"Voci dalla rocca", il numero di novembre 2007

Indice

Editoriale
Natale con film all'Asilo
Fognature sul lungomonte, sarà un'attesa lunga. Se ne parla per il 2010-2013
Strade situazione preoccupante. L'assessore Legnaioli: Presto interventi a Ripafratta e Pugnano
Il piano strategico dell'area pisana. Diventeremo periferia di Pisa?
Balli e oerchestre a Ripafratta. I nostri paesi usciti dalla guerra si divertivano (anche) così
Secondo quaderno della memoria presentato a San Giuliano. Ragazzi e nonni raccontano la guerra
La stazione di Ripafratta e la sala d'attesa
Diventeremo un quartiere di PIsa
L'unità pastorale nel prossimo anno


Editoriale

Tutto è bene quel che finisce bene. Ma in queste ultime settimane ci siamo trovati più volte di fronte alla possibilità di "chiudere" il nostro "Voci dalla Rocca" per mancanza "di materia prima", cioè di collaboratori e articoli. Mettere insieme queste pagine per dieci volte all'anno non è cosa facile. Soprattutto, non è facile renderle interessanti e stimolanti. In questi quasi otto anni di vita (a marzo) abbiamo imparato a non arrenderci, però. Di difficoltà ce ne sono tante, sia dal punto di vista tecnico che da quello della collaborazione delle persone. Eppure, abbiamo deciso di andare avanti anche per il 2008 (e pertanto le persone che desiderano riceverci a casa potranno farlo anche per il prossimo anno). E' una scommessa che ci sentiamo di fare, sia perché alcune persone hanno manifestato la loro partecipazione (e speriamo che altre possano farlo in futuro), sia perché pensiamo che il nostro territorio abbia ancora (potremmo dire, oggi più che mai) bisogno di una voce. Uno spazio, come quello che ci siamo proposti di creare in questi anni, che dia la possibilità a tutti di esprimersi, di suscitare dibattiti (anche polemiche?), di informarsi (per quanto possiamo fare) e di confrontare la propria opinione sul futuro del territorio con quella di altre persone. Già, il futuro. E' una cosa che da diverso tempo è poco di moda. La fiducia nel futuro manca, e invece noi - decidendo di andare avanti anche per il 2008 - abbiamo fatto professione di una grande fiducia nel futuro e nei cittadini di questo nostro territorio. Crediamo che siano persone interessate alla discussione, interessate a progettare, a costruire, a sperare. Ci crediamo, e ci scommettiamo. Per questo andiamo avanti ancora per un po'. Però, trovandoci nell'eventualità di chiudere qui, di fronte alla domanda angosciosa: "A che cosa sono serviti questi (quasi) otto anni di lavoro?", ho dovuto, personalmente, darmi una risposta. Non ho potuto farne a meno. Credo che ognuno di noi della Redazione e ognuno di voi lettori possa essersi posto questa domanda ed ognuno si sarà dato la sua risposta. Sarebbe interessante sentirle tutte. Anzitutto direi che a me è servito per capire tante cose. Mi sono fatto un'idea piuttosto precisa su quanto sia bello e difficile questo territorio. Su quanto avrebbe da dare questo nostro lungomonte. Tradizioni, storia, turismo, associazionismo, socialità, attività ricreative, ludiche, sportive, culturali. Ha energie straordinarie, che aspettano però di essere individuate, sollecitate e messe in moto, per risollevare il suo futuro. Perché è un futuro a rischio, quello del lungomonte (e non solo). Il rischio, la minaccia, è concreta. Quando si parla (come potete vedere anche in questo stesso numero) di una città di Pisa che è destinata ad espandere il suo raggio d'influenza fino a tutti i comuni vicini ("una città da 200mila abitanti" è lo slogan), con conseguente perdita di identità per i comuni stessi, si parla in realtà di un processo già in atto da anni e anni, che rischia solo di essere formalizzato. Da quanti anni sono venute ad abitare nei nostri paesi persone provenienti dalla realtà cittadina, che usano il nostro territorio come "dormitorio" (altro slogan celebre), per poi spostarsi in città per lavoro, intrattenimento, commercio (cioè per tutto ciò che determina la crescita e la vitalità di un territorio)? Sempre più scarsa è la partecipazione alla vita della comunità nella quale si abita, sempre più trascurate sono le necessità del paese, sempre più indifferenza c'è tra gli abitanti, sempre più la voglia di curare solo il proprio orticello. Il fenomeno è già in corso, la minaccia non è una minaccia ma un allarme che noi stessi abbiamo suonato da otto anni, nel nostro piccolo. Non solo la nostra identità, ma il nostro futuro economico e culturale è a rischio, come territorio. Se San Giuliano si avvia a diventare periferia di Pisa, il pericolo di diventare una "periferia della periferia" è già scattato. Questi otto anni di "Voci dalla Rocca", con tutti gli annessi e connessi di riflessioni, dibattiti e scontri, mi hanno però fornito, oltre alla diagnosi, anche una possibile cura. In tre punti. Primo. Servono investimenti sul territorio. E' risaputo che senza soldi non si va lontano. E' triste, ma è così. Servono investimenti sulle nostre infrastrutture soprattutto, e capiamo anche che con i tempi che corrono non è cosa facile, ma è una necessità non oltremodo eludibile per evitare il declino. Parcheggi, sistemazione delle strade e delle piazze, viabilità migliorata, nuovi servizi (solo per fare un esempio: è anche per questo che Ripafratta aveva chiesto una linea bus che collegasse il lungomonte con il nuovo polo ospedaliero di Cisanello). Bisogna trovare il modo di sostenere gli esercizi commerciali (specialmente quelli a carattere tradizionale) che hanno difficoltà a reggere la concorrenza della grande distribuzione sempre più vicina e sempre più totalizzante; è chiaro che se un territorio rimane sguarnito di esercizi commerciali, è destinato a diventare ben presto un insieme di case-dormitorio. Investimenti anche nel campo del turismo, che potrebbe essere un (se non "il") punto di svolta: non solo la riqualificazione dei nostri monumenti, ma anche la loro accessibilità e promozione. Secondo. Serve una cultura del territorio. Non è soltanto la nostra crescita economica a non avere futuro certo. E' anche la nostra crescita culturale. Serve allora difendere, mantenere e promuovere una cultura del territorio, del suo ambiente, delle sue tradizioni, della sua storia. Dalle piccole cose della nostra memoria, alle grandi eredità artistiche di cui siamo depositari. I monumenti, ma anche le festività, i sapori, quel tesoro di saperi inestimabile che sono gli anziani, la difesa della nostra natura, dai monti al Serchio. Bisogno sostenere le associazioni che si fanno carico di questa sfida e incoraggiare la nascita di nuove iniziative. Senza una conoscenza della nostra identità, come si può pretendere di difenderla? Come si può pretendere che la gente (i giovani!) vi si appassioni se non la si preserva e la si diffonde con forme sempre più innovative? Terzo. Serve partecipazione. Occorre che le persone si aprano, invece di chiudersi in casa. E' una tentazione, questa, anche simbolica. Invece è bello mescolarsi agli altri, confrontarsi, scontrarsi: ci costringe al compromesso, ad aggiustamenti di rotta, a crescere come persone e come cittadini. Per questo sono utili le forme di associazionismo organizzato, ma anche e soprattutto le tradizioni dei paesi, l'organizzazione delle iniziative, le m