Editoriale
Venerdì 5 novembre:l’Assemblea rielegge il Comitato
Il Comune su “Voci dalla Rocca”
SEGNALI DI FUMO
Vocidallarocca.com, pubblicità per Ripafratta anche su Internet
I NOSTRI LETTORI CI SCRIVONO
Le armi di una Rocca medievale. Ripafratta 1411
Torri, mura e cannoni
Album dei ricordi
LE NOSTRE IDEE
Polvere d’archivio…
“Dall’anima alla tavola”: cucina e memoria
Ultim'ora: Stazioni: le F.S. intervengono a S.Giuliano e a Rigoli. Ma Ripafratta?
Numero ricco di novità, ma ancora più ricco sarà quello di fine anno… nuove collaborazioni affiorano all’orizzonte, come quelle con il Comune di San Giuliano o con altre associazioni, nell’aria anche un ciclo di interviste a voi paesani, lettori e non, sul folklore e i costumi cittadini: più riusciamo a “scavare” meglio sarà… e siccome sempre di nuovo si tratta, vi annunciamo ufficialmente che presto i nostri incaricati di Voci dalla Rocca busseranno alle porte del paese per gli eventuali “abbonamenti” (rinnovati e nuovi) al nostro giornale. Il “costo” ormai invariato da due o tre anni è sempre lo stesso cioè 8,00 euro. Qualcuno di voi forse si domanderà cosa accade se non vi troviamo in casa, naturalmente anche quest’anno troverete la cedolina di “abbonamento” in fondo al giornale (per chi fosse ansioso, l’abbiamo già inserita a pag.8) che potete lasciarci, in busta chiusa e insieme al contributo, presso i nostri punti distribuzione oppure nella nostra buca delle lettere in via Silvestro Lega . Ma le novità sono ben altre. Il nostro giornale avrà un'impostazione diversa al suo interno, che potrete apprezzare già da questo numero e che si evolverà nel futuro: sarà suddiviso in due grosse "sezioni", due settori tematici: il primo, la CRONACA, che come ha come sottotitolo "Vivere nel territorio di Ripafratta" conterrà il resoconto di quello che succede in paese, con relativi articoli di commento, interventi... ma la novità vera sarà l'altra "sezione" , cioè "Territorio", che ha come sottotitolo "tradizioni, storia, ambiente, folklore, sapori" e tratterà appunto di questi argomenti (inclusa la collaborazione con l'Istituto Nazionale dei Castelli per la storia), con le eventuali segnalazioni di tradizioni che i nostri lettori volessero mandarci e dove si piazzeranno le nostre interviste a voi ripafrattesi. Questa suddivisione è uno sviluppo della "politica" che da qualche tempo "Voci dalla Rocca" ha intrapreso, tutta incentrata sulla promozione della conoscenza del Territorio con la "T" maiuscola, cioè il territorio in cui noi viviamo quotidianamente, con le sue tradizioni, i suoi "sapori", le sue memorie, la sua storia piccola e grande. Inoltre, stiamo prendendo contatti con il Comune per una collaborazione proficua. Primo segnale di questa straordinaria novità sarà l'intervista esclusiva al Sindaco Panattoni che pubblicheremo nel prossimo numero, e in cui il Sindaco parla di Ripafratta a 360 gradi. Ma veniamo al presente: in questo numero si tratterà dell’assemblea per le elezioni dei membri del Comitato, svoltasi all’inizio del mese. In "Territorio" verrà data voce al Pievano mons. Maracich che darà per noi un’occhiata all’archivio della nostra antica Pieve, (questo mese: il “Volo del Ciuco”), sempre nell’ottica di rivalutazione e riscoperta delle tradizioni. Continua la fruttuosa collaborazione con i due architetti Andrea Bulleri e Sebastiano Amato per quanto riguarda la storia medievale. Infine avremo il resoconto dettagliato dei questionari pervenutici in sede. Da segnalare inoltre, l’impegno di Luca Casapieri che continua ad aggiornare e migliorare il sito di "Voci" (www.vocidallarocca.com), che sarà utile a tutti coloro che vogliono conoscere meglio Ripafratta e visitarla in occasione di una manifestazione, ma anche a tutti i ripafrattesi, che oltre all'ultim'ora aggiornata vi troveranno tante indicazioni di servizio come collegamenti al sito di Trenitalia e della Lazzi per vedere gli orari di treni e pullman, collegamenti ai siti di Comune e Provincia, collegamento al sito delle Poste con l'orario e i dettagli dell'ufficio di Ripafratta e tanto ancora. Inoltre sia su www.sangiulianoterme.com (il portale di San Giuliano) sia su www.comune.sangiulianoterme.pi.it (sito ufficiale del Comune di San Giuliano) sono presenti i link (collegamenti) al nostro sito. Un primo risultato che fa giustizia del nostro lavoro a favore del territorio.
di Angelica Pardi
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ASSEMBLEA PAESANA INDETTA DAL COMITATO PER RIPAFRATTA DEL 5 NOVEMBRE ’04. vi dice niente? Qualcosa raffiora alla mente? Probabilmente no. Allora lasciate che vi spieghi. Lo sorso 5 novembre, appunto, nell’atrio dell’ex asilo, c’è stata la riunione del comitato cittadino per rieleggere i membri del Consiglio Direttivo dell'Associazione "Comitato per Ripafratta", inoltre si sarebbe discusso anche delle attività svolte finora dal Comitato e decise con tutti i partecipanti le future attività come feste di primavera, ed eventuali proposte del paese. L'Assemblea cittadini era stata indetta dal Comitato circa una settimana prima e pubblicizzata in tutti gli esercizi commerciali di Ripafratta oltre che in bacheca. Ma la partecipazione non è stata all'altezza dell'importanza dell'evento, evidentemente la pubblicità non è stata ben recepita o ben distribuita, almeno l'assemblea non è andata deserta... l’intenzione inoltre era quella di dare la possibilità a chiunque di candidarsi per entrare a far parte del Consiglio Direttivo del Comitato,sarebbe bastato far presente la propria volontà durante il corso dell’evento, vista però la scarsa partecipazione sono state ri-elette le stesse persone che finora ne avevano fatto parte. Nessuna novità, nessun “riassetto di cariche”… tutto come prima. È un peccato che a nessuno venga voglia di partecipare a queste riunioni, soprattutto quando si lamentano le poche attività presenti nel paese, o almeno per la curiosità di conoscere cosa si pensa o spera di poter realizzare nel nuovo anno. Nonostante questo il Comitato si ritiene soddisfatto per le iniziative svolte finora che, a resoconto fatto si sono rivelate un bel successo: la Festa di Primavera, le recenti Giornate dei Castelli, senza dimenticare le altre attività come Carnevale, Befana, e le frequentate "tombolate" pre-natalizie.purtroppo si fa ancora pesante la scarsità di aiuti esterni, cioè di persone che, anche se non vogliono entrare a far parte del Comitato, diano una mano in occasioni particolari. Ancora un volta il Comitato ribadisce che dare una mano non significa necessariamente "compromettersi" e far parte del Comitato a tutti i costi, lo stesso si dica della partecipazioni alle assemblee. Si cercano quindi nuove persone che, specialmente in occasione di tradizioni come la Befana e manifestazioni impegnative come la Festa di Primavera ed altre, , diano il loro contributo come idee o come lavoro (anche solo per l’allestimento!), insomma! come preferiscono.
di Angelica Pardi
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Per essere al servizio dei Ripafrattesi e del loro territorio, in questi quasi cinque anni abbiamo fatto e scritto davvero di tutto. Non abbiamo mai mancato di criticare ciò che c’era da criticare (qualche volta attirandoci anche dei rancori, ma non importa), né di elogiare quanto di buono il nostro paese riusciva a produrre. Vi abbiamo informato riguardo ai retroscena che stanno dietro ai progetti sul nostro futuro; abbiamo fatto un minuzioso resoconto delle iniziative del Comitato e dei risultati che hanno conseguito. In questi mesi, abbiamo costruito e stiamo costruendo una serie di collaborazioni che permettano al nostro giornale di essere non solo un notiziario, ma anche un “foglio territoriale” dove si conosce il proprio paese, le proprie tradizioni, la propria storia. Da adesso, abbiamo uno strumento in più per portare avanti il nostro “lavoro”. Il Comune di San Giuliano Terme ha accettato di essere presente sulle pagine mensili di “Voci dalla Rocca” con una serie di interventi e non solo, ma anche (speriamo) di interessanti dibattiti che coinvolgano in qualche modo la popolazione di Ripafratta (scriveteci per “dialogare” proficuamente con l’Amministrazione, su ogni tema: redazione@vocidallarocca.com oppure via Silvestro Lega n°7). Interverranno (così è nei nostri auspici) assessori, tecnici e titolari di uffici competenti. Insieme, cercheranno di darci un quadro sulle prospettive e sulle potenzialità del nostro paese. Ma non solo. Per iniziare questa collaborazione nel migliore dei modi, sul numero di Dicembre di “Voci dalla Rocca” troverete un’intervista al Sindaco, Paolo Panattoni, che parlerà di Ripafratta a 360 gradi. Per tutto questo dobbiamo ringraziare il dott. Paolo Cassola, capo Ufficio Stampa e Segretario del Sindaco, che ha ci ha ascoltato e dedicato il suo tempo, ed ha poi recepito la nostra proposta. Ma che senso ha questa “collaborazione” (termine improprio e fuorviante, forse) che “Voci dalla Rocca” ha messo in piedi per voi lettori e per tutti gli amanti del nostro territorio? Due cose sono da mettere in evidenza. La prima: non tratteremo argomenti politici, né vi faremo riferimenti direttamente o indirettamente. Non ne abbiamo intenzione né crediamo ne abbiano i nostri interlocutori comunali. Purtroppo spesso si è tentati di confondere la gestione della Cosa Pubblica con la politica. E’ un errore grave, che la storia del nostro Paese ci porta a fare; si tratta invece di due cose ben distinte, almeno ai livelli che ci interessano. Quindi, niente politica. Mi dispiace per chi se l’aspettava, in buona o cattiva fede. E’ quasi inutile ripeterlo, “Voci dalla Rocca” non ha connotazioni di alcun tipo. L’unico nostro interesse è Ripafratta. Ad ogni modo, conoscete ormai a memoria i nostri indirizzi di posta e di posta elettronica, e potete far sentire la vostra voce anche su questo tema. La seconda: si parla tanto di Comune; se facessimo una statistica, è una delle parole che più abbiamo citato noi di “Voci” nel corso della nostra storia. Progetti, critiche, lamentele, soluzioni, incontri, colloqui, collaborazioni. Tutto questo è Comune, e se ne parla spesso su queste pagine. E’ giusto che sia così. Ma le caratteristiche “storiche” dei Ripafrattesi, il nostro atteggiamento, ci ha portato spesso a vedere “Comune” come una parola altisonante, roba “da palazzo del potere”, lontana, indifferente, quando non ostile. Intendiamoci, non è una nostra psicosi, anche gli atteggiamenti delle Amministrazioni hanno talvolta spinto in questa infelice direzione, per trascuratezza o per i più disparati motivi. E tuttavia, “Comune” non è questo. Per niente. La gestione della cosa pubblica, la democrazia rappresentativa trovano la loro massima espressione - paradossalmente - al livello più basso, locale, quello più vicino ai cittadini. Per questo, le amministrazioni comunali sono un tassello così importante nel tessuto del sistema istituzionale italiano. Per storia e tradizione secolari, i cittadini italiani guardano prima di tutto alla loro città. Al livello comunale trovano compimento le principali istanze democratiche: c’è soprattutto la possibilità non solo di essere rappresentati, ma anche di essere ascoltati, se si parla con voce seria e costruttiva; e c’è la possibilità di partecipare. E noi di “Voci dalla Rocca” vogliamo questo. Che la gente partecipi. Ecco perché vi sproniamo e vi informiamo, cioè vi diamo gli strumenti per scegliere, decidere, formarvi e poi poter dire la vostra con cognizione.
di FRANCESCO NOFERI
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Chi una volta nella sua vita non ha letto un fumetto o visto un cartone animato… Io ho impresso nella mia mente il disegno di un canyon americano, con quelle montagne rocciose color terra di Siena bruciata, e dalla cima di una di queste, nuvolette di forma diversa e a distanza calcolata si susseguono… “Segnali di fumo” indiani… e in genere nella vignetta successiva si vedeva un’immagine simile, che stava a rappresentare la risposta. Questo è un po’ quello che abbiamo fatto noi con il sondaggio dei mesi scorsi, ma forse nel nostro caso la vignetta successiva avrebbe riportato sì una bella montagna, ma poche sporadiche nuvolette! Sicuramente strano e pittoresco, ma questo miei cari lettori è un rimprovero bello e buono per le poche risposte che ci sono pervenute (se contiamo il numero di copie distribuite). Vivendo in questo paese da un po’ di tempo, go avuto modo di sentire più di una volta frasi del tipo «In questo posto non c’è niente», «questo paese è come abbandonato, eppure sarebbe così bellino se solo venisse curato di più». Frasi, parole, tante parole portate via dal vento e dal tempo… ma i fatti? I fatti ci sono e si stanno consolidando negli anni, noi ne siamo un palese esempio, ma allora cosa manca a questo ingranaggio per farlo funzionare a dovere? Mancate voi, manca la partecipazione di tutto il paese! Un proverbio dice «pochi ma buoni» e un altro invece ci insegna che «l’unione fa la forza». Troppo comodo lamentarsi soltanto stando a guardare, perché davvero in questo modo se ne perde il diritto. Vedete, dare una mano non vuol dire solo “fare il lavoro pesante”, le cose da fare sono tante e basta poco per snellire gli incarichi degli altri. Per quanto riguarda più strettamente il nostro sondaggio… be’, noi vi abbiamo chiesto giudizi e consigli per migliorare il posto in cui viviamo e le uniche due cose da fare erano delle “X” e portare le risposte nei punti vendita o nella nostra cassetta postale… faticoso? E allora perché così poca affluenza? Anche questo è un modo per dare una mano, forse più importante di quanto pensiate voi, perché è proprio quando si sa cosa non va che si può lavorare (insieme!) per migliorare. E dopo questa lunga “ramanzina” è di dovere un sentito ringraziamento a coloro che ci hanno inviato i loro “segnali di fumo”. Bravi, davvero grazie mille! Ed ecco come vedete Ripafratta e i suoi eventi: 1) Avete mai partecipato alla Festa di Primavera? Le risposte sono state tutte positive e la maggioranza ha seguito entrambe le edizioni 2) Cosa avete apprezzato di più di queste due edizioni? Arrivano al fotofinish tutte a pari merito le quattro opzioni proposte, che riempiono di soddisfazione sia noi che, siamo sicuri, il Comitato. 3) Aggiungereste mostre-mercato, banchetti o cose simili? Solo un no per queste proposte, ma interessante la cosa aggiunta alla voce “altro”: “pulizia davanti alle abitazioni ed agli esercizi nella piazza e nelle vie”. Vorrei fare solo un appunto, io penso che nei giorni della festa di Primavera il paese viva il suo momento di massimo splendore perché non ricordo di aver visto sporcizia da nessuna parte, forse il problema va posto nella restante parte di anno. 4) Cosa pensate delle rievocazioni storiche medievali? Bene, e sarebbe bello si tenessero anche a Ripafratta. Sono pienamente d’accordo con voi cari lettori, però vorrei ricordarvi che dietro ogni festa c’è gente che lavora, visto che vi piacerebbe una rievocazione anche da noi, sareste pronti a collaborare per realizzarla? 5) Quali settori “a tema” aggiungereste o potenziereste? Praticamente tutti i settori sono stati gettonati. Storico, gastronomico, artigianato. 6) Sareste disposti a dare una mano per l’organizzazione delle varie iniziative? Qui arrivano i dolori… Capisco i sì accompagnati dalla validissima scusante dell’anzianità, ma contesto la scusa della mancanza di tempo! Tutti lavorano e hanno i loro impegni, ma qualcuno cerca in ogni modo di trovare un paio di ore al mese per andare alle riunioni… Faticoso? A volte. Noioso? Può darsi. Però viene fatto ugualmente… da pochi però. Fine maggio all’università è il periodo degli esami, eppure “Voci dalla Rocca” con i suoi studenti è sempre presente…. Nessuno naturalmente ci obbliga a farlo, però rinunciamo volentieri “alle nostre cose” per dare una mano e rendere in posto in cui viviamo migliore, annoverandoci così il diritto di criticare se qualcosa non va o non è andato. 7) Siete lettori abituali di “Voci dalla Rocca”? Un grazie per tutti i sì ricevuti e per l’aggiunta dell’aggettivo “interessante”. 8) Che giudizio date sul vivere a Ripafratta? Bene, unanime è il giudizio positivo, ma ci sono cose da migliorare: il più richiesto è sicuramente un parcheggio, così da sgombrare finalmente la piazza e toglierle quell’aspetto “soffocato” e disordinato. Condannati anche il menefreghismo e la scarsa partecipazione degli abitanti alle attività. Bene, tirando le somme, notiamo che le attività proposte sono state premiate a pieni voti, e che a Ripafratta non si sta poi così male perché guardando bene… qualcosa c’è anche qui.
di Sara Lippi
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Come avevo anticipato nel numero di Ottobre, “Voci dalla Rocca” ha acquistato un nuovo spazio web (www.vocidallarocca.com), con lo scopo, ricordo, di pubblicizzare, far conoscere ad un pubblico più vasto possibile, il nostro paese. Tutto questo, ci auguriamo, possa portare ad una maggiore attenzione e valorizzazione di Ripafratta da parte di chiunque ci voglia dare una mano a migliorare l’ambiente in cui viviamo. Da parte nostra ci mettiamo l’impegno che, ci auguriamo, dia nel tempo i frutti sperati. Intanto, pian piano, vocidallarocca.com si sta facendo conoscere all’interno di altri siti legati al settore dell’ambiente, della cultura e dei castelli. Siamo in contatto con alcuni siti disposti a collaborare con noi e ci hanno, per il momento “onorato” dedicando dei link (per i meno esperti, link possiamo tradurlo con collegamento) al nostro sito, di modo da avere più visibilità e quindi farci conoscere sempre di più. L’immagine che state vedendo è uno dei due siti che finora ci hanno ospitato: si tratta del sito ufficiale del Comune di San Giuliano Terme. I primi risultati di questo difficile lavoro sono gia tangibili osservando il contatore di visite della pagina iniziale di www.vocidallarocca.com. Dalla pubblicazione del nuovo sito l’incremento dei visitatori è aumentato considerevolmente - non dobbiamo aspettarci chissà quale aumento, ma per un piccolo sito come il nostro, il passo è stato davvero notevole - e ci auguriamo che questa possa essere la tendenza anche per i periodi futuri. Approfitto del momento per ricordare che adesso è attivo il GuestBook di “Voci dalla Rocca” dove potete lasciare un vostro commento o pensiero, ogni vostro suggerimento è per noi importante.
di Luca Casapieri
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Gli antichi documenti medievali raccontano più storie, nascoste fra le righe, che si manifestano, di volta in volta, a seconda dell’aspetto che interessa approfondire. Queste possibili chiavi di lettura all’inizio coesistono e appaiono in maniera simultanea, in tutta la loro ricchezza e complessità, confondendo e distraendo l’attenzione del lettore. In un precedente articolo di “Voci della Rocca”, l’architetto Amato ha con correttezza analizzato, sulla scorta di un documento d’archivio - il famoso “Verbale di consegna” del 1411 - l’impianto medievale della rocca di Ripafratta, contribuendo a favorire la conoscenza di una fortificazione poi radicalmente ristrutturata dai Fiorentini nel 1504. Lo stesso documento può essere riletto per comprendere quale fosse l’armamento di una rocca medievale all’inizio del XV sec., un periodo temporale in cui già si stavano prefigurando notevoli cambiamenti, che rivoluzioneranno totalmente il modo di combattere ed intendere l’evento bellico. Una lunga tradizione di racconti, iniziata dai cantastorie, ha contribuito a far entrare il periodo medievale, ed i castelli in particolari, nell’immaginario collettivo, influenzane e falsandone la conoscenza. Diventa oggi difficile uscire da questa dimensione fantastica, anche perché quando pensiamo ad un castello non possiamo fare a meno di immaginarlo fortemente presidiato da nerboruti armigeri e munito di tutta una serie di potenti macchine da lancio pronte a difendere affascinanti ed indifese donzelle. Come ho avuto modo di rilevare in articoli precedenti, la realtà era, ancora una volta (purtroppo tocca sempre deludere ricondurre le aspettative più fiduciose per ricondurre il tutto ad una dimensione più prosaica), molto più modesta ed ancorata al quotidiano. Pochi erano gli effettivi che componevano la guarnigione fissa della rocca, anche perché limitati erano i loro compiti durante i periodi di pace (non dovevano fare altro che tenere la posizione e segnalare movimenti sospetti); sporadico era l’utilizzo di macchine da lancio (“…uno peço di manganella rocto et fracido…”), costruite soprattutto durante gli assedi e le spedizioni militari, e l’armamento era composto soprattutto da armi bianche ed armature leggere, tipiche della fanteria. Il verbale, infatti, riferisce della presenza di “…quatro coraçi da fante a piè, buone; IIII bacinetti buoni et puliti con camaglio farsata et visiera; una cassa di verrectoni; (…) XVII balestra; XIII crochi, manchavi una manciuola; XVI pavesi grandi et alchuno piccolo”. L’arma di difesa fondamentale, quella più utilizzata ed efficace, era quindi la balestra, antichissima nella sua concezione, che completerà la propria evoluzione in periodo medievale. Già i Romani utilizzavano una serie di armi manesche, chiamate manubaliste e arcubaliste, simili alla balestra medievale, che potevano lanciare dardi o palle di pietra. L’arma è talmente nota che spesso se ne sottovaluta l’efficacia e l’importanza che, invece, era fondamentale nell’economia del conflitto medievale. La balestra fu in auge soprattutto nel Basso Medioevo in Europa e, data la sua efficacia, continuò ad essere utilizzata come arma da guerra fino al XVI secolo. Ottimi balestrieri erano i Genovesi, che inviavano corpi mercenari, specificatamente addestrati, ad ogni conflitto importante del tempo. La Chiesa, giudicandola troppo letale, ne interdisse l’uso tra i cristiani dal 1097 a 1099 (divieto peraltro mai rispettato) e poi nel 1139, in occasione del Concilio Laterano. La forza di penetrazione dei dardi, chiamati anche verrettoni o quadrelli, a seconda della forma, era tale non solo da perforare la armature, ma da rendere praticamente certa, in qualsiasi parte del corpo si fosse stati colpiti, la morte per dissanguamento. Il suo utilizzo, perciò, si diffuse progressivamente e corpi di balestrieri, a piedi od a cavallo, integrarono tutte le armate. Per esempio, 300 balestrieri erano in servizio a Saphet in Terrasanta verso il 1250, 1500 nel patto di rinnovazione della Lega Lombarda nel 1231, e l’arsenale di Venezia ne contava 1131 nel 1314. Lo stesso Riccardo Cuor di Leone fu mortalmente colpito da un dardo di balestra durante l’assedio di Chalus in Limuosin. La letalità del colpo ricevuto viene descritta anche da Sercambi nelle sue “Croniche” (1393. CCCLXV.Come la brigata di Luccha è giunta alla Roccha a Pelago): “…E mentre che le brigate giungeano e alloggiavansi scaramucciando, e avendo i dicti capitani data la bandiera del populo a Monbiliardo alamanno, soldato et capo di lancie di Luccha per bandieraio. E in el primo assaltamento, la sera, il dicto fu percosso d’no veretone in nell’anima d’acciaio, il quale, discorrendo giù, percosse in nella pansiera in nel corpo; la quale pogo valse, chè il dicto veretone passò fine alle budella, per lo qual colpo morìo a du giorni, e di lui fu molto danno, però che era valentissimo homo. (…) E così la sera venne, e ugnuno si brigò d’aconciare, facendo grandissimi fuochi, però che il tempo e l’aire il dava. E per quella nocte si steo a buona guardia”. Ciò che interessa, però, è soprattutto rilevare come anche in Toscana l’utilizzo della balestra come arma da posta fissa, all’interno delle guarnigioni militari, fosse ampiamente diffuso e comunemente impiegato per controbattere le scorrerie e controllare il territorio. Sempre il Sercambi (1397. CCCCLXXI.Come le genti da cavallo di Pisa sopragiunsero le genti di Lucha a Viareggi, e quine fu bella scaramuccia), fornisce un’interessante testimonianza in merito: “…uscirono di Pisa .CX. cavalli, homini da facti, senza paggi, e perseguitando verso la marina la brigata di Lucha quanto poteono. E perché siate avizato, quando le brigate di Luccha passòno da Viareggio verso Pisa, dienno ordine che alla tornata, se il castello di Viareggio vedesse loro venire brigate dirieto che facessero fummo e stormeggiassero. E così ordinato in ne ritornare che faceano, quelli di Pisa perseguitandoli, e il castellano di Viareggio, vedendo le brigate di Pisa venire, facendo i segni dati, la brigata di Luccha di trocto riducendosi a Viareggio, e le genti di Pisa perseguitandoli, diliberònno quelli di Luccha mectere le dicte bufale in e’ fossi di Viareggio e tucti i cavalli dentro dal primo procinto del castello, regandosi tucti a piè e acostandosi alle mura del chastello, li nimici vigorosamente giungendo. Or chi vedesse lancie rompere, balestra srocchare, homini ferire e quale chadere, e il castellano co’ suoi sergenti con bombarde et balestra le genti di Lucha difendere et quelli di Pisa noiare, lo stormo combattere e della campana grande, intanto che tucta la vicaria di Camaiore s’udivano et im parte si vedeano il brandire delle spade. E di vero, se non fusse stato il castellano co’ sergenti et agiunti che faceano le genti nimiche star discostati, i dicti arenno le dicte bufale e cavalli e homini di Luccha presi e morti; et se i dicti nimici avessero avuti balestrieri, le brigate di Luccha in que’ luogo arenno avuto assai che fare. E questa scaramuccia durò più di du hore, intanto che più d’una cassa di verectoni funo adoperati. E vedendo le genti di Pisa che non poteano per lo castello niente aquistare, tirandosi arieto, con molti cavalli feriti et homini, diliberònno del partire”. Esisteva poi un tipo più evoluto, in senso lato della balestra, la cosiddetta balista, strumento da guerra ancora più efficace ed evoluto, che si basava sullo stesso principio di funzionamento. La balista era utilizzata dai contingenti medievali, sia per la guerra di posizione che nel combattimento in campo libero (da posta o a torno nel primo caso, montata su ruote e chiamata carrobalista nell’altro), in quanto era una macchina terribile che permetteva di lanciare dei dardi di grande lunghezza, barre di ferro arroventate col fuoco, dardi guarniti di stoppa e fuoco greco. Le baliste avevano una maggiore dimensione ma funzionavano come le balestre, potendo quindi sfruttare i vantaggi di un tiro teso e molto preciso, con una forza di penetrazione devastante. La balista gigante di Quedlembourg, costruita nel 1336 per il castello di Gresburg (Germania), superò i 360 mt. di portata ed impedì ogni avvicinamento nemico per più di 10 anni. La balista lanciava i suoi dardi su gruppi di uomini addetti alle macchine nemiche, sulle colonne serrate di un esercito ed era in grado di uccidere file intere di soldati, rompere le macchine, tagliare le loro corde, attraversare le mantellette protettive dei guastatori e le palizzate. Questa macchina è l’evoluzione delle catapultes, di origine romana, che cadute nell’oblio dopo la caduta dell’Impero romano, furono sostituite dalla balista a partire dall’XI secolo. Un verricello tendeva un arco di tipo composito – legno, funi e tendini animali – che, pur essendo molto potente, poteva con il tempo allentarsi, a causa dell’ umidità. Ecco perché, dalla metà del XV secolo, fu rimpiazzato da un arco in acciaio forgiato temprato, più resistente e flessibile, ma anche più maneggevole, visto che bastavano due uomini per tenderlo. La portata di tiro, con un dardo di un metro di lunghezza e di un centinaio di grammi, superava i 300 mt. e, in assenza di vento, la balista aveva una notevole precisione. Tale macchina era, inoltre, brandeggiabile: se ne poteva cioè regolare il tiro sia sul piano orizzontale che su quello verticale. Una cronaca racconta che uno di questi dardi trapassò tre uomini ed un cavallo, prima di conficcarsi in una porta a 300 mt. da loro. Oltre alle notevoli prestazioni sopra indicate, tali macchine da guerra potevano essere potenziate con una serie di accorgimenti, che le rendevano ancora più temibili. I Pisani, in particolare, come riferisce il cronista Ranieri Sardo (1356.“Cronica Pisana”), possedevano una vera e propria arma segreta, rivelatasi decisiva in importanti eventi militari: “El mercholedì adì 20 di maggio 1356…s’aprese il fuocho in nella chasa del popolo, là dov’erano le munizioni del chomune di Pisa …In nella quale munizione si vv’era mille balestra del chomune, et chasse di verrettoni, et panziere, et choraze et tucto ciò che ssi chontiene inn una munitione; in fra lle quali balestra ve n’era dieci che valevano fiori [ni] ciento l’uno, erano balestra a torno, et si v’erano balestra che gittavano tre verrettoni a un cholpo le quali si ghuadagniorono a Montechatini quando noi l’avemo” [il cronista fa riferimento alla famosa battaglia di Montecatini del 1315, decisiva per l’affermazione del partito ghibellino in Toscana N.d.A.].
di ANDREA BULLERI
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I primi esempi di artiglieria, risalgono alla seconda metà del XIV. Si trattava di bocche da fuoco assolutamente non affidabili costruite in ferro battuto e piazzate in sostegni di legno. Inizialmente si preparavano dardi per molti aspetti simili alle “saette” della balestra e solo successivamente furono impiegate palle di pietra o di ferro. Queste rudimentali armi però, si rivelavano pericolose più per chi le usava che per gli avversari; questo fino a quando, grazie alle straordinarie e sempre più avanzate tecniche di fusione dei metalli, si escogitarono nuovi metodi. Oltre che a diminuire il rischio dello scoppio della “bocca da fuoco” a spese del difensore, si aumentarono carica e conseguentemente gittata del tiro. La potenza di tali artiglierie, era tale da far crollare con un solo colpo un’intera cinta muraria. Queste armi da fuoco però, furono usate per la prima volta durante l’assedio e la caduta della città di Costantinopoli nel 1453. L’assedio della città fu l’ultimo atto di un accerchiamento che gli ottomani avevano iniziato addirittura mezzo secolo prima. Da un lato i centomila uomini guidati da Maometto II (detto il Conquistatore), e dall’altro i diecimila uomini tra greci e veneziani. Dopo ben cinquantaquattro giorni di resistenza, la causa della capitolazione definitiva fu un proiettile scagliato da una delle quattro grandi bombarde schierate per l’occasione dalle truppe ottomane. Trainata da cinquanta paia di buoi e con un calibro di ottanta, tale bombarda, dopo aver lanciato quattro proiettili da sei quintali l’uno, scoppiò, avendo però compiuto a pieno il suo effetto devastante. La notizia di quell’arma infernale ma efficace, non tardò ad arrivare anche in Europa. In Italia, l’uso della polvere da sparo non era del tutto sconosciuto. Alcune testimonianze, infatti, dimostrano come l’uso della polvere da sparo nel nostro paese fosse diffuso anche prima della caduta di Costantinopoli. Nell’abbazia di Lecceto (Siena), in un affresco del 1381, è raffigurata una “bombardella manesca” (piccola artiglieria legata su un pezzo di legno); altre bombarde costruite in ferro battuto risalenti al XIV sec., sono ancor oggi visibili al museo delle armi a Mondavio (Urbino). L’utilizzo militare però, era stato fino a questo momento incerto e poco pratico, portando enormi difficoltà. Le cose migliorarono notevolmente con la successiva evoluzione e miglioramento delle tecniche di fusione che portarono, intorno al XV secolo, all’utilizzo sul campo di battaglia di artiglierie capaci di effettuare un tiro teso. Ebbe così inizio quel periodo definito di transizione dalla storia dell’architettura fortificata; tale termine rivela quello che avvenne in quegli anni. Si cominciò, infatti, a sperimentare nuove soluzioni architettoniche: in questi anni di sperimentazione, si stava passando da quello che era stato un criterio di difesa piombante, tipica nel Medio Evo, a quella che sarebbe diventata successivamente l’architettura di radenza, caratteristica difensiva che accompagnerà le costruzioni militari fino all’epoca moderna. Il periodo di transizione, accompagnato da dibattiti e sperimentazioni, si dimostra attivissimo; si diffusero i primi trattati ma soprattutto nacquero proprie e vere botteghe di architetti militari. Il dibattito verteva su alcune caratteristiche architettoniche fondamentali che avevano accompagnato l’architettura fortificata fino a quel momento. In primo luogo, ad esempio, si doveva risolvere il problema dell’eccessiva altezza delle torri, elemento predominante della difesa piombante, che dovevano essere abbassate. Le torri con un rilevante sviluppo verticale indubbiamente potevano controllare il territorio circostante ma, allo stesso modo, potevano costituire un facile bersaglio per i nemici e, se colpite, costituire un pericolo ancor più rilevante per le cose e le persone sottostanti. Cosi la decisione fu quella di cimare (termine tecnico che indica il “taglio”) le torri di avvistamento e di segnalazione. Per il medesimo motivo, anche le altezze delle mura delle fortificazioni, vengono ridotte e, per rafforzare la struttura sottoposta ai tiri di bombarda, ne fu aumentato lo spessore. Anche le merlature, segno tipico dell’architettura medievale, dovettero scomparire per evitare di essere colpite dalle palle di bombarda. Le nuove artiglierie, le quali necessitavano di un adeguato spazio di manovra, vennero alloggiate nelle casamatte, spazi difensivi coperti con adeguati accorgimenti tecnici come ad esempio, la ventilazione naturale attraverso i camini di volata, canne fumarie utilizzate per la dispersione dei fumi tossici. Una netta evoluzione interessò anche l’aspetto formale e geometrico delle feritoie. Originariamente nate con taglio verticale o a croce, per l’utilizzo dell’arco e la balestra, furono modificate per il nuovo tipo di artiglieria con forma tonda e svasatura conica. Tutte queste modifiche e sperimentazioni seguirono di pari passo l’evoluzione dell’artiglieria bellica, in maniera continua fino a caratterizzare intorno al XVI secolo le prime e proprie costruzioni di architettura militare cinquecentesca, ovvero fino ad approdare definitivamente a quel periodo dell’architettura militare chiamato di radenza.
di SEBASTIANO AMATO
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Da questo numero, “Voci dalla Rocca”, nella sezione “Territorio”, propone le immagini di una Ripafratta che non c’è più, la Ripafratta di qualche decennio fa, attraverso le testimonianze che ci vengono rese dalle cartoline e fotografie d’epoca. Si tratta di immagini perlopiù di inizio secolo o comunque prima della Seconda Guerra Mondiale.
Vedrete infatti non solo scorci, panorami e angoli che oggi sono completamente diversi, ma anche monumenti, edifici che sono stati distrutti durante il conflitto e che purtroppo oggi noi non possiamo ammirare, a causa della scelleratezza della guerra, che non guarda in faccia a niente e nessuno. La vecchia Porta con la sua torre, la colonna in piazza e via dicendo. Purtroppo, la stampa non ci permette una qualità simile all’originale, ma ciò che abbiamo basterà a darvi almeno un’idea… Ringraziamo già da ora i proprietari che hanno messo a disposizione le loro cartoline e immagini. Vi invitiamo, se ne avete, a fare altrettanto.
Questo mese, cominciamo con il centro del paese, che tutti avrete riconosciuto. Una piazza senza macchine, senza traffico, senza asfalto, con la Rocca che sembra quasi a due passi tant’è pulita
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«Voci dalla Rocca» nasce come foglio di informazione, ma si afferma anche come motore propulsivo della comunità e del territorio di Ripafratta. Il nostro supporto a tutte le iniziative del «Comitato per Ripafratta», la nostra collaborazione con l’Istituto Italiano dei Castelli, la promozione della conoscenza di Ripafratta che facciamo anche attraverso Internet, tutto questo e molto di più dà concretezza alle nostre idee. Ma qual è la nostra politica? Le nostre iniziative parlerebbero da sé. Da una parte siamo attenti ai problemi e alle questioni irrisolte del paese, alle esigenze di quella popolazione con cui abbiamo il privilegio di stare a contatto, avendo con i nostri lettori un rapporto continuo e duraturo da cinque anni. Conosciamo bene cosa ai Ripafrattesi non piace di Ripafratta, e cosa invece apprezzano. Sappiamo le difficoltà ma anche le soddisfazioni per quei nuovi arrivati (e come in tutti i paesi ve ne sono in abbondanza) che si integrano nel tessuto del paese, nella sua vita, nella sua storia. Abbiamo da sempre cercato di rilanciare un sentimento di appartenenza alla comunità, persino di orgoglio paesano; perché è solo partendo dall’apprezzare ciò che si ha che si può migliorarlo. Dall’altra, però, siamo attenti anche alla promozione dell’immagine del paese nei circuiti turistici, presso le pro-loco, i siti specializzati. Abbiamo pubblicizzato le iniziative del «Comitato per Ripafratta» e vi abbiamo partecipato con convinzione. Queste due caratteristiche - attenzione ai problemi interni del paese e suo rilancio “turistico” - non sono in contraddizione. Anzi, quello tra la gente e l’ambiente storico e naturale è un legame inscindibile. La nostra politica consiste infatti nel promuovere il territorio per migliorare la qualità della vita della popolazione che lo abita e lo abiterà in futuro. Se da una parte serve continuare il dialogo con le autorità preposte affinché spingano l’acceleratore sui progetti di recupero del nostro paese (soprattutto per quanto riguarda l’assetto urbanistico della piazza e di un parcheggio per ora inesistente), dall’altra bisogna pensare a come attirare l’attenzione di un pubblico vasto e articolato sui tesori storici, culturali, architettonici e sulle tradizioni che il nostro paese ospita in gran quantità. Ripafratta non è un centro grande e, pur se in continua espansione, conta ancora meno di mille abitanti. Come tutte le realtà delle sue dimensioni, anche il nostro paese non può che puntare su un certo genere di manifestazioni, piuttosto diffuse per la verità fra i piccoli borghi. Sagre, mercatini, degustazioni, prodotti tipici e via dicendo. Ma soprattutto, Ripafratta ha a disposizione la sua Rocca, le Torri, il borgo medievale, l’eremo di Rupecave. Questa è la formula vincente del nostro paese, che finora ha permesso di distinguerlo e di elevarlo dalla media di tante manifestazioni un po’ tutte uguali e decisamente inflazionate. Storia e cultura (gestite con grande competenza dall’Istituto Italiano dei Castelli, ed in particolare dagli architetti Bulleri e Amato), ma anche tradizione e sapori “paesani”, locali (la mostra “La Storia e la Memoria”, l’esposizione e vendita di prodotti tipici in occasione della Giornata Nazionale dei Castelli, la commedia in vernacolo in occasione della “Festa di Primavera” 2004…). A Ripafratta ognuno troverà quello che vuole. La semplicità delle tradizioni di un paese, la grandezza della storia di un “castello”. Questa è la linea che vogliamo contribuire a far seguire al nostro paese. Di tutto questo, naturalmente, bisogna render merito all’Associazione «Comitato per Ripafratta» che in questi anni ha lavorato duramente, dando il via alla Festa di Primavera e alle altre manifestazioni. A noi di “Voci dalla Rocca” spetta il non facile compito di essere il tramite fra le tante realtà che concorrono alla realizzazione di questo sogno, in primo luogo Comitato, Comune e popolazione. E anche fra chi vorrebbe visitare il paese (o contribuire alla sua promozione, al suo miglioramento), e il paese stesso. Cioè fra voi e Ripafratta.
di Francesco Noferi
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Tanti anni fa, aiutato da un giovane volenteroso (Mengali Paolo), aprimmo gli sportelli dell’archivio della Pieve e apparvero libri antichi, registri e di Battesimi, delle Cresime, dei Matrimoni, dei Morti, Stati d’anime (o elenchi di famiglie) che con calligrafie non sempre facili ad essere decifrate, narravano la Storia del nostro antico Castello, della nostra Pieve, del nostro popolo. Si trovarono relazioni e note su feste e celebrazioni, sulla costruzione della Chiesa, sorta sulla disastrata Chiesetta del 1327, rovinata dal terremoto del 14 agosto 1846, sugli Statuti dell’antica Compagnia del SS.mo Sacramento, scritti su pergamena in un delizioso italiano e risalenti al 1554. Quindi Storia e storie del popolo del Borgo di Ripafratta (o Ripafracta o Librafacta), posta in posizione strategica fra Lucca e Pisa, spesso contrastata, incendiata, distrutta, ricostruita nelle guerre fra Pisa e Lucca, ambita anche dal giglio fiorentino, sempre dominata e difesa dall’imponente Rocca S.Paolino. Per rompere la monotonia del lavoro agricolo e artigianale del Borgo, ecco le Feste, ritmate sugli avvenimenti che ricordavano in genere la vita di Gesù e dei Santi e della Madonna. Una festa in particolare impegnava tutto il Borgo di Ripafratta ed era la Festa Triennale della Madonna del S.Rosario (però come noi, altri paesi del contado). L’oggetto della venerazione, un’antica immagine della Madonna, vestita di tutto punto, dalle sottovesti, al vestito esterno ricamato. Il giorno della Festa, dopo il triduo con predicatore dalla voce tonante, ecco l’altare pieno di fiori e di ceri, S. Messa cantata in musica con tanto di coro e di maestro, pranzi abbondanti per portate e invitati e fiaschi di vino e torte con i bischeri. Dopo i Vespri solenni, la Processione con tanto di Banda musicale, candele e canti religiosi. E qui c’era il volo dell’asino. Sì, avete capito bene: il “volo dell’asino”, un povero asino vivo e vegeto, che, imbracato a dovere, nonostante i suoi ragli e scalciate di dissenso, con un complicato sistema di carrucole e di funi, veniva fatto “volare” dall’antica Rocca alla sponda opposta del fiume, in cui Rocca e paese si specchiavano e si specchiano ancora. Spettacolo non proprio consono con una festa religiosa. Si divertivano con quello che avevano… Il pievano del tempo, Sac. Francesco Andreotti, nell’inserto della Festa Triennale (siamo nella metà dell’800) definisce il volo dell’Asino “carnascialeschi divertimenti”. In quell’anno terminarono, perché la gente e le autorità erano occupate in problemi più grandi, dovendo pensare alle “patrie battaglie” dell’Unità d’Italia. Oltretutto questo volo era un divertimento costoso. I fedeli di Ripafratta da parecchio tempo consegnavano nelle mani dei “Festaioli” le sudate offerte per affrontare le spese della Festa. Pensate che per quella Triennale e per il “Volo” fu ingaggiato un ingegnere fiorentino, che fra trasferta, pranzi, cene aggeggi, studi e lavoro, da solo costò più che il resto della Festa! Era un modo di evasione dalla vita monotona del Borgo, un modo, a loro parere, di venerare la Vergine, facendo unire alle voci delle sacre laudi, al suono degli strumenti musicali, al salmodiare del Clero, l’umile raglio di quel povero ciuco che per il carnascialesco divertimento della gente, doveva affrontare uno scomodo viaggio emozionante dalla Rocca al Serchio… Questa è una delle pagine da cui ho scosso la polvere d’archivio. Ce ne saranno delle altre, a Dio e a voi piacendo.
DI MONS. MARIO MARACICH
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Fra le tante soddisfazioni che lavorare a “Voci dalla Rocca” ci regala, c’è anche quella di poter fare e sentire cose davvero interessanti, che aprono gli occhi su realtà nuove, o perlomeno sottovalutate. Sabato 20 Novembre presso Palazzo Ducale a Lucca, per esempio, abbiamo assistito al primo incontro del percorso “Dall’anima alla tavola”, promosso da ben tre associazioni della lucchesia, fra cui spicca il nome dell’Associazione “I Castello” di Nozzano, a noi Ripafrattesi nota ormai da tempo. Ebbene, questo incontro, ed in special modo la “lezione” tenuta dalla prof.ssa Elda Carlotti, presidente della suddetta Associazione, sono stati talmente interessanti e attinenti alla nostra “causa” che non potevamo non rendervene partecipi. Il corso “Dall’anima alla tavola”, come già dice il titolo, si propone di esplorare il mondo delle tradizioni culinarie, delle abitudini alimentari, delle tradizioni gastronomiche di un territorio (nello specifico caso, quello della lucchesia). Cucina “povera”, quella delle nostre nonne e delle nostre bisnonne, quella che negli ultimi anni è stata in parte soppiantata da una nuova cultura “dell’abbondanza” e dello sfarzo, dalle mille ricette complesse ed estrose della televisione e anche dai fast-food. La cosa interessante del corso è che non si tratta di una semplice serie di lezioni di cucina, ma è un vero e proprio compendio di storia e tradizione, dove alla pratica si aggiunge la teoria. Nel corso degli ultimi anni sono nati e si sono sviluppati movimenti, associazioni con il fine di riportare a tavola la “cultura del cibo”; in tutta Europa, le ricette tradizionali, locali, gli usi e costumi di un tempo, sono state spesso soppiantate da nuove abitudini alimentari, legate alla fretta, allo stress, alle nuove condizioni di vita e soprattutto di lavoro. Quindi, invece del pranzo, un panino. Invece della cena, una minestra surgelata. Spuntini, snack sempre più preconfezionati. Il rischio è quello della omologazione del gusto; un rischio connesso alla cattiva gestione della globalizzazione mondiale, che sta portando sempre più - tra le altre cose - alla scomparsa delle tradizioni locali. Ecco allora nascere movimenti a difesa del gusto, come il famoso “Slow Food”, ormai diventato un’istituzione nell’ambiente. Fino a non molti anni fa, il pranzo e la cena erano anche momenti di socializzazione, momenti di riposo, in cui il cibo veniva prima preparato e poi gustato con grande cura. Gli ingredienti erano semplici e pochi, ma la fantasia permetteva un gran numero di variazioni. «E’ proprio grazie a quella scarsità, a quella povertà, che negli anni sono nati cibi che oggi consideriamo tutt’altro che poveri» dice la prof.ssa Carlotti durante la presentazione «Per la scarsità di farina di grano si usava quella di castagne, si usavano erbe dagli orti o dai boschi, tutti elementi locali che oggi andiamo lentamente riscoprendo come risposta alla mondializzazione del gusto, alla cultura del fast-food e alle mille “salsine” della TV.». Per farvi capire il tenore degli argomenti che il verranno trattati nei 32 incontri di “Dall’anima alla Tavola”, vi citiamo alcuni titoli: “L’albero del pane: la castagna dal bosco al mulino”; “Il farro ed i cereali”; “Fagioli, ceci e cicerchie”; “Andar per erbi”; “Il pesce dimenticato”. La riscoperta delle tradizioni gastronomiche e delle ricette “delle nonne” può e deve avvenire anche nel nostro territorio di Ripafratta e del lungomonte in generale. Pertanto, “Voci dalla Rocca” chiede a chiunque di voi abbia ricette, documenti, fotografie, o - ancora meglio - conosca in prima persona segreti e tradizioni della nostra cucina di un tempo, di mettersi in contatto con noi tramite l’indirizzo postale Voci dalla Rocca, presso Biblioteca Futura, via Silvestro Lega n°7, 56010 Ripafratta o tramite posta elettronica redazione@vocidallarocca.com oppure anche personalmente, contattando uno dei membri della Redazione. I vostri suggerimenti saranno pubblicati nella sezione “Territorio” dei prossimi numeri.
di Francesco Noferi
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Apprendiamo, da «La nazione» di sabato 4 novembre 2004, che la RFI (la società delle Ferrovie dello Stato che gestisce la Rete Ferroviaria e le piccole stazioni) sta realizzando una serie di interventi sulla tratta Pisa-Lucca, volti a migliorare il traffico dei treni, a renderli più puntuali e soprattutto a rendere più agevoli e confortevoli le Stazioni. Fin qui tutto bene. Il problema sorge quando l’articolo cita le località interessate e i rispettivi interventi: S.Giuliano (costruzione di un altro binario, di un sottopassaggio e di un marciapiede) e Rigoli (costruzione di un sottopassaggio, di rampe d’accesso per i disabili, di linee-guida per i non vedenti, installazione di “scambi” più veloci). Ripafratta neanche menzionata. Questo è doppiamente vergognoso. Prima di tutto perché le Stazioni della tratta Pisa-Lucca non sono cento. Sono tre: San Giuliano, Rigoli e Ripafratta. E se si fanno interventi nelle prime due, non si capisce perché la terza deve essere esclusa. E poi perché la nostra Stazione è frequentata ogni giorno da decine di pendolari da Filettole, Pugnano, Nozzano, Cerasomma, Montuolo, Fagnano e via dicendo, ed è paradossalmente la più abbandonata e bisognosa di interventi. “Voci dalla Rocca” si farà sentire in merito a questa vergognosa mancanza di riguardo nei confronti del nostro paese. Invitiamo il Comitato a fare altrettanto e a muoversi con i suoi mezzi per far presente alla RFI che sulla tratta in questione c’è anche, dimenticata in un angolo, la frequentatissima stazione di Ripafratta.
a cura della Redazione