Editoriale
Ripafratta "a piedi"
Terremoto-stazione, restaurata ma a rischio chiusura
Ma cambiare le cose è possibile ...
I pendolari infuriati e il "miraggio" della metropolitana "leggera"
Nuova viabilità, proposta alternativa presentata a Ripafratta
L'Asilo, quando era ancora un Asilo
Castiglione di Val di Serchio (Castiglioncello)
Arliano
Il fosso dei Molini straripa vicino a Pisa
Lettere recapitate in questo mese
Un breve editoriale scritto da tutta la Redazione per annunciare una bella notizia per "Voci dalla Rocca" e per tutti i suoi lettori, ovvero l'ingresso di due nuovi "redattori" nella nostra squadra! Nello specifico, i "giovani talenti", che potete leggere già da questo numero, rispondono al nome di Andrea Del Chiaro e Lavinia Bianchi; nemmeno loro sono sfuggiti al pennello di Matteo Benotto che li ha ritratti qui accanto, "sorte" già toccata a tutti gli altri membri della Redazione in più occasioni. Siamo molto fieri di questi ingressi, che cambieranno senz'altro sia il nostro lavoro - alleggerendolo - sia il risultato finale - migliorandolo. Speriamo davvero che ci diano una mano a portare avanti questo progetto e questa speranza che è "Voci dalla Rocca". Naturalmente, aspettiamo ancora tanti di voi che, anche saltuariamente, vogliano intervenire sul nostro giornale. Ricordiamo che all'interno di "Voci" non c'è nulla di obbligatorio e che anche essere membri della Redazione non significa dover scrivere necessariamente ogni mese. Conclusi i convenevoli di rito, vi diciamo subito che questo è un numero quasi interamente dedicato alla "questione stazione"; soprattutto perché ci sono state grosse novità e importanti sviluppi nelle ultime settimane. Sviluppi che non sempre vanno in positivo. Sembra infatti che le Ferrovie abbiano intenzione di chiudere la sala d'aspetto, cosa che comporterebbe una grande serie di disagi, inimmaginabile per chi non la frequenta da pendolare. Le prossime pagine sono dedicate soprattutto a questo. Intanto, ci stanno pervenendo - e ci fa un gran piacere - le prime indicazioni su chi vorreste fosse il "Ripafrattese dell'anno" (che sarà "proclamato" dalla Redazione sul prossimo numero). Ne terremo senz'altro conto, vedrete. Lo spazio che ci resta lo dedichiamo anzitutto a fare i dovuti (e sentiti) auguri di pronta guarigione al nostro Pievano, che in queste settimane è costretto ad una forzata "vacanza", ma sappiamo che si rimetterà presto. E in secondo luogo a ricordarvi che presto passeremo nelle case degli abbonati per rinnovare l'iscrizione (chi non fosse visitato da uno dei nostri addetti può abbonarsi con la cedola che trovate in fondo a questo numero); la quota quest'anno è di 10 euro. E' un po' (poco) aumentato rispetto allo scorso anno, sia per i costi di stampa, sia perché vogliamo fornirvi un giornalino sempre più ricco e con sempre più pagine. Ricordiamo anche che questo numero viene distribuito in un maggior numero di copie, proprio perché tutti ci possano conoscere. Vi auguriamo buona lettura e soprattutto, se non dovessimo risentirci prima, buone Feste a tutti.
la Redazione
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Negli ultimi giorni , specie nelle giornate di pioggia, ho cominciato ad osservare l'aspetto del nostro paese. La mia attenzione è stata attirata soprattutto dal manto stradale di Ripafratta , in particolare dal marciapiede, che è molto dissestato e in alcuni tratti addirittura inesistente. Inoltre, molte volte i marciapiedi sono inagibili a causa delle auto in sosta, e ciò è dovuto alla mancanza da sempre di un parcheggio adeguato di cui abbiamo sempre sentito parlare ma che in pratica non è mai stato realizzato. Tornando al problema del manto stradale, bisogna dire che chiunque si soffermi a guardare non si fa certo una bella impressione. Oltre a non essere bello a vedersi, crea anche parecchi disagi, soprattutto nelle giornate invernali; infatti diventa anche pericoloso passeggiare e muoversi a piedi nelle giornate di maltempo perché la strada diventa scivolosa (basti pensare a Via di sopra) e nel peggior dei casi è facile cadere. Inoltre la strada Statale è molto trafficata e non ci si sente sicuri nemmeno ad uscire di casa per andare all'alimentari o dal giornalaio perché si ha paura di essere investiti; le macchine hanno una velocità sostenuta e bisogna prestare molta attenzione soprattutto alla curva, dove spesso non si è visti dagli automobilisti o dai ciclisti che frequentano le nostre strade. Per non parlare dei veicoli "pesanti" e degli autobus che passano regolarmente e che spesso bloccano il traffico. Un episodio che fa riflettere si è verificato un anno fa, quando un nostro compaesano venne investito nei pressi dell'ufficio postale da un camioncino, perché la strada è stretta e benché camminasse dalla sua parte e lungo il muro venne colpito dal veicolo riportando ferite gravi. Nei pressi della stazione poi i marciapiedi ci sono, ma sono impraticabili a causa di buche nel terreno e di rami ed erbacce che non vengono rimosse, e questo non agevola i pendolari che la mattina per andare a scuola o al lavoro prendono il treno e sono costretti a camminare sulla strada,come del resto in tutto il paese, dove le case si trovano direttamente sulla strada. Forse bisognerebbe riflettere sull'argomento e chiederci se è giusto che i veicoli procedano a velocità così elevata in un centro abitato piccolo dove molte persone si spostano a piedi, e se si può accettare che la situazione resti tale. Questo è un problema da non sottovalutare e che andrebbe preso con maggior considerazione dall'autorità competente. Fra l'altro queste autorità competenti sono molto spesso pronte a far multe per eccessi di velocità fuori dai centri abitati, con autovelox spesso nascosti fra gli alberi, mentre non prestano molta attenzione in realtà a zone dove il rischio per il cittadino esiste davvero. Certo è che è difficile cambiare la situazione se non se ne parla; quindi speriamo che un giorno muoversi a piedi per il paese diventi più sicuro per tutti. Per ogni tipo di considerazione o se volete segnalare qualcosa riguardo all'argomento potete scrivere all'indirizzo del giornalino così ne riparleremo in futuro.
di Lavinia Bianchi
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Torniamo a puntare i riflettori sulla Stazione del nostro paese. Anche questo mese dobbiamo (ahimé) ricordarvi la notizia pubblicata già sull'ultim'ora dello scorso numero, ancora di attualità (e purtroppo potrebbe rimanerlo per molto tempo ancora).
Ma una cosa alla volta. Anzitutto, vi diamo conto degli ingenti lavori che sono stati fatti attorno all'edificio centrale e all'area di attesa. Le impalcature e gli operai che vi hanno lavorato non ci sono più, ma i lavori sembra non siano finiti (sono state "recintate" le altre aree della stazione). Tutto è iniziato con una ristrutturazione parziale della facciata (che dà sul parcheggio), per la messa in sicurezza (alcuni calcinacci infatti stavano cadendo). Poi l'attenzione si è spostata sui vetri dei bagni pubblici e della vecchia sala d'aspetto di II classe (ormai chiusa da moltissimi anni), rotti dai vandali e ora sostituiti da tapparelle. Riparati quelli, le impalcature si sono spostate sulle pareti del retro stazione, e devo dire che hanno re-imbiancato e ridipinto in maniera ineccepibile.
Ma la brutta notizia era evidentemente dietro l'angolo.
Sono stati infatti affissi sia sulla facciata del retro che internamente alla sala d'aspetto (peraltro privata delle belle panche di legno) alcuni manifesti, con relativa raccolta di firme, in cui si informavano i pendolari della volontà delle Ferrovie di chiudere definitivamente le sale d'aspetto delle stazioni cosiddette "secondarie". Così abbiamo ritenuto di dover contattare il promotore di questa raccolta firme e di questa protesta, che ci ha prontamente risposto. Nicola (questo il nome) ci informa e informa che continuerà con la raccolta ancora per un po', per avere più firme possibile. Ricorda inoltre che il foglio affisso all'interno della sala d'aspetto è stato rimosso (rubato?), e conteneva ben 42 firme. Invitiamo pertanto coloro (o colui) che l'hanno tolto a restituirlo. Nicola ha inoltre annunciato, quando lo abbiamo incontrato, che esporrà un quaderno in cui raccogliere disagi e proteste dei pendolari, o comunque dei clienti FFSS. Insomma, una mobilitazione non indifferente, che ha già raggiunto altri "utenti" e a cui "Voci dalla Rocca" si è associata con un comunicato ufficiale che potete leggere sul nostro sito internet www.vocidallarocca.com e affisso in bacheca in piazza. Alla vicenda si è interessata anche "La Nazione", che nell'edizione di venerdì 9 dicembre 2005 ha pubblicato un articolo in cui si riportano numerosi stralci del suddetto comunicato e si citano le preoccupazioni di "Voci dalla Rocca" e di tutti i Ripafrattesi. E' con spirito di collaborazione che chiediamo ai lettori che siano anche eventuali utenti della stazione o che ne abbiano a cuore le sorti e che volessero protestare, segnalare, consigliare qualcosa riguardo alla vicenda, di scrivere ai nostri indirizzi di Redazione.
Nella pagina accanto trovate, in alto, la lettera con cui la Regione ha risposto al promotore della protesta annunciando la chiusura della sala. In basso, invece, un estratto dall'articolo pubblicato su "La Nazione".
RIPAFRATTA - A richio ciusura la sala d'aspetto della stazione di Ripafratta. Scendono in campo i cittadini e i pendolari che usufruiscono della stazione per chiedere alle autorità di bloccare questa decisione [...]. La notizia arriva dalla Regione Toscana in una lettera di risposta ad un cittadino che aveva chiesto informazioni in merito. Lettera poi affissa nella stazione di Ripafratta. Il comune di San Giuliano, che ha già mostrato sensibilità per il recupero della Stazione di San Giuliano, si attivi immediatamente e possa fornirci maggiori e più precise informazioni - è l'appello lanciato dalla redazione di "Voci dalla Rocca", il periodico di Ripafratta - e chiuediamo che eventualmente possa essere l'autorità comunale a farsi carico di interventi mirati a impedire che la decisione diventi operativa [...]
di Angelica Pardi
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Sarebbe stato assai più facile parlare di anni di abbandono, incuria, ritardi mostruosi dei treni, sporcizia, vandalismo, inefficienze, promesse di rivoluzioni sulla tratta; sarebbe stato più facile parlare dei disservizi cui sono costretti i poveri "clienti" della Stazione, se proprio in questi giorni non fossero stati portati a termine alcuni "strani" lavori di restauro dell'edificio centrale e dell'area vicino ai binari. Strani perché non ne capiamo la vera motivazione di fondo; ma senz'altro ben accolti da tutti. Eppure, nonostante l'apprezzabile lavoro di trucco (è stata completamente ridipinta la Stazione, i suoi interni ed esterni), la situazione rimane grave. Insomma, è un passo avanti, ma c'è ancora tanta strada da fare e - così ci sembra - poca intenzione di mettersi in cammino. La questione della ventilata chiusura della sala d'aspetto (anch'essa incomprensibilmente riverniciata) ha riportato alla luce la realtà (drammatica) delle condizioni in cui i numerosi pendolari che usufruiscono della nostra Stazione (e della linea Pisa-Lucca in generale) si trovano a viaggiare quotidianamente. Come saprete tutti, la Stazione di Ripafratta è frequentata da decine e decine di passeggeri ogni giorno, dal momento che è l'ultima prima di Lucca e che qui confluiscono persone da Filettole, Nozzano, Cerasomma, Montuolo, Pugnano ecc. Il terremoto che ha provocato l'annuncio della chiusura della sala d'aspetto ci ha permesso in un certo senso di entrare in contatto con la realtà (difficile) di questi pendolari, stretti fra la necessità di usare un mezzo oggettivamente comodo come il treno e i disservizi delle Ferrovie. Molti di loro sono anche Ripafrattesi, e se ci stanno leggendo in questo momento sanno bene cosa intendiamo. E' arrivato il momento di dire una parola chiara sulla questione della linea Pisa-Lucca e delle sue tre Stazioni (anzi, escludiamo pure San Giuliano che il Comune ha appena ristrutturato per farne un centro di informazione turistica). Anche perché riguarda in primo luogo Ripafratta. A seguito della trasformazione della linea Pisa-Lucca in quella che viene chiamata con un po' d'ottimismo "metropolitana leggera" (due treni ogni ora, con il sistema Memoriario, già sperimentato sulla Pisa-Firenze, controllate la rubrica "Utilità Pubblica" più avanti), probabilmente le Stazioni di Rigoli e Ripafratta riceveranno - o così speriamo - qualche attenzione in più. E tuttavia, noi vogliamo guardare al presente, a quello che c'è da fare e a quello che si potrebbe fare di concreto non solo per salvare la nostra Stazione, ma anche per ridarle un po' di vita e "restaurarla", oltre che nelle sue strutture, almeno nelle sue funzioni e nel suo spirito di servizio originario. Nel corso degli ultimi mesi, ci sono stati interventi sulla tratta volti a "migliorare" la percorrenza dei treni, cioè a velocizzarli e a farli arrivare magari anche in orario (ci sono davvero riusciti?). Questi interventi si sono concentrati soprattutto presso la Stazione di Rigoli, dove sono stati installati alcuni nuovi tipi di scambi, per "velocizzare" l'operazione, e presso la Stazione di San Giuliano, dove si è costruito addirittura un doppio binario. I primi interventi venivano annunciati addirittura un anno fa, il 4 dicembre del 2004, sul quotidiano "La Nazione", e riportati sul numero di dicembre 2004 di "Voci dalla Rocca". L'articolo della Nazione aveva suscitato un vespaio, perché, fra le tante operazioni volte ad agevolare la situazione dei pendolari, niente era previsto per la Stazione di Ripafratta. La dimenticanza delle Ferrovie aveva attivato una protesta del nostro Comitato, che aveva fatto pubblicare un articolo in risposta sul quale si diceva: " All'indomani degli annunciati interventi di potenziamento sulla linea Pisa-Lucca, il Comitato per Ripafratta punta il dito contro questa "dimenticanza" […] "Un errore - prosegue il Comitato - che tradisce una scarsa conoscenza del territorio da parte della RFI [Rete Ferroviaria Italiana, ndR]. Le condizioni degli edifici sono vergognose […] ". Nessuna risposta era arrivata dalle Ferrovie. Ora, a distanza di un anno, i primi segnali. Lavori di "restauro" però piuttosto sospetti (soprattutto perché si è isolato il corpo centrale delle altre strutture, che sono state recintate, e non si capisce cosa se ne voglia fare...). E poi, naturalmente la questione della chiusura della sala d'aspetto. Come avete letto nell'articolo precedente, tutto è nato dalle proteste di un pendolare (stufo di veder arrivare costantemente in ritardo il treno delle 8.51, per esempio) che, vedendo sparire le panchine dalla sala, si è insospettito e ha fatto presente la cosa al numero verde della Regione, Area Trasporti. La risposta l'avete potuta leggere a pagina 5. Chiudere la sala d'aspetto (e, a quanto pare, in tutte le piccole stazioni come la nostra) è l'espressione più evidente di cosa significa "tagliare i servizi" per risparmiare. Come conseguenza, nell'inverno che si avvicina, i pendolari potrebbero essere costretti ad attendere il treno all'aperto, cioè al freddo. Bel modo di garantire un servizio. E questo si aggiunge alle tante difficoltà che gli "utenti" del treno ci hanno raccontato in questi giorni. La puntualità dei convogli è praticamente un miraggio; le condizioni in stazione sono proibitive; manca un posto dove fare i biglietti; manca persino la macchinetta obliteratrice. Manca tutto, e così non va. Per cui, la proposta che facciamo noi è semplice, e garantirebbe - se attuata - una decenza che oggi manca. Anzitutto si abbandoni l'insano proposito di chiudere la sala d'aspetto. Se le Ferrovie non ci sentono da quell'orecchio, che sia il Comune a ricordarglielo vivacemente. Poi si installi la famosa macchinetta per timbrare i biglietti; e si aggiunga pure una biglietteria automatica, altra macchinetta dallo scarso costo e dalle notevoli rendite. A questo si obietterà che il problema della "criminalità" è presente e "costante" e tali strutture, senza contare la sala d'aspetto, ne risentirebbero. Bene, allora va risolto anche quello, in un modo o nell'altro. Ma vi pare che, siccome ci sono dei vandali e dei ladruncoli, invece di fermare il fenomeno si chiudono le stazioni? Questo vuol dire arrendersi di fronte alla criminalità. E quale sarà la prossima mossa, chiudere tutte le banche per evitare le rapine? No. Anzitutto, e questo sì che andrebbe controcorrente, servirebbe un addetto, uno solo, per le stazioni di Rigoli, San Giuliano e Ripafratta (cioè per quelle della tratta Lucca-Pisa). Una sola persona, che si occupi anzitutto di aprire la mattina e chiudere la sera la sala d'aspetto, per evitare intrusioni notturne. E poi che curi un minimo gli altri ambienti della Stazione, cosa che necessita di meno di un giorno alla settimana. Al solito, visto che le Ferrovie mostrano sordità, se ne interessi il Comune. Non dovrebbe essere un aggravio eccessivo dirottare qualche addetto o qualche operaio sulle stazioni… Questi piccoli ma importanti interventi riconcilierebbero i pendolari con la loro Stazione, e farebbero un favore anche alla cittadinanza. Ma sono inutili senza un "corrispettivo" dall'altra parte. Serve, cioè, più civiltà da parte della "società", che poi siamo noi. Come ci hanno fatto notare alcune persone, sarebbe bello che la stazione rimanesse a lungo così com'è, cioè senza scritte e imbrattamenti. Purtroppo manca un po' di sensibilità (molta?) e di rispetto per ciò che è di tutti. Facciamo quindi un appello: prima ancora di chiederla, mostriamola un po' di civiltà. Non imbrattiamo la Stazione, rispettiamo i luoghi pubblici e ricordiamoci che tante mancanze (ad esempio, la fontanella che è chiusa o i bagni che sono murati) sono dovute anche al cattivo uso che se ne faceva… Con questo, nessuno si senta però autorizzato a chiudere le sale d'aspetto…
di Francesco Noferi
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La chiusura della sala d'aspetto della Stazione ha sollevato un caso, ma il disagio di chi utilizza la linea Lucca-Pisa è quotidiano. Noi abbiamo voluto fare una piccola ricerca su Internet, così, tanto per provare. Sono venute fuori una quantità di proteste, lamentele, testimonianze che neanche noi ci aspettavamo.
La dura vita del pendolare Lucca-Pisa (e viceversa, ovviamente) merita quindi di essere conosciuta, proprio attraverso le testimonianze che vi proponiamo e che sono tratte da vari siti. Tutte concordano nel constatare che la situazione della tratta è disastrata, con ritardi davvero notevoli, o addirittura con la soppressione non annunciata di treni. E la situazione, che dovrebbe essere risolta dalla costituzione della cosiddetta "metropolitana leggera" del "Memorario", ovvero con due treni ogni ora sulla linea Lucca-Pisa, non accenna a migliorare. Anzi…
Testimonianza raccolta dal sito internet
www.legaconsumatoritoscana.it
04/02/2005 - Salve, sono un pendolare sulla linea Pisa-Lucca, precisamente tra le stazioni di Pisa Centrale e Ripafratta, da quasi 4 anni. Iniziamo subito: il treno che dovrebbe passare da Ripafratta alle 8.51 in questi 4 anni è stato puntuale esattamente 4 volte: una ogni anno! Perché non spostano l'orario a 10 minuti dopo, così eviteremmo di fare corse per essere puntuali ed eviteremmo di passare almeno un quarto d'ora al giorno in una stazione umida e fredda perché senza riscaldamento? Facendo i conti ho ormai passato SETTIMANE del mio tempo ad attendere quel treno!!! A onor del vero, vorrei precisare che non prendo questo treno OGNI giorno, ma almeno 3 volte la settimana... Passiamo oltre. Il treno delle 17 e 15 da Pisa sulla stessa tratta, 3 volte su 5 è in ritardo, e alcune volte salta direttamente a quello delle 17 e 40. In questo caso, comunque, dipende dai periodi... Finite le segnalazioni generali passiamo a quelle più recenti: è capitato che per 2 giorni a filo il treno delle 18 e 40 da Pisa fosse guasto e non ci fosse servizio sostitutivo (il successivo è un'ora dopo). A questa serie potrei aggiungere chissà quante altre segnalazioni, ma mi limito alla seguente, che mi sta particolarmente a cuore: il treno garantito 6606 del 17/01/2005 alle ore 8 è sì passato dalla mia stazione, ma non si è fermato!!! Considerate che quel giorno era sciopero, e non c'erano altri treni. A questo proposito ho inviato agli indirizzi rimborsibtn.pax@trenitalia.com e rapporticlienti.pax@trenitalia.com la seguente e-mail: "Salve,stamani (07/01/2005) il treno garantito 6606 che effettua la tratta Firenze-Pisa via Lucca con orario di partenza 06:15 non si è fermato alla stazione di Ripafratta alle ore 07:59. Ho dovuto quindi utilizzare la mia auto, con conseguenti costi aggiuntivi. Inoltre avevo appuntamento con alcune persone che stavano viaggiando sul treno suddetto, appuntamento che è ovviamente saltato. Per finire, a causa di questo vostro disservizio, sono giunto in ritardo al mio posto di lavoro. Richiedo pertanto un rimborso di almeno 50 Euro. In attesa di una pronta risposta, invio cordiali saluti."
Altri, in un forum (cioè una sezione di discussione) del sito www.ferrovieonline.it, sono più brevi e più caustici.
Un "utente" della tratta dice: "La situazione della linea è peggio di 50 anni fa, infatti 50 anni fa si incrociava pure a Ripafratta e a San Giuliano Terme. Bravi a tutti!".
Altri sperano in un raddoppio della linea, altri ancora sono scettici verso ogni ipotesi del genere: "Per il raddoppio confermo che non se ne parla. E "metropolitana Lucca-Pisa-Livorno" è una frase che usano i politicanti per ottenere voti, quindi solo fumo". Ce n'è poi un altro che concorda: "Eh sì, il solito blaterare da politicante. Il bello è che viene ripetuto spesso, e i giornali riportano queste notizie come se fossero "buone nuove". Sarebbe bello fare una rassegna stampa su annunci di raddoppi, metropolitane, ecc. "
Altro utente che punta il dito contro la riduzione degli incroci (ricordiamo appunto che anche a Ripafratta era presente un incrocio, prima che venisse smantellato tempo fa): "Questa riduzione delle stazioni dove il treno può incrociare è micidiale. Spesso si debbono aspettare delle mezz'ore per aspettare il treno che viene in senso contrario."
Altri ancora fanno congetture su possibilità di raddoppio della linea, ma è evidente che il problema è proprio il tratto di Ripafratta, dove la ferrovia corre fra le case e l'Ozzeri: "E dire che su quella linea il raddoppio costerebbe pochissimo!!! Nessun ponte galleria casa da espropriare .... solo campi. Il problema esiste solo nel tratto poco prima di Ripafratta fino a Montuolo, tutto questo continuando a considerare l'ipotesi che rendano il falso doppio binario Lucca - Montuolo, un doppio binario reale, con bivio per la linea per Viareggio. In quel tratto la ferrovia corre stretta (un pezzo spettacolare della linea) tra le case e l'alveo del torrente Ozzeri."
Se ne potrebbero trovare tante altre, di testimonianze come queste; noi non possiamo riportarle per mancanza di spazio, ma vi abbiamo dato un assaggio significativo e vi invitiamo a fare un giretto su internet o direttamente in Stazione durante l'ora di punta… Di sicuro, è arrivato il momento che le Ferrovie e gli Enti Locali si occupino della disastrata situazione dei pendolari della Lucca-Pisa, e magari anche delle stazioni che dovrebbero accoglierli...
a cura della redazione
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Ogni paese ha i suoi problemi, è una verità innegabile. Questi, grandi o piccoli che possano sembrare, vengono analizzati da chi di competenza: se ne studiano le cause e, qualora sia possibile, si provvede alla loro risoluzione. Ottica di idee, questa, del tutto estranea a noi abitanti di Ripafratta, visto che i problemi del nostro paese si è sempre preferito dimenticarli, se non costretti a considerarli per cause di forza maggiore. Ne è un esempio lampante il più volte discusso tema della viabilità: traffico intenso e pesante che quotidianamente attraversa il nostro centro abitato, costituendo un grave rischio per gli abitanti che di fatto non sono liberi di recarsi a piedi in chiesa, o alle poste, o in qualche negozio, senza correre il pericolo di venire investiti. Nel 2002, per la prima volta l'amministrazione comunale, con la redazione del nuovo piano regolatore, ha proposto una possibile soluzione per evitare che questo pericolo perduri. Ricordiamoci infatti che presso la piana di Farneta, al secolo via Morelli, è tutt'oggi presente, seppur in crescente stato di abbandono, il troncone della vecchia autostrada. Ecco quindi l'idea: una volta demolito il ponte del passaggio a livello, ripristinare il pezzo di autostrada in disuso e i tre ponti che attraversano in successione la ferrovia, il canale Ozzeri e il fiume Serchio deviandovi il traffico diretto verso Filettole, Avane e Nozzano; per riallacciarsi poi con la via statale Abetone verrebbe creato uno svincolo che andrebbe ad innestarsi al livello della stazione, cancellando così l'attuale campo sportivo. Purtroppo la realtà è molto più complessa e i motivi di perplessità riguardo a questo progetto sono numerosi. E' ancora la vecchia autostrada, costruita intorno agli anni cinquanta, in grado di sostenere un traffico intenso e pesante? E i ponti? Siamo a conoscenza dell'effettivo stato in cui versano? Foto dimostrano che in certe zone dei ponti è venuta meno l'aderenza tra il cemento (se poi di cemento si tratta, visti gli anni in cui furono edificati) e i tondi di ferro che vi passano dentro. Tuttavia i rilievi e i carotaggi sembrano evidenziare che i ponti reggano ancora. Pensiamo poi alle conseguenze di far passare una strada così trafficata all'interno di Farneta, oasi verde del paese. Pensiamo all'inquinamento atmosferico e acustico che ne deriverebbe e al rischio per la salute di chi coloro che abitano la zona. La costruzione della bretella di raccordo inoltre, cancellerebbe, come accennato, il campo sportivo, frutto dei sacrifici dei precedenti comitati paesani, nonché aumenterebbe notevolmente il rischio di allagamento della piana, che è già elevato. Questi gli aspetti negativi che forse non sono stati tenuti in debita considerazione. Oggi però si presenta un'altra possibilità. Il gruppo di minoranza del Consiglio Comunale, infatti, all'alba di una possibile realizzazione di questo progetto, ha ipotizzato un intervento alternativo: la costruzione di un ponte ex novo che attraverserebbe ferrovia e Ozzeri per poi ricollegarsi al ponte sul Serchio, quello in condizioni migliori. Questo ponte si allaccerebbe poi alla statale tramite una rotatoria, all'altezza della Pedata. Anche questo progetto contempla la demolizione del passaggio a livello, ostacolo alla creazione di una linea di metropolitana leggera, prevista per il futuro. La vecchia autostrada verrebbe quindi demolita, e il materiale con cui fu edificata ripristinato nelle cave da cui venne tolto. La piana di Farneta riacquisterebbe pertanto il panorama antecedente alla costruzione dell'autostrada e si eviterebbe in tal modo di portare al suo interno traffico, inquinamento e rumore. Sul piano economico le due soluzioni si equivalgono anzi, a ben vedere forse, il piatto della bilancia pende in favore del nuovo progetto. Se infatti è meno costoso utilizzare il tracciato già presente dell'autostrada c'è da considerare l'elevata probabilità che i ponti vengano dichiarati inagibili a lavori iniziati e, di conseguenza, demoliti in corso d'opera, con le spese aggiuntive che tutto ciò comporterebbe. Col nuovo ponte si verrebbe invece a creare una struttura nuova, più sicura e con un costo forse maggiormente definito già in partenza. Sulla golena tra Ozzeri e Serchio si renderebbe poi disponibile un'area, di un centinaio di metri quadrati, a pochi passi dalla stazione, che potrebbe essere adibita a parcheggio. Di tutto ciò e di molto altro ancora si è discusso nella riunione che avuto luogo presso i locali dell'ex asilo in data venticinque novembre. In tale sede il suddetto comitato di minoranza ha posto una scelta di fronte ai quindici ripafrattesi presenti: lasciare che si procedesse con l'attuazione del vecchio progetto oppure appoggiare la nuova alternativa, che sarebbe stata presentata in Comune solo dopo aver interpellato i diretti interessati. La scelta, anche sulla base della documentazione tecnica fornita, è caduta sulla seconda opzione, ritenuta la più adatta ad assicurare un "certo grado di vivibilità" al paese. Si è presentata inoltre l'opportunità di spostare la discussione su altre tematiche di non minore importanza, come l'effettiva inesistenza di un adeguato sistema fognario o il mancato rialzo e rinforzo degli argini del Serchio lato Ripafratta, che in caso di piena, resterebbe sommersa. A questo proposito è stata proposta, per il futuro, una raccolta di firme per sostenere il nuovo progetto di viabilità e mettere il Comune a conoscenza degli altri problemi che gravano sul nostro paese. La cosa che lascia l'amaro in bocca è non tanto la semplicistica soluzione presentata dall'amministrazione comunale, quanto la quasi totale assenza di partecipanti al dibattito. In fin dei conti la questione, indipendentemente da chi sia stata sollevata, riguarda direttamente tutti i paesani, in quanto è sull'intero paese che si ripercuoteranno gli effetti dell'una o dell'altra scelta. C'è da augurarsi solo che il tutto non si trasformi in un fuoco di paglia. Ancora una volta, come ripafrattesi, avremo in mano la possibilità di migliorare il paese, vediamo di non gettarla nella spazzatura.
di Matteo Benotto
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Forse non tutti sono a conoscenza di come una volta funzionasse l'odierna Villa Stefanini, adesso utilizzata per il catechismo e per lo svolgimento di compleanni e feste di ogni genere ma che una volta aveva funzione ben diversa. Quello stabile era sede delle suore del Cottolengo che non solo svolgevano i loro compiti religiosi ma provvedevano anche all'istruzione dei figli delle famiglie di Ripafratta e non solo; i ragazzi e le ragazze dai due ai quattordici anni, infatti, frequentavano quelle stanze per imparare a leggere, scrivere e fare i piccoli lavori domestici. Il programma prevedeva un'istruzione tradizionale dai due ai sei anni, mentre da quell'età ai quattordici anni si insegnava a cucire, rammendare i calzini eccetera, ovviamente solo alle ragazze. Gli orari scolastici prevedevano l'entrata mattutina alle nove, il pranzo circa a mezzogiorno (cosa che permetteva alle famiglie di dover sfamare una bocca in meno), e l'uscita pomeridiana alle ore sedici. Entrando dall'odierno cancello ci si imbatteva negli orti, che producevano tutto il necessario al convento ma che necessitavano di una cura assidua, prontamente offerta dagli uomini del paese. Nella villa vivevano allo stesso tempo le suore e la famiglia Stefanini (che la usava però solo come residenza estiva in quanto abitanti a Buti), ma quando le suore se ne andarono dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la famiglia regalò tutto lo stabile al paese di Ripafratta. Sicuramente la modernizzazione ha portato anche all'utile apertura degli ambulatori nelle stanze sotto l'asilo, ma tutte le persone, ormai non più giovani, che hanno gentilmente risposto alle mie domande riguardo all'ex Asilo sono d'accordo sul fatto che purtroppo adesso non sia utilizzato appieno, quando invece dovrebbe tornare di nuovo ad essere un luogo di ritrovo per i giovani, come lo era una volta.
di Andrea Del Chiaro
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Seminascosti dalla vegetazione boschiva, vicino alla "Torre segata", sono ancor oggi visibili consistenti ruderi delle strutture principali di una delle maggiori fortificazioni dell'antico sistema medievale di confine fra Lucca e Pisa: Castiglione di Val di Serchio (Loc. "Le Muraccie"). Proprietari della fortificazione erano i nobili di Poggio, cattani versiliesi, i quali avevano avuto quel territorio come feudo, sul confine con la Selva Regia, dalla contessa Matilde (Vedi: Repetti E., Dizionario ecc., Vol. I, pp. 605-606). La costruzione di un loro centro feudale fortificato può, approssimativamente, esser fatta risalire al sec. XI. Nell'area in questione, quindi, dall'XI al XIII secolo, gravitavano sicuramente due soli organismi fortificati - Ripafratta e Castiglione - in quanto i Lucchesi non vi avevano ancora consolidato la propria giurisdizione (prima per la presenza marchionale e poi per la resistenza dei vicini cattani). Il successivo incastellamento dipenderà dall'affermarsi di questa condizione. I Lucchesi, consci del problema, richiesero all'imperatore Enrico IV di limitare l'influenza dei nobili, che poteva soffocare lo sviluppo della città. Di conseguenza fu emanato un diploma, nel 1081, che vietava l'edificazione di castelli entro un ambito di sei miglia da Lucca (Vedi: Muratori L. A., Antiquitates Italicae Medii Aevi, Milano, a. 1738-'42, T. IV, col. 19-20; Tirelli V., Lucca nella seconda del secolo XII e XIII, Op. Cit., p. 158 e 208). I nobili di Poggio, similmente ad altri feudatari versiliesi, erano alleati con i Pisani, che ne tutelavano l'autonomia contro la crescente ingerenza lucchese. Lo status quo fu mantenuto, con relativa tranquillità fino al 1162-64, quando l'edificazione pisana di una vera e propria rocca castellana a Ripafratta esacerbò i contrasti latenti. I Lucchesi, notevolmente intimoriti da tale azione, nonostante una tregua in corso, decisero di occupare (1163) la rocca di Castiglione, dirimpettaia di Ripafratta. Lucca fu perciò costretta ad occupare con la forza la postazione, considerata ideale per salvaguardarsi nei confronti di Ripafratta. Lo sforzo si rivelò vano perché Castiglione fu subito riconsegnata ai suoi feudatari, grazie all'intervento delle milizie pisane, comandate da Aldobrando Familiati. "…i lucchesi avevano occupata la rocca di Castiglione di Val di Serchio; lo perché i consoli di Pisa mandarono contr'essi il loro collega Aldobrando Familiati con buon esercito…quei di Lucca dovettero levarsi dal castello e pigliare la fuga verso la loro città. I pisani gl'inseguirono lunga pezza; molti ne uccisero, molti ne trassero prigionieri, ed ebbero riacquistata la rocca…" (Tronci P., Annali ecc., Op. Cit., Vol. I, p. 295 - 1163). Solo verso la fine del secolo i nobili di Poggio si sottomisero alle magistrature lucchesi e Lucca fu allora libera di estendere la propria influenza anche sulla rocca di Castiglione (quindi sul controfeudo naturale per Ripafratta), grazie alla fedeltà dei nobili di Poggio. L'interesse strategico per i dominis filiorum Raymundi de Podio, comprendenti la Selva Regia e Montefilettore, porterà poi al loro acquisto definitivo da parte del Comune di Lucca nel 1194. Di fatto l'azione di assorbimento, o comunque di riconoscimento dell'egemonia lucchese da parte dei feudatari non ancora inurbatisi, fu per il Comune di Lucca un fenomeno generalizzato, che non si limitò perciò solo al controllo di aree strategiche, come la gola di Ripafratta, necessaria per estendersi verso il lago di Massaciuccoli e la Versilia, ma coinvolse anche territori controllati da autorevoli cattani in Valdinievole, Val di Freddana, Garfagnana e Versilia. Negli ultimi decenni del sec. XII accrebbe il processo d'inurbamento dei nobili del contado, accompagnato dalle continue notizie relative a vendite, cessioni, giuramenti di fedeltà e …distruzioni di castelli (Versilia e Val di Serchio). Non tutti, infatti, soggiacevano a questo stato di cose: "…ciò non toglie…che altri cattani si prevalessero invece del favore imperiale, ma se si legge appunto di azioni dei Lucchesi in Versilia e bassa Val di Serchio contro cattani aiutati da Pisa, si deve ammettere trattarsi di azioni che fanno ricordare a noi in tempi recenti lo stato di guerra fra popolazioni balcaniche che si valgono di un effettivo, ma non formale, intervento di potenze maggiori, che in apparenza ne restano estranee…" (Mancini A., Storia di Lucca, Op. Cit., p. 81). "…I lucchesi per altro non trascuravano mezzi per attenuare il danno che al bisogno della loro espansione veniva dalla politica imperiale. Ne è prova il diploma del 30 aprile 1186 con cui Enrico VI, conseziente il padre, riconosce al Comune di Lucca i diritti di signoria sul contado per lo spazio delle Sei miglia..."(Ibid., p. 81). L'esigenza reciproca dei Comuni toscani di pervenire alla formazione di una stabile base territoriale, affrancandosi dalle rivendicazioni imperiali, portò alla costituzione della Lega di S.Genesio nel 1197, pochi mesi dopo la morte dell'imperatore Enrico VI. Vi aderirono i Comuni di Lucca, Firenze, Prato, Volterra, Siena ed in un secondo tempo Arezzo ed i Conti Guidi, Aldobrandeschi ed Alberti. Le rivendicazioni territoriali ed il tentativo di garantire al Comune la tutela sulla propria giurisdizione (e su aree non ancora stabilmente occupate), sono i presupposti fondanti della Lega di S. Genesio. L'obiettivo era creareuna stabile autonomia politica e commerciale per i Comuni, perciò, mai come in questo momento, era sentita l'esigenza di cautelarsi con sicure piazzeforti. L'area di confine nella Bassa Val di Serchio (presidiata fino a quel momento dalle sole Ripafratta e Castiglione) vede sorgere in rapida sequenza nuove fortificazioni, secondo un ritmo ininterrotto che si arresterà solo all'inizio del XIV sec. (esaurita la spinta edificatrice, tali posizioni saranno continuamente mantenute e rafforzate). Le fortificazioni interessate dal fenomeno (anticipato forse dalla costruzione di Castel Passerino) sono precisamente: Castiglione (1222), Filettole (1222), Cotone (1242), la Torre dell'Aquila (1264) e le torri Centino, Niccolai, di quota m. 117 (XIV sec.). I Lucchesi intrapresero una vera propria ricostruzione ex-novo per Castiglione. L'antica fortificazione dei nobili di Poggio fu distrutta od abbandonata dopo l'ultimo conflitto comunale (1168-'81) per cui, nel 1222, i Lucchesi costruirono una nuova rocca, contraddistinta da un cassero a pianta pentagonale, a cui si raccordava, ad un livello inferiore, un secondo recinto dalla forma irregolare allungata. Tolomeo Lucchese riporta la sua edificazione all'anno 1223 (vedi nota 58) mentre l'Antica cronichetta ecc. (Op. Cit., p. 17), Civitale (Historie ecc., Op. Cit., Vol. I, p. 588, "…1222…mandarono i Pisani olio per servire i Saracini; i Lucchesi lo predarono, e fatto ciò, cominciarono a fondare sul poggio che scopriva Valdiserchio Castiglioncello…") e Sercambi (Le croniche, Op. Cit., Vol. I, Cap. XXXIX, p. 22-23) sono concordi nell'indicare il 1222. In particolare il Sercambi riferisce che: "…ritrovata la pietraia, li Luchesi hedificorono la roccha…correndo li anni della natività di Christo MCCXXII a dì .XVIII. di maggio…". La guerra fra Lucca e Pisa riprese proprio nel 1222, preceduta da piccoli conflitti locali di confine a cui parteciparono, non ufficialmente, le armi dei Comuni. Ad innescare la contesa, secondo quanto riportato da Sercambi ("…Lucchesi a uno borgo presso a lito del mare, e gran quantità d'oglio tolsero che era de' Pisani, lo quale era portato quine per vendere a saracini…", Sercambi G., Le croniche, Op. Cit., Vol. I, Cap. XXXVII, p. 18), furono sufficienti banali contrasti commerciali che, nel clima già surriscaldato, provocarono conseguenze a catena. Nelle cronache contemporanee, come anche nelle successive, diventa frequente il riferimento a nuove fortificazioni, rocche in particolare, costruite all'inizio della guerra. Talvolta abbiamo l'impressione che il motivo scatenante del conflitto sia stato esclusivamente l'erezione di queste in posizioni chiave, prossime al confine, strategiche per il controllo del territorio. Durante questa guerra, i Lucchesi tentarono di chiudere definitivamente i conti con i feudatari versiliesi, alla ricerca di sicuri approdi sul litorale. Il conflitto con i nobili di Montemagno, Bozzano, Pedona, Corvaia e Vallecchia (alleati costantemente con i Pisani, garanti dei loro privilegi) era iniziato già nel secolo precedente (1169-'72) ed aveva portato ad una prima resa, sancita da un solenne giuramento di fedeltà dei feudatari (annullato nel 1209 dal diploma imperiale di Ottone IV). Alla ripresa delle ostilità il Comune di Lucca, forte anche dell'appoggio dei nobili di Montemagno, decise l'edificazione della rocca di Rotaio, avamposto fortificato in territorio versiliese, destinata a scoraggiare eventuali rinforzi dalla Lunigiana ed assolvere al ruolo di testa di ponte offensiva. Gli avvenimenti salienti del conflitto sono tutti relativi alla conquista del territorio versiliese, scandita ritmicamente dall'occupazione dei castelli più forti (Greppolungo, Montecastrese, Pedona), completata nel 1226 con la presa di Montebello. Oltre a Rotaio, un'importanza fondamentale era rivestita in questo periodo anche dalla rocca di Castiglione. La sua posizione (al culmine di un rilievo, fronteggiante Ripafratta da un lato e dominante la laguna costiera di Massaciuccoli dall'altro) consentiva, diversamente da Nozzano, un duplice ruolo strategico: mantenere il controllo su Ripafratta e, nello stesso tempo, servire come postazione di retroguardia per Rotaio e per le milizie lucchesi impegnate nello sforzo offensivo. Terminata la conquista del litorale, Castiglione perse una delle sue prerogative strategiche, mantenendo solo il ruolo di rocca difensiva nei confronti di Ripafratta. La guerra del 1222, nel suo orientamento generale, non arrise al Comune di Pisa ma fece la fortuna della Lega Guelfa. Dopo la morte di Federico II, infatti, Lucca sottoscrisse accordi decennali di alleanza con Firenze e Genova (1251), stringendo da più parti il Comune nemico. I Pisani subirono una serie continua di rovesci fino alla pesante sconfitta, contro le truppe fiorentine, di Badia S. Savino (1254) che li costrinse a patteggiare immediatamente la pace con Firenze. Le condizioni imposte dai Fiorentini furono durissime, Ripafratta e Viareggio, fortificazioni strategiche, furono cedute dai Fiorentini ai loro alleati Lucchesi. Dopo circa un secolo e mezzo, quindi, Ripafratta tornò sotto l'egida della Pantera, anche se per poco, visto che, appena sei anni dopo, le fortune dei guelfi toscani furono drasticamente ridimensionate. "…La grande e inattesa vittoria ghibellina di Montaperti - "…che fece l'Arbia colorata in rosso…", Dante Alighieri, La divina commedia, Inferno, X, 84-86 - (4 settembre 1260), dove coi Fiorentini combatterono anche i Lucchesi, fece sì che Lucca restasse la sola città guelfa della Toscana…I Pisani, rompendo i patti della pace di S. Reparata, le si volsero subito contro, e Guido Novello, podestà di Firenze, ormai ghibellina, invase il Valdarno occupando le terre lucchesi…" (Mancini A., Storia di Lucca, Op. Cit., p. 95). L'azione di Guido Novello di Battifolle, Vicario del re Manfredi, si accanì particolarmente contro i Lucchesi, colpevoli di aver dato asilo ai fuoriusciti guelfi toscani, scampati a Montaperti. I Lucchesi furono pesantemente sconfitti nel 1262, in quell'occasione "…su Lucca si venne allora ad oste, e ben presto fu preso Castiglione. I lucchesi uniti ai fuorusciti vollero far argine al toriente nemico, perché non allagasse tutto: ardirono la pugna; ma l'esito fu infelice, restando molti di loro o estinti o prigioni. Nozzano, Ponte a Serchio, Rotaja, Serrazzano caddero quindi in mano della lega…" (Tronci P., Annali pisani, Op. Cit., Vol I, pp. 469-470). L'avvenimento è confermato anche da Villani (Villani G., Cronica, Firenze, Magheri, a. 1823, Libro VI, Cap. LXXXV, pp. 121-1222): (1262) "…feciono oste sopra la terra e castella de' Lucchesi, ed ebbono Castiglione, e sconfissovi i Lucchesi e gli usciti guelfi di Firenze…e dopo la detta sconfitta…ebbono il castello di Nozano, e ponte al Serchio, e Rotaia…"; Tommasi ( Sommario ecc., Op. Cit., Op. Cit., p. 92), "…nella state, a suggerimento e istigazione de' Pisani, mosse nuovamente il regio vicario le schiere; che s'impadronirono di Castiglione sul Serchio, o Castiglioncello, sbaragliando i Lucchesi e gli usciti guelfi. Dipoi ebbero Nozzano, Ponte a Serchio, e Rotajo…"; Sercambi (Le croniche, Op. Cit., Vol. I, Cap. LXXVIII, p. 37), -1262- "…E im quell'anno funmo sconficti li Luchesi e' guelfi di Toschana a Castiglione sopra il Serchio. E'l dicto Chastiglione fu tolto e dato a'Pisan. E questo tradimento fè lo Panta Tempagnini e Bacciomeo Delle Donne…"; e Civitale (Historie ecc., Op. Cit., Vol. I, pp. 602-603), "…la banda di Pisa fecero il primo danno pigliando Castiglioncello del Serchio per trattato, dandolo loro il Parmuta Tempagnani e Baccio Mei delle Donne che vi erano a guardia. I Lucchesi con altri di Parte Guelfa vi corsero, ma vi furono rotti…". È significativo il fatto che i cronisti, di parte lucchese, sottolinearono l'occupazione per tradimento della rocca di Castiglione, tramandando anche i nomi dei colpevoli. Il più autorevole cronista dell'epoca, Tolomeo Lucchese, e l'Antica cronichetta volgare lucchese, citano appena l'avvenimento, come prologo introduttivo (dove il costante riferimento al tradimento giustifica e sminuisce l'occupazione pisana), per ricordare la riconquista lucchese di Castiglione nel 1263. I cronisti medievali erano, infatti, tutt'altro che obiettivi nelle loro narrazioni: venivano passate sotto silenzio le sconfitte militari, quando addirittura non se ne mutava l'esito, ed esaltate oltre misura le vittorie. Una disfatta, quando viene riferita, è sempre seguita da una situazione favorevole od un grande successo da ricordare, non compare mai da sola. Tolomeo e gli altri scrittori medievali tendevano a rimarcare la preponderanza strategica e politica di alcune fortificazioni rispetto ad altre. Per cui quando, ad esempio, sono costretti comunque a riportare sconfitte pesanti, essi riferiscono la perdita delle fortificazioni maggiori, tralasciando quelle considerate secondarie. In questo periodo Nozzano aveva un'importanza inferiore, dal punto di vista strategico, rispetto alla vicina Castiglione, per cui può darsi che, precedentemente al 1262, le cronache si siano soffermate solo su di essa. Quest'ultima considerazione deriva direttamente dalle testimonianze medievali che indicano come, dal 1262 al 1265, le operazioni belliche di maggior rilevanza, portate dai ghibellini, interessarono soprattutto Castiglione. La rocca capitolò ancora nel 1263 ("…Pisani obsederunt Castillione quod obtinere non poteruant, sed postea fecerunt foveas subterraneas circa arcem, quas volentes comburere interiores de dicto castro, fecerunt et ipsi foveas correspondentes praedictis, ibique cum pice proiecerunt ignem; sed quia non fuerunt providi obturare fovearum aperturas, ignis superius ascendes combussit arcem, sicque coacti sunt castellani arcem relinquere et in burgum castri se transferre, et se tradere in manibus Pisanorum…", Tolomeo lucchese, Annales, Op. Cit., pp. 81-82), 1264 e 1265 (La rocca è ancora espugnata, vengono fatti molti prigionieri, fra cui lo stesso capitano del popolo di Lucca "…Castillioni castrum et etiam Roccham, per expugnationem mirabilem, cavas ignem, edificia et alia argumenta viriliter cepimus cum V de ad versariis reclusis in eo, inter quos fuit dominus Rustichellus de Montecatino Lucani populi capitaneus…", Muratori L. A., Chronicon aliud ecc., Op. Cit., p. 113): la sconfitta più grave per i Lucchesi (strategicamente) avvenne a S. Viviana di Filettole nel 1264, "…con questa vittoria la repubblica pisana riebbe i castelli di Castiglioncello e di Cotone; nel qual luogo dette ordine che si edificasse la torre dell'Aquila, per guardia di quei luoghi…" (Roncioni R., Istorie pisane, Op. Cit., p. 554). L'affermazione dei ghibellini fu netta ed in ricordo della grande vittoria i Pisani coniarono una nuova moneta ("…ubi tunc fuit moneta nostra nova duorum solidorum cum effigie victricis aquile coronata…", Muratori L. A., Chronicon aliud ecc., Op. Cit., p. 112). La costruzione della nuova torre consentì ai Pisani un efficace coordinamento tattico e visivo fra le rocche, tenute in qualità di custodi della Lega ghibellina (e restituite ai Lucchesi solo con la pace del 1276), e le vicine Ripafratta e Filettole. Al Comune di Lucca rimase la sola rocca di Nozzano (fallito assedio del 1263); logico quindi che, da allora, iniziasse ad essere considerata come il naturale controfeudo di Ripafratta. La fortuna pisana non durò poi molto: gli eventi precipitarono dopo la sconfitta della Meloria (6 agosto 1284) per cui "…si unirono (13 ottobre 1284) Firenze, Genova e Lucca; ma il Conte Ugolino, fatto Podestà e Capitano del popolo di Pisa, prima che più aspra e forse fatale si avventasse su Pisa, la procella, aveva trattato separatamente con Firenze…ciò non tolse la continuazione della guerra con Lucca e Genova. Sperò il Gherardesca di accordarsi anche con Lucca, assicurandole Ripafratta e Viareggio ("…'l conte Ugolino aveva voce d'aver tradita te de le castella…", Dante Alighieri, La divina commedia, Inferno, XXXIII, 85-88); ma Lucca, tenute le Castella e regolato il suo possesso di Viareggio…, continuò a dar man forte a Genova…Le tristi condizioni di Pisa, straziata dalle discordie civili, segnano un sempre maggior fiorire della potenza di Lucca, che non ristette dalla sua azione nemmeno dopo la tragica fine del Gherardesca (luglio '84)…" (A. Mancini, Storia di Lucca, Op. Cit., p. 98). Le ostilità cessarono solo con la pace di Fucecchio del 1293, che poneva come condizioni l'esenzione reciproca da dazi e gabelle, libertà di transito commerciale ed il riconoscimento dello stato di fatto per le terre occupate. La perdita di Ripafratta nel 1260, insieme al parziale scadimento strategico di Castiglione, costrinse i Lucchesi a rivedere, in fretta e furia, l'intero sistema di confine in chiave difensiva. Castiglione rimaneva la rocca principale ma, data la sua vicinanza a Filettole (dominabile agevolmente dall'alto), richiedeva anche la presenza di altre fortificazioni, a guardia di Ripafratta, come Cotone (sullo stesso rilievo di Castiglione) che presidiava il lato sul fiume, proprio davanti a Ripafratta. Grazie alla loro posizione, Castiglione e Cotone, dominavano contemporaneamente sul Serchio, nel punto in cui esce dalla gola di Ripafratta, e sulla Val di Serchio pisana, territorio conteso fra Lucca e Pisa. L'edificazione di una rocca come Nozzano assumeva un carattere squisitamente difensivo: la sua posizione non consentiva il dominio su territori passibili di azioni offensive (la Val di Serchio pisana o il lago di Massaciuccoli e, quindi, la Versilia) ma permetteva di tenere saldamente una posizione, a sbarramento di valle, per cautelarsi nei confronti di Ripafratta e chiudere la strada ad eventuali invasioni nemiche verso Lucca. Eravamo allora in piena emergenza, Lucca era rimasta l'unico Comune guelfo della Toscana, e la situazione richiedeva cautela estrema ed abbondanza di precauzioni. I fuoriusciti guelfi furono alloggiati, infatti, in rocche di notevole importanza strategica, vale a dire (oltre a Fucecchio) le tre rocche sul confine con Pisa: Castiglione, Cotone e Nozzano. Con l'occupazione pisana di Lucca (1313) da parte di Uguccione della Faggiola, furono smantellate tutte le fortificazioni di confine, che potevano ostacolare la comunicazione fra i due Stati, Castiglione compresa. Ricostruita nel 1395, la rocca di Castiglione, in seguito al restauro fiorentino di Ripafratta (1504), fu trasformata radicalmente (unica fra le rocche medievali lucchesi di confine) nel XV-XVI sec., con l'introduzione di scarpe, rivellini e troniere. Con la definitiva occupazione fiorentina del territorio pisano, l'importanza della fortificazione andò scemando progressivamente fino al suo abbandono.
di Andrea Bulleri
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Questo breve contributo esamina un'edificio sacro esterno all'ambito territoriale che ci eravamo preposti di indagare nella nostra analisi sulle chiese del territorio pisano, tuttavia la Pieve di Arliano risulta assai prossima ad alcune delle pievi esposte nei precedenti numeri della rivista, non solo per vicinanza fisica ma anche e soprattutto per l'affinità dei caratteri stilistici e architettonici. La Pieve dei Santi Giovanni Battista e Martino d'Arliano si trova sulla riva destra del fiume Serchio, fra la Rocca di Nozzano e il percorso che, attraverso il valico del Monte Quiesa, conduce a Massaciuccoli. La Pieve di Ariano costituisce uno degli esempi più importanti dell'architettura sacra lucchese del periodo altomedievale, per i suoi caratteri tipici di quel filone legato ai canoni costruttivi e ornamentali di tipo lombardo-ravennate. La sua datazione risulta incerta, nondimeno, studi recenti, la fanno risalire tra il IX e il X secolo. Un documento datato 892 del Vescovo Gherardo riguardante un problema relativo alle decime e offerte sollevato tra l'Arciprete Andrea, pievano della pieve Battesimale di Arliano, ed il prete Aidprando, custode della Pieve di San Macario, testimonia che la Pieve di Arliano fu l'unica chiesa battesimale di quella zona. Enrico Ridolfi, noto storiografo delle "basiliche medievali" lucchesi (1828-1909), sostiene addirittura che la sua edificazione possa datarsi all'VIII secolo, classificandola fra le chiese più antiche della provincia lucchese, ponendola a confronto proprio con la chiesa di San Macario, attribuibile al VIII secolo. La sua icnografia a tre navate assai raccorciate, scandite da grandi pilastri a base quadrangolare poco slanciati e conclusa da un abside, restituisce all'impianto una forma pressoché quadrata. Le navate sono tutte di ampiezza diversa e sono scandite da otto pilastri piuttosto grevi, privi di base e di capitello, sostenenti arcate ribassate. Quattro di questi piedritti risultano isolati a definire una campata approssimativamente quadrata. Un'altra coppia di pilastri si trova addossata alle pareti della controfacciata e della zona absidale che da inizio ad un emiciclo il cui diametro corrisponde all'incirca all'ampiezza della navata centrale. Superiormente alle arcate si erge una muratura lapidea continua e compatta interrotta solo alla sommità dalle piccole e strette finestre quadrangolari, sopra alle quali si impostano le strutture di sostegno alla copertura, oggi coperte dalle superfici voltate costruite agli inizi del secolo XX. L'asimmetria della facciata e la "rozzezza" dell'edificio, come la definì il Ridolfi, è imputabile, con molta probabilità, non alla decadenza dell'arte del periodo, ma piuttosto alla imperizia degli artefici. Il suo corretto orientamento sacrifica l'accesso principale che avviane attraverso una stretta via delimitata da un alto poggio che occlude per due terzi la visibilità del fronte; una condizione questa assai ricorrente nei centri urbani ma, a dire il vero, singolare per gli edifici esterni alle città. L'apparecchiatura muraria dell'intero complesso è costituita da elementi lapidei appena sbozzati di piccole e medie dimensioni, montati a definire una decorazione esterna di tipo arcaico caratterizzata da una serie di lesene, lievemente distanziate dal piano principale della parete, concluse da un coronamento di archetti pensili poggianti su piccole mensole o peducci. Il largo impiego di elementi fittili, che conferiscono alle murature un sottile gioco cromatico, confermano la forte influenza della cultura lombarda più antica. L'emiciclo absidale, parzialmente occultato dall'addossamento di alcune strutture postume, presenta un paramento esterno costituito da piccole pietre squadrate disposte in filari e scarsamente lavorate. Un aspetto interessante riguarda la doppia curvatura della copertura absidale ancora oggi rinvenibile dall'incastro delle pietre disposte di coltello che ne delineano l'andamento. Anche questo è un elemento assai ricorrente nell'architettura lombarda e, come confermato dal Ridolfi, derivante forse dallo stile orientale. Anche la facciata di tipo basilicale presenta lo stesso tipo di ordine decorativo: una cornice di arcatelli rampanti sorregge due alte fasce murali poste a coronamento delle navate laterali, mentre un'altra decorazione analoga scandisce la sommità della navata centrale interrotta da una apertura centinata di forma quadrangolare e da una piccola apertura di forma circolare munita di ghiera. La parte mediana della stessa navata riporta tre arcate assi più ampie sorrette da piccole lesene, che hanno origine al di sopra della linea che definisce la chiave dell'arco della lunetta leggermente incassata del portale maggiore. L'eccessivo allargamento della navata sinistra ed il conseguente maggiore sviluppo della facciata su quel lato, è dovuto alla presenza della torre campanaria costruita in una posizione assai diversa rispetto a quella attuale. Il campanile odierno fu ricostruito nel 1845 in un punto distaccato dalle strutture della chiesa successivamente al crollo della struttura originaria. Non ci sono dati che ci facciano capire la volumetria della torre primitiva. La parte tergale della facciata presenta sostanzialmente gli stessi elementi decorativi della facciata e dei fianchi. Si rilevano in particolare la croce lucifera a forma latina nella navata minore di destra e un foro circolare nel triangolo della sopraelevazione della nave centrale: elemento assai simile a quello che si ritrova in facciata. Sulla base delle misurazioni planimetriche e dalle osservazioni dirette di alcuni degli elementi strutturali e decorativi più significativi, possiamo avanzare alcune analogie stilistiche con la vicina Pieve di San Marco di Rigoli, testimoniata dalle fonti scritte sin dall'anno 922. L'impianto volumetrico della Pieve di Arliano risulta assai simile a quello che la Pieve di Rigoli ci restituisce nella sua ipotetica prima fase di espansione. E' ipotizzabile dunque che la Pieve di Rigoli dovesse riflettere i modi e i caratteri del suo "archetipo" di Arliano o addirittura di San Macario, non più esistente. Di certo essa non fu l'unica nel territorio pisano ad essere influenzata dagli esempi dello stile romanico lucchese di chiara derivazione longobarda. All'interno la pelle muraria medievale non è visibile ma la stratificazione degli apparati decorativi di varie epoche consente tuttavia di percepire l'originaria spazialità dell'invaso. Questi ammodernamenti riguardarono anche le navate laterali, le quali subirono un rialzamento esteriore per costruire le superfici voltate. Anche la facciata fu modificata con l'apertura dei due ingressi laterali al portone centrale unitamente alla creazione del finestrone centrale di cui abbiamo fatto cenno. La parte tergale fu quasi completamente occultata dai piccoli edifici evidenti ancora oggi.
di Massimo Gasperini