avere informazioni a riguardo. All'interno troverete gli orari e il programma dettagliato dell'evento. Sicuramente avrete notato quel "foglietto volante", in allegato al giornale. Questo foglio volante non è un errore di rilegatura, nemmeno un foglietto da buttare o una comoda zeppa da mettere sotto il tavolo che dondola. Si tratta di un brevissimo questionario, da compilare e da consegnare a qualcuno di noi della Redazione. Naturalmente la compilazione è anonima e facoltativa, ma vi preghiamo di farlo lo stesso in quanto ci fa capire i vostri gusti, le vostre necessità e le vostre idee in generale. Ci serve anche per migliorarci e per sapere cosa vorreste di più, che cosa vi piace o non vi piace di questo che deve essere un mezzo di comunicazione a disposizione di tutti. A voi costa solo cinque minuti, tanto più che è a crocette, a noi permette di ricevere un bel po' di segnali, siano essi positivi o negativi. Come ho già detto, il questionario potrete consegnarlo a uno dei membri della Redazione di persona, oppure, piegato, in uno dei nostri "punti di distribuzione" in paese, o ancora imbucarlo nella nostra cassetta delle lettere in Via Silvestro Lega n° 7 o infine consegnarcelo al banchetto che allestiremo in occasione della "Giornata dei Castelli" il 25 e 26 settembre . Con questo è tutto, adesso non mi rimane altro che augurarvi buona lettura!!
a cura di Luca Casapieri
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Il 25 e 26 settembre 2004 L'Istituto Italiano dei Castelli organizza la sesta edizione delle Giornate Nazionali dei Castelli. Tale evento prevede l'apertura contemporanea In tutt'Italia di castelli, di solito chiusi, in modo da promuoverne la conoscenza ed avvicinare sempre più il pubblico all'architettura fortificata. Da ricordare che le Giornate sono organizzate non solo dall'Istituto, ma anche dalla Regione e dall'Associazione Dimore Storiche. La pubblicità, diffusa su larghissima scala, che annunzia il week-end dedicato alla "Giornata nazionale dei castelli", ha già ampiamente promosso questa iniziativa, per questo credo sia superfluo segnalarvela ulteriormente. Resta il fatto, peraltro molto positivo, che anche quest'anno, per il secondo anno consecutivo, Ripafratta partecipa, coinvolta dalla regione, alla lodevole iniziativa. Ricordiamoci poi che la scorsa edizione fu tutt'altro che infruttuosa poiché più di trecento persone vennero a visitare la nostra Rocca nonostante le due giornate fossero un po' rovinate dalla pioggia. Quest'anno potremmo proprio replicare il grande successo scorso, magari con un tempo più clemente nei nostri confronti. Inoltre proprio per l'edizione di quest' anno il "Comitato per Ripafratta" ha previsto oltre all'accoglienza per i turisti, la presenza di prodotti tipici della zona - per quelli interessati alle bellezze della tavola oltre che dell'architettura fortificata - all'interno del cortile dell'Asilo, naturalmente tempo permettendo. Anche noi di "Voci dalla rocca" contribuiremo con una nostra presenza, come al solito. Cerchiamo, pur nel nostro piccolo (senza dimenticare le preziose collaborazioni con il Comitato) di essere sempre protagonisti nelle iniziative del paese, soprattutto quelle che tendono alla valorizzazione e al miglioramento dello stesso. Si prevede dunque grande afflusso anche quest'anno; speriamo di non essere smentiti e ci auguriamo che questa possa essere una valida occasione, anche per i Ripafrattesi, per visitare la Rocca se non l'avessero ancora fatto o, più verisimilmente, se volessero ripetere l'esperienza. Oltretutto, con una guida esperta come l'architetto Amato, perché non approfittarne?
di Angelica Pardi
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Solo chi c'era può aver apprezzato la magia della rievocazione medievale del 5 settembre. Rappresentanti di Lucca (del Comune e degli sbandieratori di S.Anna), di Pisa (i figuranti della Repubblica Marinara), di Nozzano (padroni di casa) e di Ripafratta (una delegazione di volenterosi…) hanno ricordato che mille anni fa, era il 1004 d.C., le due Repubbliche di Lucca e Pisa si combattevano aspramente per la prima volta e infine sancivano la pace. Una pace, quella reale, che non durò a lungo, dal momento che le secolari battaglie e scaramucce fra le due città ci sono tramandate, oltre che dalla storia, anche dalla tradizione. Ma quella rievocata nel Castello di Nozzano è una pace simbolica che stavolta, sì, durerà per sempre (anche se pregiudizi e rivalità di campanile son duri a morire).
La sfilata, di fronte alla corte del Castello, ha visto un totale di oltre cento figuranti, in una rievocazione di grande fascino che non si può descrivere a parole. Poi, Pisa e Lucca si sono scambiate doni simbolici, e Ripafratta e Nozzano si sono porte ramoscelli di ulivo in segno di pace anche tra i due castelli di confine, che di battaglie certo ne hanno viste tante. Ripafratta ha sfilato, con la sua rappresentanza, dietro il nuovo stendardo ufficiale del paese, presentato ufficialmente la domenica stessa in chiesa, al termine della Messa della mattina. Uno stendardo che ricalca il modello della bandiera (bianco e rosso con lo stemma), e che verrà utilizzato, d'ora in avanti, per le occasioni solenni.
La manifestazione ha attirato anche l'attenzione del telegiornale toscano su RAI3 che ne ha dato conto con un ampio servizio. Così, in un certo senso, il nome di Ripafratta ha fatto il giro della Regione.
Conclusasi la manifestazione (che in realtà è durata una settimana, ed ha visto protagonista Ripafratta anche in occasione della cena medievale, leggete nelle pagine successive), rimane la soddisfazione di aver portato il nostro paese all'onore delle cronache, e di averlo fatto conoscere a tanta gente che, sull'altra sponda del Serchio, esiste un castello di confine come Nozzano, forse meno conosciuto. Almeno, per il momento.
N.B: sono disponibile nella sezione "Fotografie" delle fotografie scattate proprio in occasione di questa manifestazione.
di Fancesco Noferi
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Anno Domini 1004, ore 9 della sera. In una cornice da favola ecco arrivare il Signore de lo Castello di Noctiano che fiero dà il benvenuto ai commensali e agli ambasciatori provenienti dalla antiche fazioni di Ripafratta (per cui erano presenti i Signori "da Ripafratta") e Pisa, avversarie di Lucca, entrambe rappresentate da volenterosi figuranti del nostro paese. Ma questa è una serata di festa e di pace insieme, volta a cancellare gli antichi rancori e dopo i convenevoli richiesti dal cerimoniale la parola va a messer Gaddo de' Grossi, ambasciatore per conto della Repubblica Pisana. "Lieti venimmo" incomincia il messo "a rappresentar le genti di Pisa a questo lauto convivio. Che la pace sì tanto agognata regni per sempre sovrana fra le città di Lucca e di Pisa. In alto i calici, e che si brindi alla prosperità,concordia ed alla pace!". E tra brindisi ed applausi il banchetto può dunque cominciare… sempre nel pieno rispetto della storicità, però. Niente forchette o coltelli, solo un cucchiaio in legno, piatti e bicchieri in terracotta. Crostini e formaggio, minestra, ravioli, ma il problema arriva con la carne… come si mangiano le fettine di vitella senza tagliarle? Lascio a voi la risposta e badate che serve fantasia perché un po' per il bon ton un po' per il rischio di macchiarsi, le mani sono state escluse a priori. Ma la cena nel cuore del castello non è solo "cibo", è molto di più… In alto ad un tavolo privato stanno i signori in costume, ma non solo loro… ragazze e ragazzi vestiti da servi si alternano veloci e attenti nel servire le portate in cestini di vimini e poi saltimbanchi che con musica e racconti intrattengono i commensali addirittura montando su tavoli e panche. Eh, sì, proprio così, una cena che non è solo una cena, ama un vero e proprio tuffo nel passato, in un'epoca dove tutto era più semplice e dove il tempo "scorreva più lento". E dopo aver bevuto lo speziato ippocrasso si è fatta ora tarda ma ancora echeggiano le parole pace e amore "che trionfino senza più confini", come dice l'ambasciatore di Pisa, così da unire dopo mille anni di feroci battaglie due città rivali adesso separate soltanto da quel monte per cui "i Pisani veder Lucca non ponno".
di Sara Lippi
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"E chi giammai da questo padre si partì sconsolato?". Era il 1456. Fra Lorenzo da Ripafratta era spirato da pochi giorni, il 27 settembre. Appena appresa la notizia della morte, il suo discepolo più caro, e allora Arcivescovo di Firenze, che salirà agli altari col nome di Sant'Antonino, scriveva questa lettera ai frati domenicani di Pistoia, di cui faceva parte anche Lorenzo, per consolarli della perdita del loro più amato confratello. "Poiché, se dei poveri è il Regno dei Cieli, chi è stato più povero del beato Lorenzo con l'affetto e con l'effetto? Chi di lui più umile? […] Predicano i Pistoiesi la carità di lui verso il prossimo, ne ragionano con lode i popoli di Fabriano e gli altri dove per ubbidienza ha conversato. […] Quale infermo non fu da lui visitato? Quante volte di giorno e di notte si espose a pericolo di contagione mortifera? Dicano i Pistoiesi e ne facciano testimonianza." Lorenzo, che Antonino, nella sua lettera del 1456, definisce profeticamente "beato" (sarà canonizzato infatti solo nel 1851 da Pio IX), era nato nel nostro paese circa nel 1373, dalla famiglia dei da Ripafratta, i nobili che governavano il nostro borgo e il suo castello (da cui discenderanno i Roncioni). Decise di prendere l'abito dei frati domenicani e visse gran parte della sua vita a Pistoia, nel convento di San Domenico. Ha esercitato una notevole influenza nell'opera di riforma dell'Ordine, intrapresa in quegli anni, ma soprattutto è conosciuto come grande confessore e uomo di carità. Nella terribile epidemia di peste che investì la città, non sarebbe stato difficile vedere padre Lorenzo girare da casa a casa, da ricovero a ricovero, esponendosi al rischio di contagio per soccorrere gli ammalati e dare gli ultimi conforti ai moribondi. Quasi ce lo vediamo, rimboccarsi la tonaca per salire gli scalini dell'ennesima casa dove l'ennesimo poveraccio stava per esalare il respiro finale e l'unica cosa che desiderava era qualcuno che lo assistesse negli ultimi momenti di agonia. E fra' Lorenzo era lì, non si poteva sbagliare. Era un gran dotto, uno studioso di testi sacri e dei Padri della Chiesa, aveva ricoperto il ruolo di Lettore (cioè insegnante laureato) del convento di Fabriano, ma non disdegnava di rimboccarsi le maniche quando c'erano di mezzo piaghe e putrefazioni. Un bell'esempio per tutti. Non stupisce affatto quindi, che la città di Pistoia, al momento della sua morte, abbia deciso - con deliberazione del Consiglio del Popolo - di pagare interamente la spesa per i suoi funerali, per la tomba provvisoria e per quella definitiva, un bel sarcofago di marmo che ancora oggi possiamo ammirare nel Convento di San Domenico. Una memoria, quella del nostro Beato, che troppo spesso è stata dimenticata a Ripafratta, e che invece merita di essere valorizzata, sia dal punto di vista della fede, sia da quello storico. E poi, naturalmente, c'è anche un pizzico d'orgoglio. Lorenzo è il Ripafrattese più famoso di tutti i tempi, quello che ha portato il nome del nostro paese fin sugli altari; in tempi di rivalutazione del nostro patrimonio storico e culturale, perché - ci chiediamo - non partire anche da Lorenzo? E perché non dedicargli la dovuta attenzione, magari una piccola targa, una lapide, o addirittura una via? Al solito, fateci sapere cosa ne pensate.
di Francesco Noferi
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Accendi un sogno a Rupecava. […] Molti l'hanno sperato, alcuni l'hanno proposto: il sogno di sottrarre Rupecava ad un degrado inarrestabile, ad una definitiva distruzione. La domanda che ci siamo posti e che poniamo è se, per le Genti della Valdiserchio, (di Ripafratta, di Pugnano, di Molina, di Filettole, di Patrignone, di Rigoli, di Avane, di Pontasserchio, di Orzignano, di San Giuliano, di Cerasomma, di Montuolo, di Nozzano), pensare di esaminare, tutti insieme, una possibilità di recupero sia un tentativo vano, un'impresa che supera la disponibilità di energie, di volontà dei più. I sogni, quasi sempre, sono solo sogni; sono destinati a rimanere tali? Chiediti e facci sapere che tipo di sogno è il tuo […] per Rupecava (il Comitato per Ripafratta, tel. 050 854219 - 050 854476).
Abbiamo chiesto, a Sua Eccellenza Monsignor Giovanni Paolo Benotto, un Suo ricordo su Rupecava. Abbiamo presenti le parole della introduzione ad Suo volume "Rupecava, alle radici della memoria", edito nel luglio 1997: un nostalgico ed affettuoso ricordo dei pellegrini che l'8 settembre si recavano a Rupecava e "… uno struggente quanto impotente dispiacere nel vedere il santuario sempre più degradato…", sentimento che rappresenta quello degli abitanti, e non solo, della Valdiserchio.
Intervento di Mons. Giovanni Paolo Benotto, Vescovo di Tivoli.
Per molte persone Rupecava rappresenta una specie di "paese dell'anima", un luogo dove il valore dell'appartenenza religiosa ad un popolo si lega strettamente alla esperienza di fede, la più personale che si possa pensare, sia perché per quasi tutti, essa coincide con il tempo della giovinezza, sia perché a volte si configura come una specie di paradiso perduto, bello, desiderato, che si spera possa finalmente rivivere. Rivivere, insieme ad una nuova vita per lo stesso Santuario che non ci si può rassegnare a veder ingoiato dalla devastazione del tempo. Ma non bastano i sentimenti e i desideri se rimangono soltanto desideri. C'è bisogno di azione fattiva e da parte di tutti.
Rupecava, oggi, è affidata alla buona volontà di chi vuole che non vada perduto ciò che è stato: riferimento di vita per intere generazioni di uomini e di donne che nella immagine della Madonna "regina dei Martiri" hanno avuto ad hanno tutt'ora il segno di una maternità che è la maternità stessa della Chiesa, di cui tutti abbiamo bisogno per tirare avanti con fiducia nel cammino della vita.
Il "sogno" può cambiarsi in vera e propria speranza a misura della forza della nostra fede e dell'amore che ci lega al Signore e alla nostra terra.
E' questo il mio augurio più vivo.
Monsignor Giovanni Paolo Benotto, Vescovo di Tivoli.
del Monsignor Giovanni Paolo Benotto, Vescvo di Tivoli
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Rupecave continua ad attirare gente. Quest'anno come mai, tutte e tre le Messe del mattino - per non parlare di quella del pomeriggio - sono state affollate di fedeli, l'8 settembre. E per le candele messe ad ardere sotto la grotta, davanti alla bellissima effige della Madonna col Bambino, non c'era più posto. La devozione, di solito, non si misura con le candele, ma a Rupecave sì, si può fare anche questo. Vedere tutta quella gente affollare il piazzale, di solito deserto, tutte quelle teste, tutti quei segni di croce, tutte quelle Comunioni, tutti quegli sguardi speranzosi rivolti verso l'alto, non può non aver commosso anche Lei. E' devozione, forse non proprio per tutti, ma per tutti senz'altro è affetto. Gente di Ripafratta, senz'altro, perché Rupecave è una "costola" del nostro paese, ma soprattutto gente dall'intera Valdiserchio: Molina, Pugnano, Rigoli, Colognole, San Giuliano, Filettole, Avane, Cerasomma (dove la ricorrenza è particolarmente sentita), Nozzano, e ovviamente Lucca e Pisa. Basta la semplice "tradizione" a spiegare tutto questo? No, non basta. E non basta nemmeno la sola fede. Perché Rupecave è qualcosa di più, è fede e tradizione insieme, è il luogo dove la religiosità di un popolo e le sue usanze si fondono come mai si è visto da altre parti; è il ricordo della giovinezza per chi ha conosciuto il santuario fin da piccolo, e il fascino di una tradizione secolare per i ragazzi, che non mancano mai l'8 settembre. E' la meta di famiglie intere, di anziani che anche sulla sedia a rotelle non rinunciano a salutare la Madonna sotto la sua grotta, ma anche di scarpinatori più o meno audaci che percorrono i vecchi sentieri, ripuliti per l'occasione da volontari di Ripafratta. Tutto questo è Rupecave, e molto di più, ma a parole è difficile spiegarlo. Eppure, Rupecave è anche abbandono, rovina, sacrilegio. E per tutto l'anno. E forse è arrivato il momento di fermare questo scempio che grava sulle nostre coscienze come un macigno. Il "Comitato per Ripafratta" si è fatto promotore di una lodevole iniziativa, di cui abbiamo già parlato e di cui avete già letto, di cui ormai si sa quasi tutto. Costituire un gruppo di "amici di Rupecave", con tutti i paesi legati al santuario, per valutare ogni ipotesi (specie riguardo alla proprietà, che come prima mossa deve passare dai privati ad un ente ecclesiastico). Non sarà facile, è un percorso da intraprendere e la meta non sarà domani e neanche dopodomani. Ma la rassegnazione è un vizio che i fedeli di Rupecave non si possono più permettere. La rassegnazione è quasi la rinuncia alla fede, perché vuol dire perdita di speranza. Certo, bisogna essere realisti. Risolto il nodo della proprietà, cosa ne sarà del santuario? Cosa del convento, cosa della chiesa? Un restauro non è impossibile, ne è già stato fatto uno a suo tempo, ma il vero problema viene dopo. Cosa succederebbe dopo? La tragedia di Rupecave è cominciata con il dopo. La verità è che non ci può essere sicurezza per il nostro santuario finché viene frequentato da loschi figuri con le peggiori intenzioni. Il vero dramma di Rupecave, è l'ora di dirlo chiaro e tondo, non è il tempo che passa, né l'abbandono, ma anzi la frequentazione di questa gentaglia. Il fenomeno dei vandali sacrileghi è stato sottovalutato, relegato ad un ruolo quasi folkloristico, roba da gioventù sbandata, ma non è così. Un errore di valutazione bello e buono, non solo a Rupecave, e le drammatiche cronache di questi mesi ce lo ricordano come un triste ammonimento. Un fenomeno più spesso legato a vere e proprie sette organizzate che non a qualche sbandato occasionale. Forse è arrivato il momento di prenderlo seriamente in considerazione, questo fenomeno, o no? La sicurezza di Rupecave deve essere non una, ma la priorità di questo gruppo di volontari. E' il primo problema da risolvere, in prospettiva. Perché non ci può essere futuro per Rupecave senza sicurezza. Lo sappiano, gli amici di questo Comitato, prima ancora di cominciare i lavori.
di Francesco Noferi
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La proficua collaborazione con Voci dalla Rocca mi ha dato la possibilità di poter sviluppare un miniciclo tematico sul significato dell'evento bellico e delle sue implicazioni in periodo medievale. Nei precedenti articoli (Crf. "La guerra nel Medioevo", Maggio 2004 e "Hostes sodales. 1004-2004: mille anni di diatribe fra Lucca e Pisa" Giugno 2004) ho già avuto modo di descrivere, a grandi linee, come fosse talmente radicata la cultura della guerra da costituire un fatto di costume, con notevoli ripercussioni a livello culturale, economico, sociale ecc.. Credo che il brocardo latino "Si vis pacem, para bellum" (Se vuoi la pace, prepara la guerra) sintetizzi efficacemente la filosofia di vita di una società in cui era fondamentale, date le difficili condizioni di vita e le poche sicurezze personali, tutelare la sicurezza dell'esistere. Una sicurezza da raggiungere ad ogni costo, anche a scapito del vicino, per cui, la guerra nel Medioevo, più che una serie di scontri armati, è contraddistinta da una minuta successione di saccheggi e scorrerie: il modo più efficace per fiaccare economicamente l'avversario, accrescere il proprio patrimonio personale e le proprie probabilità di sopravvivenza. In questo contributo vorrei cercare di scendere più nel dettaglio e, attraverso le parole di un cronista del periodo - il lucchese Giovanni Sercambi - approfondire le modalità degli aspetti già evidenziati. Il saccheggio, la spoliazione minuta del territorio nemico, non era come abbiamo già accennato un aspetto secondario per l'epoca, tutt'altro, al di là delle dissertazioni sul valore ed il coraggio dei cavalieri medievali, l'arricchimento personale era lo scopo a cui tendere e ciò traspare con chiarezza anche nelle cronache del periodo. "La nocte sopra a dì .XXVIII. aprile dicto anno si mossero di Luccha circha fanti .CXXV. con certe guide a fine tollere a' Pisani la torre nostra di san Giuliano. Quando tali brigate funno fuora di Luccha volsero sapere u' dovessero chaminare; fu risposto che andavano per fare una bella preda, di che tucti di ciò si rallegravano. E andato le dicte brigate a Massa Pisana le predicte guide narrò a' dicti compagnoni chome andavano per prendere la torre di Sangiuliano. Per la qual cosa i dicti compagnoni funno tucti inviliti, & lentamente caminando, e giunti a Santa Maria del Giudici e parti montati su per lo monte, le dicte guide si smarìono, e' compagnoni non avendo vogla di ciò fare, l'uno andò in qua l'altro in là, im forma che, chome chactivi e vili, la mactina si ritornòro a Luccha sensa avere niente facto, e poco funno per la dicta giornata lodati. E ben si vidde che più tosto per rubare arebbero le loro persone provate che a volere prendere fortezza" (G.Sercambi, Cap.CCCCXLII. Come lo comune di Luccha mandava molti fanti a prendere la torre di Santo Iuliano et niente si fecie - 1397). In caso di guerra, riuscire ad espugnare una fortificazione, era un'impresa molto difficoltosa e difficilmente attuabile per cui, verificata l'impossibilità di aver ragione delle difese avversarie, conveniva impegnarsi nel razziare quanto più fosse possibile e danneggiare il nemico appiccando il fuoco alle sue abitazioni, giustificando così il dispendio di forze e risorse economiche messo in gioco dalla spedizione militare. "Quando l'uomo è in guerra, quella vigorosamente far de', quando pace avere non si può. E pertanto il comune di Luccha vedendo essere venuto a disperata guerra con Pisa, ordinònno li antiani e 'l consiglio di Luccha, a dì .XVII. aprile dicto anno, che si chavalchasse in quello di Pisa. E ciò ordinato, la sera di nocte si mossero di Luccha fanti sciolti et soldati da piè circha 500, li quali andarono verso Liprafatta. E quine giunsero in sul dì, mectendo fuocho et prendere bestiame et pregioni e rubare. E alla guardia di Liprafatta, oltra i terrieri erano fanti .C., li quali colle brigate di Luccha fecero molte battagle. Nondimeno le brigate di Luccha seguìno im parte loro intenzione, chè arseno tucto il borgo di Liprafacta in fine alla chieza. E per li molti verretoni che di Liprafacta veniano, alquanti di quelli di Luccha funno feriti et du ne funno morti, l'uno da Collodi l'altro da Pariana. E perché Liprafacta di continuo facea segno di soccorso et etiando per la buona brigata v'avea, le brigate di Luccha non potendovi altro aquistare, avendo messo fuocho per tucto, menandone .IIII. pregioni & alcune bestie da soma et pochi arnesi; ma il fuoco fu smisurato" (Cap.CCCCXXXVI.Chome le genti da piè di Luccha andarono a Liprafacta e quine arseno tucto lo borgo, piglando pregioni e preda e scaramucciando co' fanti da piè di Pisa, che erano alla guardia di Liprafacta - 1397). Le proporzioni del bottino di guerra - attrezzi agricoli e pochi capi di bestiame -possono sembrare esigue per l'ottica contemporanea ma, allora, erano in grado di incidere sulla limitata economia di un Comune medievale. Per quanto riguarda i cosiddetti pregioni - nemici catturati in battaglia o durante le scorrerie - solitamente erano destinati alla schiavitù, quando non avevano una posizione economica tale da consentire il pagamento di un riscatto. Ma anche il vantaggio di un ceto relativamente agiato, in caso di guerre particolarmente cruente o con la necessità politica di compiere azioni dimostrative, poteva non essere sufficiente…. "(…) E quelli pregioni menati a Pisa, oltra i riconpramento facto, fu loro cavati denti, taglate orecchie e facto tanto martirio che i saracini non avrebero facto più né tanto quanto fecero i dicti Pisani" (Cap.CCCCXLVIII. Come le genti di Pisa misero in volta le genti di Lucha e molti ciptadini funno pregioni e alquanti morti -1397). Riguardo a questo episodio, ma anche in generale, Sercambi dimostra una certa parzialità ed avversione nei confronti dei Pisani, perché questo genere di torture venivano applicate comunemente e con sistematicità e non erano un'esclusiva dei Pisani, come lui stesso a modo di riferire. "L'anno di .MCCCLXX., del mese di ferraio, fu tractato per alcuno di S.Miniato di darlo a' Fiorentini; et così ordinato si misse in effecto, mectendoli per una sua casa, per la quale ebbero la terra ….. la roccha et tucte le fortesse di quella, e funone morti alquanti, e alcuno Saminiatese menato a Firenza & quine taglatoli il capo, & poi il corpo di tale stracinato a romore di populo; & non si noma chi fu, ma ben si dicie che era delli amici di messer Bernabò. E a questo modo fu Firenza signore di Saminiato …" (Cap.CCX. Come lo comune di Fiorenza tolse Saminiato al cardinale e alla gente di messer Bernabò - 1370). Saccheggi ed azioni a sorpresa, condotte col favore delle tenebre, inoltre, erano organizzate non solo per depredare ma anche per dileggiare l'avversario e metterlo in ridicolo, evidenziandone le mancanze e la presunta incapacità. "E dimorando, andòro alla dicta porta e col chulo più volte percossero la dicta porta di Pisa, in vituperio di coloro che sopra quella guardavano, intanto che, avendo avuto le schale, serenno sopra delle mura potuti montare. Or quelli erano le buone guardie e meritavano buono soldo! E avendo veduto la brigata di Luccha che non aveano potuto avere loro intenzione, entròno in alcune case quine presso, e di quelle trassero cimque buoi e alcune bestie da soma, e salvi, la mactina seguente, ritornòro a Lucha colle dicte bestie e alcuni arnesi. E a questo modo si fa; oggi a me, dimani a te" (Cap.CCCCXLI. Chome alquanti fanti da piè di Luccha andarono di nocte alla Porta del Parlascio di Pisa e col culo percossero la porta e dapoi e poi d'alcuna casa trassero cimque buoi - 1397). La stessa intenzionalità dimostrativa informava poi, in maniera molto più amplificata, tutta un'altra serie di riti e manifestazioni, orchestrate in funzione dell'evento bellico, che altro scopo non avevano se non… evitare il più possibile lo scontro armato (anche se lo sprezzante spirito con cui erano condotte sembra affermare il contrario). Razionalmente, infatti, un confronto bellico poteva arrecare più danni che vantaggi ad un'economia comunale dal precario equilibrio, diventava perciò essenziale dimostrare la propria forza ed intimidire il nemico con una serie di esibizioni volte ad umiliarlo e dileggiarlo. I cosiddetti Palii, assolvevano questo scopo, tutt'altro che secondario per l'ottica medievale. La potenza dell'esercito che, in tale occasione, era giunto fin sotto le mura avversarie era inoltre celebrata anche dal fatto che, contemporaneamente, si battesse moneta per ricordare l'evento. "Multipricando la guerra, e i Fiorentini vedendosi perduto la ghara della presura di Pietrabuona, col loro sforso a dì .XIII. gungno chavalcarono in sul terreno di Pisa, com più di .MM. chavalli et .V.m pedoni (…) e corseno a presso a Pisa tre paili, l'uno da chavallo, l'altro da piè, l'altro corseno le femmine; quazi a dire chi non può giungere la femmina mal giungerà l'uomo, e chi non può giungere di correre l'uomo mal giungerà il cavallo, et chi non può giungere il cavallo, stia & riposisi, come coloro che sono di pogha sustanzia. Et perché il pailio di Luccha ab antico fu ordinato perché Luccha, come potente, ordinò di fare correre questi .III. paili in segno di victoria. Et pertanto lo comune di Firenza non dovea quello, che per exaltatione il comune di Luccha fa ogni anno correre, volere per vilipendio far correre. E per questo dimostrò poco amore avere verso Luccha. Chi à intellecto comprenda questo" (Cap.CLI. Come i Fiorentini corsero in sul contado di Pisa ardendo e rubbando - 1362). Simili iniziative, che colpivano il Comune avversario sul piano del prestigio, richiedevano a loro volta un'adeguata risposta, innescando una serie di reazioni a catena - con un crescendo di atti dimostrativi - che intendevano vendicare i torti subiti in precedenza ma, soprattutto, rendere evidente la preponderanza militare del proprio esercito. "E quine (davanti la porta d'Ognissanti a Firenze n.d.r.) fenno bactere fiorini et grossi d'ariento; li fiorini del cugno la vergine Maria dall'uno lato e dall'altro l'aguila. E 'l grosso ebbe segno, salvo che socto l'aguila era il comune. E per vituperio fenno appiccare a uno paio di forchi uno asinello, e una scripta vi lassòno la quale dicea: Questo asinino naque il dì che fuste a san Savino" (Cap.CLVI. Come si fenno alquanti chavalieri e corsensi paili e batteosi moneta, et per più vituperio s'apicoron acini -1363). E così la guerra poteva andare avanti diversi anni, con scorribande e dimostrazioni di forza - ogni volta seguite dalle opportune repliche - senza mai pervenire ad uno scontro armato risolutivo. "I Fiorentini (…) corseno lo palio sulle prata di Santanna vecchia presso a Pisa: e feno battere fiorini e grossi d'ariento; lo fiorino chome san Iohanni tenea in mano le catene del porto di Pisa dall'uno lato, e da l'altro il giglo. In el grosso era dall'uno lato il giglo, dall'altro san Iohanni, socto il quale a piedi era la lepora riverta, & simile tenea in nella mano le decte catene. E appiccònno a uno paio di forchi du'azini & due montoni et uno chane, con una scritta la qual dicea: veniste come montoni & come chani asaglire il nostro campo, e così come chani & montoni v'abbiamo tractati" (Cap.CLIX. Come le genti di Firenza fenno bactere moneta et correre pailo, & appiccarono acini, cani & montoni - 1364). Se, sul piano economico, l'integrità del Comune era preservata da una capitolazione che poteva avere effetti ben più negativi, sul piano sociale, una tale situazione non aveva altro effetto che esacerbare gli animi dei contendenti, creando odii profondi nei confronti dell'avversario e pregiudizi ancor oggi duri a morire ("Et di vero si può dolere il comune di Pisa e' suoi ciptadini di te, messer Iacopo, che abbi per tale ordine rinovato il vituperio del quale t'infamia Dante, quine u'dicie della presura di quello da Milano e mandato a divorare al serpe. Ora per questo ordine si fa tale infamia im Pisa e altro' no v'à. Certo, messer Iacopo, neuna schuza alle dicte cose ài, se non che puoi dire: io sono Pisano; et così, chome la volpe delle malitie non può uscire, così il Pisano de'vizii non si può astenere" - Cap.CCCLXXVI. Come fu preso in sul terreno di Lucca uno da Gonzagho a pititione di messer Iacopo d'Appiano di Pisa - 1395). Le naturali conseguenze di un simile processo vizioso non erano riconosciute come negative dalla classe politica di allora che, anzi, contribuiva ad alimentare e strumentalizzare ad arte le frizioni che si creavano tanto che poi, nei pochi scontri armati a disposizione, si manifestavano con un accanimento nei confronti dell'avversario che oggi può sembrare infondato. " (…) i rectori delle genti di Lucha mandònno bando che ciascuno ubedisse lo suo gomfalonieri a pena della testa; dicendo che meglio era che morisse uno per giustitia, che .M. per dizubedimento. (…) li Lucchesi, stando fermi, entrònno tramezzo alle loro chastella, e le genti di Luccha si raunarono insieme. (..) E passando lo ponte, ch'è sopra l'Arno, li Fiorentini e' Lucchesi combacteono co' Pisani e Pistoresi, tanto che' Pisani funno chacciati fine alla sommità di Monte Moreccio, gridandosi: pigla, pigla, pigla; e molti ne presero e molti n'uccisero, e tucti li chastelli presero, arsero et rubòro & tucte trabacche et paviglioni, e tucti i presi Lucchesi riebero, con tucti hedificii da combactere, e i Pisani scomficti e morti e presi in gran numero; e così funno chastichati per hedificare le castella in sull'altrui terreno (Cap.XLIV. Come i Lucchesi ebero Chastello del Bosco - 1222). Nonostante l'applicazione severa di provvedimenti militari tesi a non scompaginare le fila dell'esercito, infatti, difficilmente si riuscivano a controllare schiere di soldati che, per la smania di combattere, si abbandonavano ad azioni persecutorie contro il nemico, mettendo sovente a rischio l'esito stesso della battaglia. "L'altro die li balestrieri e li folonbratori di ciascuna delle parti incominciònno a combactere contra la voluntà de' chapitani d'amendue le ciptà, e ciaschuna delle parti assai bene si difendea per avere la victoria. Vltimamente la victoria di tal bactagla rimase a' chavalieri Lucesi, e' Pisani funno scomficti" (Cap.XLIII. Come i Pisani e'Lucchesi combattono insieme e rimase Lucha vincitore - 1222).
di Andrea Bulleri
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Attimi di tensione in Farneta. Forse molti di voi lettori nemmeno se ne saranno accorti, ma la sera del 6 settembre, verso le ore 9:00, nel campo infestato di rovi davanti alla Villa Bargagli-Stoffi, è scoppiato un piccolo incendio. Il tutto è durato una quindicina-venti minuti. Il forte odore ed il fumo hanno richiamato l'attenzione di alcuni abitanti della zona che, usciti di casa e avvicinatisi verso il punto di maggiore fumo, si sono ritrovati davanti delle fiamme, anche abbastanza alte. Mentre si veniva creando una piccola folla di gente, prontamente sono stati avvistai i vigili del fuoco, ma il loro intervento non è stato nemmeno necessario in quanto l'incendio, che sembrava potesse espandersi, ha incontrato sulla sua strada della vegetazione fresca e fortunatamente si è estinto quasi completamente da solo. Comunque l'importante è che tutto sia finito, con un po' di tensione sì, ma senza danni a nessuno.
Data la circostanza, colgo l'occasione per far notare a tutti i cittadini di Ripafratta, quanta "troppa vegetazione" stia in qualche modo invadendo il paese. Molti dei campi, che una volta venivano coltivati con cura, adesso sono abbandonati a se stessi e pieni di rovi. Anche la collina dove sorge la Rocca, una volta era circondata da campi coltivati, tutto era pulito, tant'è che la fortezza era ben visibile dalla piazza, mentre adesso, specie in primavera, bisogna "allungarsi" bene per vedere le mura esterne. Molti visitatori della passata Festa di Primavera commentavano: "Questi alberi sono troppo alti, coprono tutta la Rocca, una volta si riusciva a veder da qui, adesso invece …". In effetti l'impatto visivo sarebbe sicuramente un altro se gli alberi che da dietro la chiesa vanno fino alla Rocca, venissero diradati permettendo una maggiore visuale, ma c'è da dire che questa opera di pulizia del territorio richiederebbe l'impiego di attrezzature specializzate e un notevole impegno, sia economico che di forze, che certamente non può essere supportato solamente da Ripafratta ma anche da altre autorità che si occupano di tutela del territorio.
Anche le fosse, che una volta i contadini si prendevano l'impegno di mantenere pulite, per facilitare il defluire delle acque piovane, adesso sono per lo più abbandonate a loro stesse. Solo qualche volta gli operai del Comune si presentano con dei decespugliatori e puliscono le fosse, diciamo, "più importanti", senza però scavarle per togliere la terra, i detriti e la vegetazione che durante tutto il periodo di incuria si sono accumulati. E poi ci lamentiamo se quando piove venti minuti si allaga tutto! L'acqua mica sparisce da sé. Certamente, un po' viene assorbita dal terreno, specie se questo è particolarmente secco, ma non possiamo sperare che tutta l'acqua venga assorbita, bisogna che ci siano delle fosse efficienti che svolgono il loro ruolo.
Le immagini di seguito riportate, mettono in evidenza come tutto, intorno alla Rocca, fosse coltivato e ben pulito. Questa cartolina è antecedente sicuramente alla seconda guerra mondiale e lo si può notare osservando che è ancora presenta la porta-torre e non c'è ancora nessun ponte sul fiume che colleghi Ripafratta a Filettole e forse non era ancora stata fatta la ferrovia (da questa immagine non si riesce a vedere bene). La seconda invece è di quest'anno. La differenza è sotto gli occhi di tutti. Naturalmente ciò non vuol dire che bisogna tornare a chissà quanti anni fa, me ne guarderei bene, è solo una riflessione sulla differenza di sfruttamento del territorio.
di Luca Casapieri
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di Angelica Pardi
La festa di primavera è diventata un lieto appuntamento fisso per il nostro piccolo paese, anche se ci vorrà forse ancora un po' di tempo perché possa entrare a far parte della nostra tradizione. Appunto per questo noi della Redazione vorremmo aiutare quest'ingresso. Indubbiamente tutte e due le edizioni di questo evento sono state un successo che ha spinto poi gli organizzatori a riproporla. Bella l'idea del tema, sempre diverso per ogni anno, ma perché non darle un tratto tipico? Perché non renderla unica tra tutte le feste? Potremmo allora affiancare al tema nuovo un qualcosa che appartenga alla nostra antica tradizione, alle nostre radici. Questo certamente contribuirebbe a darle un certo carattere, sarebbe un po' come dare un tocco di novità e, perché no, anche di originalità. Ma per arrivare a fare questo avremo bisogno della vostra collaborazione! Innanzitutto vi chiederemo in questo numero di riempire il questionario allegato al giornale e di riconsegnarceli tutti, o almeno buona parte; più saranno, più indicativi, significativi ed utili risulteranno essere. Le proposte possono essere moltissime e niente vieta che a qualcuno possa venir in mente di mandarci una lettera, una e-mail, segnalarci una "fonte" a cui attingere o solo proporre, o proporsi per un'intervista (come quella sulla storia del lavatoio, che ci hanno regalato Anna e Tina Cordoni). A tal proposito vi propongo qualche argomento su cui riflettere e discutere con noi. Che ne direste di un'itinerario sui pellegrinaggi a Ruecava, magari con una rappresentazione storica? Per poterlo fare dovremmo avere fonti attendibili e magari qualche racconto o aneddoto. Oppure raccogliere materiale a proposito dei commerci e viaggi che si svolgevano ai piedi della Rocca nel medioevo, magari qualcuno di voi ha un libro da cui ricavare qualcosa… O ancora rivisitare il "volo del miccio", stile "colombina" di Firenze, magari qualcuno conosce chi ci può informare o aiutare alla realizzazione, o parlare di come si svolgevano i fatti… e ancora mille e mille proposte che aspetto impaziente da voi. Scriveteci, scriveteci scriveteci e…mi raccomando! Il questionario!di Francesco Noferi
Quella del 2005, se si farà, sarà la terza edizione della Festa di Primavera a Ripafratta. Una manifestazione che ha richiamato in due anni seicento persone nel nostro paese. Come dire, tanti quanti sono i ripafrattesi. Arrivati al terzo anno, sarebbe buona cosa migliorarla ulteriormente per darle un'impronta che la faccia emergere dalle tante "feste di paese" che caratterizzano più o meno molti paesini toscani. Naturalmente sarà una cosa graduale, e accurata. Il grande aiuto che ha avuto dall'inizio la nostra Festa è stata proprio la Rocca. Le centinaia di turisti che sono venuti in paese volevano vedere la Rocca, e sono poi rimasti colpiti anche da tutto il resto, senz'altro (perché specialmente l'ultimo anno le cose da vedere erano tante), ma l'attrattiva principale che li ha portati a Ripafratta era proprio il castello. Questa "spinta", questa "curiosità" durerà ancora un bel po', c'è da giurarci, ma prima o poi saranno in molti ad aver visitato la Rocca e l'interesse comincerà a calare. Non è un problema nostro e basta, succede sempre così per le manifestazioni. Ecco perché, secondo noi, bisogna dare questa "impronta" particolare alla Festa di Primavera. Qualcosa per cui Ripafratta sia, col tempo ovviamente, conosciuta e ricordata. Nozzano ha la sua manifestazione medievale, noi non possiamo - per ora - permetterci di fare altrettanto. Ma Ripafratta è luogo di confine, e questo è già qualcosa di interessante. Di anno in anno si potrebbe esplorare, sotto diversi punti di vista, questo tema. Ma è solo un esempio, se ne possono trovare tanti altri. C'è il tema de "la Storia e la Memoria", che sarebbe un peccato abbandonare così dopo una mostra. Mettere "a confronto" la Ripafratta antica, fatta di cavalieri e podestà, con quella dell'immediato passato, fatta di personaggi, "macchiette", vicende e ricordi, non sarebbe una cosa da approfondire in qualche modo? Tutte questioni su cui discutere (e ci farebbe piacere sapere cosa ne pensa il Comitato, ma da quell'orecchio si vede non ci sente, perché i nostri appellial dialogo cadono puntualmente nel vuoto; be', pazienza…). Intanto, diamo la parola a voi lettori, con il nostro questionario da riempire, perché la democrazia è il sale di ogni iniziativa. Ma non c'è democrazia senza partecipazione, diceva qualcuno. Serve che voi ripafrattesi vi rimbocchiate le maniche e aiutiate sia noi (quante volte vi abbiamo esortato? Non lo ricordo più nemmeno) sia quelli del Comitato (che non si scoraggino come può verosimilmente succedere), in tutte le iniziative. Perché se non c'è sostegno da parte del paese, allora sono inutili tante feste di primavera e compagnia bella.Torna ad inizio pagina - Indietro
A partire da questo numero, l'ultima pagina sarà dedicata, di volta in volta, alle notizie "dell'ultim'ora", quelle di cui la Redazione è venuta a conoscenza poco prima della stampa e che di conseguenza non possono essere trattate in maniera più esauriente. Se la notizia è di particolare interesse o presenta sviluppi, ne troverete senz'altro aggiornamenti e approfondimenti nel numero successivo. Poco prima di andare in stampa, e proprio durante una riunione della Redazione in biblioteca, Ripafratta è stata colpita da un violento nubifragio, una giornata intera di pioggia, che ha provocato i danni maggiori in piazza, che per la prima volta è andata completamente sotto l'acqua. Acqua proveniente, oltre che dal cielo, anche da un vero e proprio torrente che ha spazzato via Silvestro Lega, proveniente dal monte. Un fenomeno purtroppo usuale in caso di pioggia e di cui gli abitanti della via si lamentano spesso, ma che mai aveva assunto proporzioni del genere. Diverse cantine, sia in via Lega che in piazza, sono state allagate. Anche la biblioteca, che si trova appunto ad un livello inferiore rispetto al terreno, è stata completamente invasa dall'acqua, proveniente addirittura da infiltrazioni sotterranee. Quasi tutti i libri si sono salvati, ma si è dovuto spostare o rinviare diverse riunioni della Redazione di "Voci dalla Rocca" e del Comitato per inagibilità dei locali. Sono in numerosi a giurare di aver visto poche altre volte un fenomeno di tale intensità nel nostro paese. Passata l'emergenza, si dovrà discutere a lungo dell'assetto di fognature, scoli dal monte e via dicendo. Al momento non si hanno notizie di altri danni a persone o a cose.