Editoriale marzo
Auguri, Voci dalla Rocca
Maggio, mese Ripafrattese tutte le manifestazioni
Intervista al Prof. Domenico Taddei
La storia (e le storie) della nostra chiesa
Il Comitato lancia "Centro amicizia"
Via di Sopra, potenzialità non sfuttate ...
La Caritas si riunisce a Ripafratta
I nostri lettori ci scrivono
Pasqua nei ricordi
Caso del Mese - Ripulita la curva della Porta
Buon compleanno “Voci dalla Rocca”! Sono infatti la bellezza di quattro anni che il giornale che tenete in mano entra nelle vostre case con la regolarità che la nostra organizzazione ci permette. E’ un grande traguardo, lo abbiamo già detto e ridetto più volte. E’ diventata ormai per noi una consuetudine piacevole questo appuntamento, non tanto perché ci piacciono le auto-celebrazioni, ma anche perché abbiamo l’occasione di ringraziare come si deve tutte le persone che hanno contribuito nel corso di questi anni a portare avanti un sogno. E questa volta li vogliamo davvero ringraziare uno per uno, nella speranza di non tralasciare nessuno: anzitutto i nostri ex-compagni di avventura, perché è grazie a loro se in questi anni abbiamo potuto continuare la nostra attività. Agnese e Livio Bargagli-Stoffi, Teresa e Tommaso Barsali, Paola Mengali. Non fanno più parte della Redazione ma — siamo sicuri — ci seguono e sostengono ancora con forza. Poi un doveroso grazie va a tutti quelli che hanno collaborato con gli articoli pur non essendo nel gruppo della Redazione, dalla Maestra Paola passando per Claudio Romani, fino agli architetti Andrea Bulleri e Sebastiano Amato, grazie ai quali abbiamo accresciuto la nostra conoscenza della Ripafratta medievale. Grazie poi a Luigi Benotto per il supporto che ci ha dato nello stampare tutte queste copie (e sono davvero tante, grazie a voi) di “Voci dalla Rocca”. Grazie a chi si occupa della distribuzione, nello specifico a Fidalma Della Longa e Claudio Romani per via Lavanella e Farneta. Grazie a Don Mario, il nostro Monsignore: non dimenticheremo mai l’entusiasmo con cui ci ha spinti ad andare avanti fin dal primo numero, di cui fu anche annunciatore” ufficiale. Grazie a tutti i commercianti che hanno accettato di farci da “rivenditori” dando così piena attuazione alla loro vocazione di servizio per il paese. E poi? Poi un grazie va a coloro che ci hanno scritto, certo si contano sulle dita
di una mano ma si sa, ci si deve pur accontentare nella vita! Ma forse proprio perché pochi e coraggiosi meritano davvero una nota di merito. Bravi e per favore continuate così, perché le vostre lettere, siano esse di elogio o contestazione, ci fanno capire che non siamo i soli a credere in questo piccolo ma importante giornale. Sono stati quattro anni intensi e ricchi di novità per tutti i membri della redazione,da chi scrive a chi impagina,
ma anche duri e a volte stressanti, perché gli impegni quotidiani di ognuno sono tanti ed il tempo libero poco, ma grazie a voi e al vostro sostegno ce l’abbiamo fatta!
Ma senza un pubblico di lettori, che senso avrebbe scrivere ? Un doveroso GRAZIE di cuore spetta sicuramente a tutti Voi lettori che ci avete sostenuto fino ad ora e che speriamo ci sosterrete per ancora molto tempo. Siete Voi che ci date la forza di continuare a scrivere, supportandoci nonostante qualche nostro ritardo nelle uscite (non sempre riusciamo ad essere puntuali come vorremmo ma cercheremo di fare il possibile per il futuro). Be’ speriamo di non far brutte figure avendo dimenticato di citare qualcuno, se lo abbiamo fatto ci perdoni in anticipo, mai ci sogneremmo di non ringraziare qualcuno che ha contribuito a questa realtà.
Ci teniamo a sottolineare il fatto che questo non è il “giornalino” fatto da pochi, ma è il giornale del paese, del nostro paese! Noi vorremmo che si instaurasse un rapporto di “collaborazione e complicità reciproca” di modo da sentire il più vicino possibile “Voci”. Non dimentichiamo che fin dal primo numero abbiamo sempre detto che questo era il nostro fine principale. Mettere in comunicazione tutti gli abitanti di Ripafratta, far loro scoprire (o ri-scoprire) il paese, la sua storia, le sue tradizioni. Speriamo di esserci riusciti nel migliore dei modi. Di sicuro, il nostro lavoro prosegue, e abbiamo bisogno d’aiuto, del vostro aiuto per la precisione. Chiunque desideri collaborare, anche solo una volta, anche solo con un articolino, con una lettera, o anche con un’idea (per non parlare poi di chi eventualmente desiderasse entrare nella Redazione, ma qui allora si sconfina nei sogni…) è invitato a contattarci, in uno dei mille modi possibili. Il più semplice è scriverci. Via e-mail (la posta elettronica è vocidallarocca@yahoo.it) o per lettera “cartacea”, all’indirizzo: “Voci dalla Rocca”, c/o Biblioteca Futura, via Silvestro Lega n°7, Ripafratta. Per chi ama Ripafratta, questo è uno dei migliori modi per contribuire alla sua rinascita.
Grazie di nuovo a tutti.
“Voci dalla Rocca” vi fa anche un regalo, come tutti gli anni. Per questo anniversario del 2004, abbiamo fatto le cose in grande. La Redazione si è interessata per far arrivare anche a Ripafratta la mostra “itinerante” sulla Tesi di Laurea dell’arch. Sebastiano Amato (che collabora con noi), vincitore del primo premio a Napoli, al concorso sulle Tesi riguardanti le architetture fortificate. Una mostra sulla nostra Rocca, con la storia e i rilievi, della quale già abbiamo avuto un assaggio in passato e che, dopo Pisa, visiterà anche il suo luogo naturale, Ripafratta, nel contesto del “Maggio Ripafrattese”. L’inaugurazione è prevista per sabato 15 maggio presso l’Asilo, Villa Danielli Stefanini. Le tavole rimarranno esposte il 15 e il 16, e saranno di nuovo visibili il fine settimana successivo, 22-23 maggio, giorni della Festa di Primavera. Vi rimandiamo all’apposito articolo per maggiori informazioni.
Infine, nelle prossime pagine, trovano spazio una piccola “celebrazione” di questi quattro anni, che abbiamo affidato come al solito alla Maestra Paola (e ai pennelli di Matteo Benotto), nonché gli auguri e i commenti (graditissimi) che ci vengono dal Pievano (qui a fianco) e una considerazione da parte dell’ultimo arrivato in Redazione, che può anche lui dire la sua, come tutti gli altri membri hanno fatto lo scorso anno.
Ancora buona lettura e viva Ripafratta!
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di Mons. Mario Maracich
Fra le carte del passato custodite in Parrocchia, ci sono alcuni numeri de “La Rocca”. Fu il primo giornalino paesano di tanti anni fa. Scritto a macchina, copiato con un duplicatore ad alcool, sempre girato con una manovella, visse un po’ di tempo, raccontando vicende, vita, programmi della nostra Ripafratta. Poi, silenziosamente come era nato, silenziosamente sparì, ingoiato dal tempo e dalla umana stanchezza.
Ora da anni, puntuale vede la luce il figlio di quella Rocca “intitolato” «Voci dalla Rocca». Metodi moderni di stampa (c’è il computer), più veloci, più comodi ma non per questo privi di impegno e di fatica. La “Redazione” è conosciuta da tutti, la sede pure. E così possiamo sapere curiosità storiche, usi, abitudini, feste, programmi del nostro secolare “Castello”.
Io, a nome di Ripafratta (ora così varia nei suoi abitanti) ringrazio a nome di tutti coloro che scrivono, impaginano, “cuciono”, vendono (veramente costa poco per notizie così preziose) e quindi fanno vedere la luce a questo simpatico giornalino. Non ha pubblicità che lo sostenga, la sua vita dipende da chi lo acquista. Perciò facciamo quest’atto di fedeltà paesana. E se in qualche angolo delle vostre tasche trovate un mezzo euro in più, datelo alle “Voci”, che così potranno continuare e saranno più forti e squillanti, portando in ogni casa la vita e la speranza dell’antica Librafatta (e quella moneta non rimarrà sola, infreddolita e inoperosa in fondo alla tasca).
Vi saluto,
Don Mario, Pievano.
della Maestra Paola
Carissimi, “arieccoci”, siamo arrivati al quarto anniversario e tocca nuovamente a me (e ne sono orgogliosa) ricordare questa data che ha segnato una svolta “comunicativa” nel nostro piccolo paese. Infatti, proprio col giornalino, cari ragazzi, tutti noi ci teniamo aggiornati su quello che succede in piazza e nelle strade paesane. Ci sono state iniziative per migliorare l’andamento quotidiano. Alcune ottimamente riuscite (giornalino, ginnastica, mostre, feste, coro), altre sempre in via di trattative e sviluppo (Rocca), ma se riusciremo a portare avanti questo oneroso progetto, la nostra stupenda “Rocca” uscirà dal letargo e donerà nuova gloria al nostro borgo. Mi duole solo notificare la chiusura della biblioteca (in quanto tale), ma voglio ricordare che la biblioteca sarà di nuovo aperta, a tutti, il giovedì dalle 16 alle 18, come punto di riferimento per potere portare avanti il progetto “Centro Amicizia”. Come è già stato comunicato nell’ultimo numero di “Voci dalla Rocca” e da Don Mario, troverete qualcuno che cercherà di risolvere, insieme a voi, piccoli problemi quotidiani o anche ritrovarsi per scambiare due chiacchiere e avere così un po’ di compagnia umana e non solo televisiva! Voglio concludere questa miscellanea di idee con un modo di dire, saggio, dei nostri nonni: “Sono le piccole cose che fanno le grandi!” Credo di essere portavoce di tutti i paesani: ringrazio per l’impegno dimostrato fino ad oggi, ed auguro a tutta la Redazione di continuare ad informarci mensilmente per tanti e tanti anni ancora.
di Luca Casapieri
Siamo al quarto compleanno di “Voci”. Bella soddisfazione di sicuro, soprattutto per quelli che fin dall’inizio ci hanno creduto e hanno portato avanti il tutto superando le notevoli difficoltà che un progetto nuovo comporta, compresi i tanti “periodi bui” che inevitabilmente ci sono. Da parte mia è solo un anno che faccio parte di questa piccola ma grande famiglia. A volte è capitato di avere qualche “problemino interno” ma alla fine, siamo riusciti a venirne sempre a capo. Devo confessare che il primo approccio con il giornalino non è stato poi molto “gratificante” ma forse è meglio che cominci dall’inizio. L’idea di fare qualcosa per il giornalino, più precisamente mi sarebbe piaciuto interessarmi della parte multimediale come sto facendo adesso, nacque assai prima di un anno fa, quando mio padre portò a casa una copia di “Voci”. Vidi che c’era un indirizzo di posta elettronica e decisi di scrivergli, ma non ottenni una risposta. Così pensai che non ci fosse bisogno di nessuno, non mi passò per la testa l’idea che potesse essere andata persa la lettera e così lasciai perdere. D’altra parte in paese ci stavo ben poco e non avevo modo di vedere qualche membro della redazione per informarmi. Continuavo comunque a seguire le uscite del mensile, fino a che lessi uno dei tanti annunci di “aiuto” e così mi feci nuovamente vivo. Dopo varie titubanze partecipai a una riunione della Redazione e da quel momento mi sono fatto coinvolgere, prima scrivendo qualche articolo senza troppe pretese e poi entrando a far parte della Redazione e occupandomi della parte Web, quella che mi diverte e mi coinvolge di più. Che altro dire … AUGURI raga !! Non dimentico di ringraziare tutti quelli che leggono queste poche pagine, che ci sostengono e che ci danno la forza di continuare a “lottare” per migliorare Ripafratta. Grazie a tutti!
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Maggio del 2004 sarà un mese tutto all’insegna di Ripafratta. In paese sono infatti previste, a partire addirittura dal primo, fino al 30, diverse manifestazioni per la riscoperta e la valorizzazione del territorio e delle tradizioni, in gran parte organizzate dal “Comitato per Ripafratta”, ma non solo. L’interesse suscitato dalla nostra storia e dai nostri monumenti oltrepassa infatti di molto i ristretti confini del paese. Già a settembre del 2003 la Rocca di San Paolino era stata inserita negli itinerari della Giornata Nazionale dei Castelli, attirando più di trecento visitatori in due sole giornate. Senza parlare del Concorso Nazionale per le Tesi di Laurea sulle Architetture Fortificate, vinto - come i nostri lettori sapranno - dalla Tesi dell’arch. Sebastiano Amato (che abbiamo il piacere di avere come collaboratore) proprio su Ripafratta e la sua Rocca. L’interesse per il paese, insomma, va crescendo, e si estende oltre il territorio del Comune.
Quest’anno, infatti, ci si è messo anche Nozzano. E quando si parla di Nozzano, ovviamente si parla dell’Associazione Culturale “il Castello”, la cui Presidente, la prof.ssa Elda Carlotti, collabora già da tempo con il “Comitato per Ripafratta” anche in vista di futuri “gemellaggi” e manifestazioni insieme. L’Associazione ha inserito Ripafratta in un circuito di visite storiche (che toccheranno ovviamente anche il borgo di Nozzano) effettuate con gli Amici dei Musei, in programma per il pomeriggio del 30 maggio, di domenica.
Fulcro di tutto il mese, comunque, sarà la Festa di Primavera, organizzata dal Comitato e diventata ormai “festa nazionale” del nostro paese, in programma per quest’anno nel fine settimana di sabato 22 e domenica 23 maggio, e che porterà a Ripafratta, oltre al lato prettamente “storico” e culturale - grazie alle visite guidate alla Rocca e al borgo - anche motivi di divertimento e di svago più ampi per tutti i Ripafrattesi. Ad esempio, è prevista per sabato 22, nel pomeriggio, la lettura di testi in vernacolo, e per domenica sera la recita di una spassosa commedia sempre in vernacolo, entrambi ad opera di una compagnia teatrale “specializzata” nel nostro dialetto, entrambi nel cortile dell’Asilo, qui a Ripafratta. Per non parlare poi delle altre iniziative contingenti alla Festa, una delle quali curata proprio da noi della Redazione di “Voci dalla Rocca” e dall’Istituto Italiano dei Castelli. Come vi abbiamo già accennato, la Tesi di Laurea - e tutti gli studi approfonditi che ha comportato - dell’arch. Sebastiano Amato, riguardante la nostra Rocca e la sua storia, ha vinto il primo premio al Concorso Nazionale, a Napoli. E adesso sta “girando” un po’ dappertutto, esposta in una mostra dedicata appositamente; al momento si trova a Pisa, presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università. Ebbene, siamo contenti di annunciarvi che, grazie a “Voci dalla Rocca”, visiterà anche Ripafratta (che già ne aveva avuto un “assaggio” in anteprima l’anno scorso), cioè il suo luogo “di nascita”, la sede più naturale per parlare della storia millenaria della Rocca. Domenica 15 maggio e il fine settimana della Festa di Primavera (22-23 maggio) le tavole della Mostra saranno esposte nell’Asilo, dove chiunque potrà visitarle per conoscere finalmente e definitivamente quella che è la storia della Rocca, e di conseguenza del nostro paese, e di conseguenza nostra. Personale specializzato sarà disponibile per spiegare, illustrare, chiarire ogni dubbio ai più interessati o semplicemente ai più curiosi, e per accompagnare chi lo desidera direttamente alla “fonte”, cioè alla Rocca, dove l’architetto Amato farà visitare la fortezza “dal vivo”. La Festa di Primavera non finisce certo qui. Quest’anno si è arricchita di nuove iniziative, come la mostra “Fantastico… il fiore!”: ognuno di noi può presentare uno scritto, un quadro, un disegno, un fiore fatto con qualche tecnica particolare o qualsiasi “opera” fatta da noi o da altri che ci ricordi la primavera; tutte quante saranno esposte nel contesto della Festa. Viene riproposta inoltre la pulizia del paese, che è uno dei punti potremmo dire più suggestivi: la piazza sgombra dalle automobili, le vie principali ripulite, le finestre addobbate di fiori. Ancora una volta, il Comitato chiede la disponibilità e la pazienza dei Ripafrattesi sia per gli allestimenti floreali, sia per la pulizia dei vari quartieri, specialmente quelli che saranno visitati dai turisti (via di Sopra, via Campanile, Via S. Lega, la Piazza), e ricerca anche collaborazioni per la pulizia del sentiero per la Rocca.
Ma parlando delle manifestazioni di maggio, come dimenticare quella che è una delle più vecchie e belle tradizioni ripafrattesi, cioè la sfida calcistica Ripafratta-Farneta? Anche quest’anno, infatti, la partita si giocherà nella data storica del primo maggio presso il campo sportivo in Farneta; siamo tutti in attesa di sapere chi la spunterà questa volta nel derby paesano: ognuno tifi per la sua fazione e vinca il migliore.
Riassumendo, dunque, “Voci dalla Rocca” è in grado di fornirvi un calendario piccolo ma dettagliato della manifestazioni in programma.
Sabato 1 MAGGIO:
Nel pomeriggio, storica partita di calcio: “Derby della Rocca” Ripafratta-Farneta, presso il campo sportivo in Farneta.
Sabato 15 MAGGIO:
Inaugurazione della Mostra sulla Tesi di Laurea dell’Architetto Sebastiano Amato riguardante la Rocca di S. Paolino. Villa Danielli Stefanini (ex-Asilo), ore 15.00-18.00 circa. Organizzata dall’Istituto Italiano dei Castelli e da “Voci dalla Rocca”.
Domenica 16 MAGGIO:
Prosieguo della Mostra sulla Tesi di Laurea dell’architetto Sebastiano Amato riguardante la Rocca di S. Paolino. Villa Danielli Stefanini (ex– Asilo), ore 15.00-18.00 circa.
Sabato 22 MAGGIO:
- FESTA DI PRIMAVERA, organizzata dal “Comitato per Ripafratta” con la collaborazione del Comune di San Giuliano Terme e la partecipazione di “Voci dalla Rocca” e dell’”Istituto Italiano dei Castelli”. Inaugurazione: sfilata in costume medioevale per il paese, inizio dei festeggiamenti, mostra “Fantastico… il fiore”, lettura di brani in vernacolo pisano (tra cui uno inedito riguardante Ripafratta) da parte della compagnia “Il Portone” nel cortile dell’ex-Asilo; visite guidate alla Rocca, alle Torri e al Borgo a cura dell’Istituto Italiano dei Castelli.
- Prosieguo della Mostra sulla Tesi di Laurea dell’architetto Sebastiano Amato riguardante la Rocca di S. Paolino. Villa Danielli Stefanini (ex-Asilo), ore 15.00-18.00 circa.
Domenica 23 MAGGIO:
- ultima giornata della FESTA DI PRIMAVERA: visite guidate alla Rocca, alle Torri e al Borgo, mostra “Fantastico… il fiore”; la sera, alle 21.00, recita di una commedia in vernacolo (“La Traviata”) da parte della compagnia “Il Portone”, nel cortile dell’ex-Asilo.
- ultimo giorno della Mostra sulla Tesi di Laura dell’arch. Sebastiano Amato riguardante la Rocca di San Paolino, ore 15.00-18.00 circa.
Domenica 30 MAGGIO:
Visite alla Rocca dell’Associazione “Amici dei Musei”, organizzate dall’Associazione Culturale “Il Castello” di Nozzano. Ore 15.00-18.00 circa.
Un mese, quello di maggio, che mai come da quest’anno diventa punto di riferimento per il paese. C’è la Partitissima Ripafratta-Farneta, gloriosa tradizione, c’è la Festa di Primavera, ci sono interessamenti da parte di altre associazioni. Ma quello che fa ben sperare è che nonostante esista solo da un anno, la Festa di Primavera è come se fosse già entrata nel cuore dei Ripafrattesi. Speriamo che questo affetto si concretizzi e si esprima in uno dei tanti modi possibili: aiuto al Comitato nella preparazione (tanto per fare un esempio, nella pulizia dei sentieri per la Rocca o nella pulizia della propria strada, del proprio quartiere), partecipazione alle iniziative (“Fantastico… il fiore!”, ma anche l’addobbo dei balconi e delle finestre) e tante, tante Bandiere Ripafrattesi alle finestre.
di FRACESCO NOFERI
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Intervista al Prof. Arch. Domenico Taddei, Presidente del Consiglio Scientifico dell’Istituto Italiano dei Castelli e Professore Ordinario alla cattedra di “Progettazione e Composizione Architettonica I e III°all’Università degli Studi di Pisa – Facoltà di Ingegneria.
A.B. – Innanzitutto desidero ringraziarla per la disponibilità e la gentilezza con cui ha risposto alla nostra richiesta di intervistarla. A Ripafratta la ricordano per il convegno sul recupero della rocca e per l’organizzazione delle “Giornate Nazionali dei Castelli” promosse dall’Istituto Italiano dei Castelli. Potrebbe brevemente parlarci di tale Istituto, per farci comprendere le sue finalità e quanto sia importante, oggi, contribuire allo sviluppo della conoscenza sulle fortificazioni?
D.T. – L’Istituto Italiano dei Castelli è stato fondato quarant’anni fa, nel 1964, dal Prof. Piero Gazzola, uno dei massimi personaggi nell’ambito dei beni architettonici ed ambientali. Conosciuto per la sua attività di Sovrintendente, il prof. Gazzola era noto,tra l’altro, per essere stato uno dei progettisti incaricati del salvataggio dei templi di Abu Simbel in Egitto.
L’Istituto Italiano dei Castelli è un ente a livello nazionale, diviso in varie sezioni regionali, che ha come riferimento operativo un Consiglio Direttivo ed un Consiglio Scientifico. Oggi i soci dell’Istituto Italiano dei Castelli sono circa 4.000 sparsi in tutta Italia. E’ stata la prima associazione che si è interessata della valorizzazione dei beni architettonici fortificati, sulle cui orme in seguito sono state fondate le Dimore Storiche, il F.A.I ed altre associazioni. L’Istituto Italiano dei Castelli intende porre l’attenzione ed incentivare la salvaguardia delle Architetture fortificate, a carattere ossidionale, di transizione e di radenza (scuola di architettura fortificata Italiana) presenti sul territorio italiano sia di proprietà pubblica che privata. In sintesi, ci riconosciamo in uno slogan: “Conoscenza uguale Salvaguardia”. I punti di riferimento dell’Istituto, su cui si concentra la nostra attività, sono quattro: lo studio storico, archeologico ed artistico dei castelli e dei monumenti fortificati; la loro salvaguardia e conservazione; l’inserimento delle architetture fortificate nel ciclo attivo della vita moderna; la sensibilizzazione scientifica e turistica dell’opinione pubblica.
Per quanto riguarda il primo punto, portiamo avanti un discorso di conoscenza scientifica, attraverso una serie di riviste specializzate, essenzialmente due: una a livello europeo ed internazionale, molto prestigiosa, che è “Castellum”; e l’altra a livello nazionale chiamata “Castella”. I soci sono poi continuamente aggiornati sull’attività dell’Istituto tramite una rivista interna, “Cronache Castellane”, una specie di “verbale” ragionato che esce due, tre volte l’anno con l’attività dell’Istituto nei suoi organi organizzativi e scientifici, le attività delle Sezioni, la presentazione di convegni, mostre, recensioni di pubblicazioni del settore, elenco di tutte le pubblicazioni edite dall’Istituto, etc. .
Riguardo alla tematica della salvaguardia e conservazione, ci interessano non solo gli elementi architettonici, e gli “edifici”, ma anche il contesto ambientale in cui tali fortificazioni sono inserite (vedi Cittadella, Fontanellato, Torrecchiara, Castel del Monte ecc.). Quindi, non è solo un problema di studio o di ricerca scientifica ma anche un problema di salvaguardia e conservazione, comprendendo in queste due parole quelle che sono le metodologie del restauro architettonico secondo la Carta di Cracovia. Modalità via via sempre più definite ed aggiornate da un continuo dibattito scientifico a livello internazionale.
Una novità enorme, introdotta dall’Istituto, che solo oggi si comincia a capire ma che indubbiamente nei primi anni ’60 e ’70 creò non pochi dubbi, è l’inserimento delle architetture fortificate nel ciclo di vita attuale, processo attualmente connotato dai termini: Riuso o Riqualificazione. L’Istituto Italiano dei Castelli, tra le altre cose, ripropone sempre il problema del Riuso e non solo per occasioni particolari. Una volta restaurate, le architetture fortificate, devono essere reinserite nelle attività contemporanee, eventualmente come Musei di sé stessi, perché diventano degli spazi interni ed esterni a disposizione della comunità di cui fanno parte e, per essere ancora più precisi, affinché possano divenire un punto di riferimento non solo culturale, scientifico, turistico ecc., ma un riferimento economico. Se trent’anni fa portare avanti un discorso di questo genere significava …non dico essere presi in giro ma, come minimo, essere considerati degli idealisti, oggi, con tenacia, abbiamo ottenuto dalle varie amministrazioni pubbliche e dai privati, di poter sfruttare i flussi turistici e organizzare iniziative di promozione per la valorizzazione e la conoscenza delle fortificazioni attraverso il riuso di queste fortificazioni in modo da avere un ritorno economico per tutta la comunità. Gli esempi sono ormai molti: da Mondavio a Gradara, da San Leo a San Gimignano, alle famose rocche del Montrefeltro a alle fortificazioni di mano federiciana, etc..
Identico discorso vale per il quarto punto, riguardante la sensibilizzazione scientifica e turistica per questi edifici che, anche se non sono ricordati nei libri di Storia dell’Architettura, possono senza dubbio essere inseriti in quello che è il circuito culturale e turistico. Ecco perché l’Istituto Italiano dei Castelli promuove in continuazione non solo convegni o tavole rotonde, ma soprattutto gite; gite di studio che vengono organizzate, parlo per la Sezione Toscana, prima di tutto per sensibilizzare i vari soci sempre più per conoscere e imparare. Quest’anno, ad esempio, andiamo in Boemia, l’anno scorso siamo stati in Slovenia, ma precedentemente abbiamo visitato i castelli delle Marche, quelli delle Puglie, della Sicilia, della Liguria, del Piemonte ecc. Spesso abbiamo dato a queste visite un carattere tematico: i castelli altomedievali, oppure i castelli fatti di terra e via dicendo, secondo una lista lunghissima. Tale attività di conoscenza è propria di ogni sezione che collabora con le altre integrandosi tra loro. Questo, dicevo, secondo un’operazione di sensibilizzazione attuata prima su di noi e, poi, su tutte le persone a cui interessa un argomento come quello dei castelli. Non necessariamente ci riferiamo solo ad esperti del settore. L’Istituto Italiano dei Castelli è composto, infatti, non solo da professori, ricercatori e specialisti, ma anche da gente molto normale mossa solo dall’interesse per una tematica particolare come l’architettura fortificata.
A.B. - Da tempo segue Tesi sull’Architettura fortificata, intraprendendo studi in questo settore già dagli anni ’70, quando ancora nessuno vi poneva attenzione. Cosa è cambiato nel frattempo?
D.T. – Indubbiamente c’è stata un’evoluzione enorme, anche se ancora qualcosa deve necessariamente cambiare. Alcuni pregiudizi culturali di fondo permangono. Per esempio, ancor oggi, i libri di Storia dell’Architettura rarissimamente trattano architetture fortificate, il che non è giustificabile, considerando che nel passato vi hanno speso la loro creatività fior di personaggi: da Arnolfo di Cambio ad Andrea Pisano, in alcune architetture fiorentine, fino al Brunelleschi, tutta l’equipe che faceva riferimento al Sangallo (Baccio Pontelli, Francesco di Giovanni detto “Il Arancione, Luca del caprina i fratelli da Maiano, ecc.), Michelangelo Buonarroti, Leonardo da Vinci e così proseguendo.
In generale, però, la sensibilizzazione sull’architettura fortificata ha finalmente portato nel sistema culturale italiano un aspetto assai significante: le cittadelle o le mura urbane e in generale le varie opere fortificate presenti nella città e nel territorio non sono più considerate solo come elementi che creano dei problemi all’espansione delle città ( come è purtroppo nell’800 e fino a pochi decenni fa), ma vengono in continuazione, specialmente proprio in questi ultimi decenni, valorizzati come patrimonio importante di una comunità, insieme all’architettura religiosa, civile ecc. Tali elementi sono stati molto valorizzati in quanto hanno rappresentato nella storia di ogni comunità il punto importante per la loro sicurezza dell’esistere e quindi allo sviluppo della loro civiltà.
E’ noto che il primo paese che ha valorizzato i propri castelli è stata la Francia, con i famosi castelli della Loira, e poi la Spagna, con i castelli di mano moresca o cattolica. In Italia siamo arrivati un po’ ultimi, ma devo dire che abbiamo fatto passi da gigante per valorizzare questo bene. Da un punto di vista culturale e scientifico, diciamo che ci siamo riallineati alle esperienze europee più avanzate. Per quanto riguarda, invece, il restauro ed il riuso di tali strutture abbiamo qualche difficoltà in più, legata alla quantità e alla dimensione spropositata di alcune fortificazioni. Basterebbe riportare che solo nell’ultimo censimento nell’occasione dell’Atlante Castellano d’Italia, che stiamo quasi completando, i titoli sono oltre diecimila e solo in Toscana sono quasi duemila. Fra gli esempi eclatanti che si è soliti fare spicca il recupero, iniziato negli anni ’60, del circuito murario di Lucca - un circuito di radenza - dove tutta la parte esterna è rimasta quasi intatta ed è stata rimessa a posto in questi ultimi anni, attraverso una serie di interventi a carattere di restauro e di recupero. Indubbiamente oggi, la cinta muraria di radenza, che va da fine Trecento al 1634, è una delle cose più spettacolari da portare come punto di riferimento nell’ambito non solo dell’architettura fortificata, ma della più generale cultura architettonica dell’Italia e dell’Europa.
A.B. - Il recupero ed il riuso di un’architettura fortificata presenta sempre una serie di problemi legati non solo al restauro ed al consolidamento del bene architettonico, ma soprattutto alla sua ri-funzionalizzazione. Imponenti macchine da guerra medievali o dell’epoca della transizione hanno ormai perso la funzione originaria e, oltre a recuperare una propria funzionalità, sono spesso utilizzate per rilanciare il territorio circostante. Non si chiede forse troppo a questi poveri castelli? Che ruolo potrebbe svolgere, oggi, Ripafratta all’interno di un sistema fortificato di confine ancora da recuperare, e quale potrebbe essere un’adeguata ipotesi di riuso funzionale?
D.T. – Sulla ri-funzionalizzazione, il problema si divide in varie parti, nell’ambito del riuso, considerando che per il palatium, il castello ed il cassero medievale, fino quasi al limite della rocca - siamo tra la fine del Trecento, primi del Quattrocento - è per certi aspetti più semplice definire un riuso, perché sono state già adattati nel tempo ad un uso residenziale, o pubblico (palazzo del Governo, o dei Vicari, etc.) salvo che non siano andati diruti.
Un problema diverso è quello, invece, dell’architettura di transizione, quando cioè vengono usate in maniera sempre più importante le artiglierie. Anch’essa quando presenta una tipologia come la residenza fortificata - penso a Moldavio, San Leo, Castel del Monte – ha tutta una serie di spazi che possono essere utilizzati per diverse attività e funzioni. Più problematica è la questione del riuso per le architetture di transizione e per quelle cosiddette di radenza, dove il sistema fortificato è impostato per controbattere un’azione offensiva delle artiglierie. Fra i vari esempi, possiamo citare Palmanova, Alessandria, S.Piero a Sieve, Terra del Sole: tutte fortificazioni caratterizzate da grandiosi bastioni ed ampi spazi per il movimento delle artiglierie; gallerie, spalti, fossati, porte e controporte, in questi casi le problematiche di riuso si fanno più complicate.
Tuttavia, spesso, questi grandi spazi si trovano al centro di parchi naturali che non curati tendono a ricoprire le fortificazioni con la vegetazione, lasciandoli diruti e non visitabili; basterebbe ripulirli, sistemarli come giardini e parchi urbani attrezzati in modo da poter leggere i loro perimetri murari. Ci sono degli ambienti, spespecie all’interno dei bastioni, dove molte volte manca la luce ed altre anche l’aria. Si tratta di spazi per cui possiamo prevedere solo interventi di pulizia, per favorire la visione o di persone particolarmente attente, oppure di specialisti, anche se in questo caso ci sono delle eccezioni : basterebbe citare il bastione Paolino a Lucca o le troniere interne nella fortificazione dell’Aquila o alla biblioteca inserita all’interno dei bastioni di Barletta o alle sale per convegni e mostre nella straordinaria fortificazioni di Bari o di Trani.
Questo problema del riuso e della riqualificazione di una architettura fortificata cambiandone la destinazione, ha fino ad oggi creato perplessità e correnti di pensiero diverse tra loro. Spesso si preferisce “conservare e preservare” un bene architettonico allo stato di rudere perché nel corso della storia ci siamo talmente abituati a vedere edifici diruti che, difficilmente si ha l’elasticità di pensare che una fortificazione abbandonata per decenni, certe volte per secoli, con un processo di degrado visibile e progressivo, possa invece essere riutilizzata a vantaggio di problemi a carattere culturale e ancora possa essere punto d’identità di una intera comunità.
In questo caso ho un esempio emblematico da citare: il Castellum/Palatium di S.Niccolò in Strada in Casentino. Si tratta di un antico castello dei Conti Guidi che, dall’alto di un poggio, domina una strada , un fiume, un borgo e una intera valle. L’organizzazione dei vari edifici a monte e a valle è rimasta quella di una piccola città-Stato, con una strada fortificata, un borgo superiore, un borgo inferiore, caratterizzato, oltre che da un ponte ed un guado, anche da antichi mulini e frantoi, oggi trasformati in case. Il Castello,- meglio sarebbe dire un rudere più volte trasformato e adibito a fienile, deposito, stalla, casa per un contadino etc. - trent’anni fa, fu acquistato all’asta, credo per neanche per due milioni, da un maestro elementare (maestro Biondi) e, in trent’anni, chiedendo aiuti alla Sovrintendenza, al Comune, al Genio Civile, ma soprattutto sacrificandosi in prima persona, è riuscito a recuperare quasi completamente il castello. Questo per far capire che per recuperare un castello non ci vogliano tanti soldi: certo, per mettere a posto e restaurare un castello il denaro è fondamentale, però con la buona volontà, la passione ed il fascino che può trasmettere un edificio del genere anche una persona come un maestro elementare - non per sottovalutare questo mestiere ma solo per sottolineare una disponibilità economica comune a tutti - può rimettere a posto con un appropriato restauro i vari spazi interni ed esterni e rendere a disposizione di tutti un manufatto straordinariamente interessante e utile a tutti. Il castello/cassero di S.Niccolò in Casentino, insieme a Bibbiena, Poppi, Romena e Porciano,è uno dei punti culturali di riferimento per un’intera valle: vi si trovano spazi ricettivi dove si organizzano concerti, convegni, escursioni organizzate, ecc.
Cito questo caso fra i tanti, ma avrei potuto parlarvi di Porciano, Poppi, Castrocaro, il piccolo cassero-rudere di Cenina, il cassero senese di Paganico, fino alla fortezza Vecchia di Livorno - tra pubblico e privato –basterebbe citare la valorizzazione che, per esempio, la Pro-Loco locale sta facendo per la città ideale di Terra del Sole, o le straordinarie iniziative che si sviluppano ogni anno nella rocca di Castrocaro : sono realtà che rispetto a San Niccolò si moltiplicano perché rappresentano la prima una intera città e nel secondo caso uno spazio fortificato grande e particolarmente articolato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: oggi Terra del Sole e la rocca di Castrocaro sono un punto di riferimento importante, non solo per specialisti in ambito scientifico, ma soprattutto, ed in maniera continuativa durante tutto l’anno, in ambito ludico, per tutta un’intera regione. Gli esempi ormai sono tanti basterebbe citare Sarzana e Sarzanello, la rocca Orsini nella Maremma Toscana altri ancora da cominciare il castello di Lari, la rocca di Volterra, la rocca di Ripafratta etc. Concludendo, quindi, sul problema del riuso di queste architetture, direi che si prestano benissimo a far parte di nuovo del sistema culturale ed economico italiano, senza mai semplificare il problema che complesso com’è, ha bisogno sempre di particolare attenzione.
Facendo un altro esempio, si guardi Lucca, dove è bastato portare avanti una semplice operazione di ripulitura degli spazi esterni a verde nel perimetro delle mura : uno spettacolare prato verde, rispetto a cui si staglia questa muratura in mattoni che e si può percorrere tutto intorno - personalmente l’ho fatto più d’una volta - e si ha proprio l’idea, la sensazione fisica oltre che spirituale, di girare intorno ad una città fortificata. In molte occasioni – per il recupero degli spazi esterni di Palamanova, Terra del Sole, etc. non sono da fare opere straordinarie, colossali, o intasamenti o superfetazioni.
Nel caso di Ripafratta, vorrei fare una serie di considerazioni a carattere generale, per poi scendere più nel dettaglio. In generale, possiamo in prima analisi vedere Ripafratta come una rocca, abbandonata e diruta, in una straordinaria posizione dominante un vasto territorio tra Lucca e Pisa. Purtroppo, oggi, è nascosta da una foresta di acacie per cui, prima di tutto, andrebbe intrapresa un’operazione mirata di disboscamento; già questo processo di ripulitura e di riuso della parte esterna sarebbe di per se, un elemento straordinario di salvaguardia, per cui diventa concettualmente semplice dare un riferimento turistico e scientifico: si ripulisce per ottenere l’accessibilità in modo da poter fruire un organismo del genere. Infelice, a mio parere, è l’idea di creare un “parco floristico” o percorsi ambientali come purtroppo è stato fatto a Poggio Imperiale a Poggibonsi quasi da non voler affrontare il problema del recupero e del restauro delle straordinarie cortine in mattone opera del Sangallo. Le fortificazioni antiche e “moderne” avevano nel loro intorno spazi liberi – terra bruciata – e non una foresta disordinata e spontanea di alberi.
Nel caso di Ripafratta il discorso si fa più complesso, perché non si tratta più di una operazione di recupero solo di un particolare manufatto, ma riguarda un problema più vasto. Data la vicinanza di alcune torri di avvistamento, di città fortificate come Lucca e Pisa, di castelli come quelli di Nozzano, o di Vicopisano ecc., diventa fondamentale andare a verificare quali sono le vocazionalità dell’intero territorio: bisognerebbe vedere quali sono le eventuali attrezzature, a livello ludico, scientifico, turistico ed economico che ci sono nel territorio ed operare in funzione di queste. Faccio un esempio per far comprendere: San Giuliano ha una forte risorsa economica che l’Amministrazione sta in questi anni sempre più valorizzando che riguarda le attrezzature termali. Io mi chiedo perché non valorizzare Ripafratta come punto di riferimento nell’ambito di questa importante attività così radicata sul territorio?
Secondario diventa, qui, il problema – comunque da risolvere - di come fruire gli spazi interni . Ripafratta, oggi, non è altro che un circuito murato con dentro, salvo la torre, uno spazio vuoto che, al di là degli scavi archeologici eseguiti alcuni anni fa dal Prof. Redi, che comunque vanno salvaguardati, potrebbe ospitare una serie di strutture leggere e reversibili tali da svolgere diverse attività culturali. Problematiche da valutare e da progettare è vero ma credo interessanti.
Alcuni anni fa, insieme con il Prof. Vernuccio, ci siamo occupati del riuso e della valorizzazione del cosiddetto castello-carcere di Lari, ed anche in quel caso l’intento è stato quello di coinvolgere una base territoriale il più possibile ampia. Data la vicinanza con Perignano ed una fiorente industria mobiliera, abbiamo provato a verificare se gli spazi interni del castello si prestavano a divenire la sede di un laboratorio per la valorizzazione delle attività di trasformazione di Perignano. Intendevamo, cioè, con la creazione di una scuola di falegnameria, design e disegno industriale, inserire il piccolo castello di Lari nel territorio.
Anche per Ripafratta, perciò, potrebbero essere valide considerazioni del genere, tenendo conto di quelle che possono essere attività di cultura materiale, tradizioni, culture, oppure di certe attività di produzione.
A.B. - Durante la sua carriera professionale ha avuto l’occasione di intervenire su fortificazioni importanti, da tempo in degrado (cito Poppi, Scarperia, Staggia ecc.) con una configurazione consolidatasi da tempo nell’immaginario collettivo: ruderi o monumenti storici appartenenti al paesaggio naturale. Situazioni, quindi, simili a Ripafratta. Quanta attenzione è necessaria nel relazionarsi con l’opinione pubblica e convincerla che quel “bene naturale” è in realtà un “bene culturale” e può essere utile a rilanciare l’economia di un territorio?
D.T. – Per ciò che riguarda la mia personale esperienza professionale, quando cioè mi sono occupato di Poppi, di Scarperia, di Staggia, del castello di Fulignano ecc., ho notato - in generale – che se non si è a conoscenza del problema, si ha sempre paura e si va incontro così a dubbi e a critiche. Queste cose vanno serenamente affrontate nella maniera opportuna, con studi corretti, appropriate soluzioni progettuali ecc., ma, soprattutto, con operazioni che vanno proposte e difese rispetto ad un’inerzia iniziale molte volte ingiustificata e in parte anche reazionaria quella che io chiamo “la sindrome del rudere”.
Ne riporto una tra tante. Quando ho fatto il progetto e la realizzazione della copertura - trasparente iperleggera, reversibile e mobile - del cortile del Castello di Poppi, sono stato attaccato molto ferocemente da più persone. Sembrava che nessuno fosse d’accordo. Favorevoli al progetto, con molte riserve, erano parte del Comune e la Sovrintendenza di Arezzo, molte altre persone quasi mi offendevano. Un fattore positivo era che il progetto della copertura era stato approvato e finanziato con fondi europei.
Me ne hanno dette di tutti i colori. Hanno detto che volevo metter il castello sotto plexiglas, persino che lo inserivo dentro un “preservativo”, che ero un esaltato e via dicendo, criticandomi in ogni occasione.
Per la caparbia volontà di pochi e mia personale e del gruppo di giovani architetti che a vari livelli avevano discusso tesi sul Castello e ai quali avevo chiesto collaborazione, il progetto è andato avanti fino ad approdare alla fase realizzativa, anche perché, al di là delle polemiche, la copertura del cortile era indispensabile per garantire la salvaguardia di una delle più straordinarie collezioni di stemmi vicariali che ci sono in Toscana. All’interno del cortile, infatti, l’azione dell’acqua piovana stava dissolvendo questa importante testimonianza. Delle pitture quasi non c’era rimasta più traccia, mentre gli stemmi – scolpiti in arenaria, pietra bigia, in pietraforte e in ceramica - si stavano ormai disgregando e scomparendo .
Oggi, le tante persone che visitano il castello di Poppi, grazie a questa copertura trasparente - poi alla fine il Comune ha rinunciato a farla anche mobile, e di questa scelta poi ho saputo che si è particolarmente pentito – possono verificare come il cortile interno al castello dei Conti Guidi sia diventato uno dei punti di riferimento, culturali e musicali, per l’intera valle. Il suo interno oggi ospita continuativamente mostre, rassegne, concerti, convegni e tavole rotonde. Inoltre per tutta una serie di ragioni, oltretutto anche non volute, l’aver costruito questa copertura, leggermente curvata, al di sopra dei profili delle coperture del castello – (era necessario non alterare la configurazione dei volumi interni del cortile trapezoidale) – ha creato una cassa armonica di risonanza straordinaria, per cui i maestri d’orchestra, specialmente nel campo degli archi, partecipano con entusiasmo ai concerti organizzati dentro il cortile, coperto “in plexiglas” dall’architetto Taddei e dal suo Gruppo (ero affiancato da un gruppo di miei ex Laureandi, oggi affermati professionisti). E’ vero, l’ottenimento di una cassa armonica non è stata una cosa programmata ed abbiamo avuto un pizzico di fortuna, ma oggi ogni volta che visito il castello di Poppi sono accolto molto calorosamente specie da alcuni acerrimi “nemici” che oggi riconoscono con intelligenza e sincerità la fondatezza della realizzazione.
A.B. – Per operazioni di recupero complesse, quanta fiducia ripone in un gruppo di lavoro multidisciplinare, in cui collaborino diverse competenze? In base alla sua esperienza, chi ha il compito di supervisionare e gestire l’intera operazione?
D.T. – Riguardo a questa domanda non parlerei di un supervisore, preferisco il termine capogruppo, e tale ruolo l’affiderei ad un architetto o alla nuova figura che si sta costruendo nelle facoltà di Ingegneria dell’ingegnere/architetto. Non solo perché sono loro le competenze in un ambito di restauro e riuso, ma perché - parlo senza arroganza, né presunzione - sono loro che lo dovrebbero fare. Se si va a vedere che cosa significa architetto, etimologicamente, architector viene dalla parola greca che vuol dire “capo dei costruttori”, colui cioè che coordina il lavoro od il processo costruttivo di realizzazione del progetto.
Questo non vuol dire che deve comandare gli altri collaboratori e tutte le maestranze, ma le deve coordinare perché, come formazione - abituato proprio dalle Facoltà di Architettura e oggi dalle facoltà di ingegneria nel corso quinquennale di Architettura Edile- è colui che ha più di altri, a mio modesto avviso, la visione finale, totalizzante, di quel progetto. E’ lui solo che ha la visione spaziale della realizzazione.
I tecnici degli impianti, il geologo, il tecnico per la sicurezza o l’ingegnere per il consolidamento strutturale hanno una visione solamente parziale e relativa al loro campo; mentre l’ingegnere/architetto ha una visione finale e spaziale della realizzazione, e deve coordinare, con intelligenza e capacità, tutti gli altri tecnici in quanto solo un bravo progettista ha una visione totale nello spazio.
Pertanto specie nell’ambito del restauro e del recupero architettonico il tecnico di riferimento dev’essere l’architetto/ingegnere insieme alla presenza e alla collaborazione di altri tecnici che daranno un apporto professionale specifico. L’importante di tutta questa operazione è che sia presente una persona che abbia una visione globale di quello che è la realizzazione finale.
FINE PRIMA PARTE.
(ricordiamo che la seconda parte dell’intervista realizzata dall’arch. Andrea Bulleri al prof. Domenico Taddei sarà pubblicata sul prossimo numero di “Voci dalla Rocca”)
di ANDREA BULLERI
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Venendo da Pisa verso Lucca lungo la 12 dell’Abetone, a Ripafratta nel centro del paese, la strada si allarga e noi chiamiamo pomposamente “piazza” quello slargo, e anzi, “piazza della Chiesa”, perché la Chiesa vi si presenta, con la sua facciata neoclassica, abbastanza maestosa. Se qualcuno vi fosse arrivato nel 1944, prima della Chiesa, si sarebbe imbattuto in una colonna di pietra scura, che era il simbolo della “podesteria” di Ripafratta. Ora non c’è più perché in quegli anni un carro armato americano ubriaco andò a sbattervi contro e la buttò in terra, sgretolando così secoli di storia. Ma siamo alla facciata della Chiesa. In alto nel triangolo che chiude la facciata, si vede uno stemma di marmo murato, con il simbolo della famiglia dei Roncioni, che avevano sulla chiesa di Ripafratta (con Avane) il “ius-patronatus”, cioè avevano il diritto, alla morte di un pievano, di presentare dei nomi all’attenzione del Vescovo per la nomina del nuovo pievano dell’antica Chiesa pievania, dedicata all’apostolo S. Bartolomeo. L’ultimo pievano ad essere nominato con questo diritto medioevale sono stato io nel 1950, il 27 di agosto. Ai piedi della facciata ci sono tre scalini di pietra dura. Non sono semplici scalini per entrare in Chiesa, ma hanno una storia, e terminano con un piccolo spiazzo lastricato. Su quegli scalini e su quello spiazzo, quando non fa più freddo, da sempre si radunavano e si radunano giovani e non più giovani per chiacchierare, stare insieme, fare spuntini (una volta a base di semini, ora molto più ricchi e abbondanti, visti i resti lasciati sul posto). L’ingresso alla Chiesa è segnato da un grande portone con gli stipiti di pietra serena. Guardando dal di fuori specialmente quello di sinistra, si vedono della scanalature, dovute all’appuntire la punta delle umili trottole di legno con in cima un chiodo, per farle scorrere più veloci e più a lungo. Su quello spiazzo di pietra dura i ragazzi giocavano accese partite di corsa e sorpassi con i “tappini” metallici, riempiti di cera liquida prelevata dalle candele accese (con grande gioia dei pievani). Entriamo in Chiesa. Sulla parete di entrata, c’è una grande cantoria di legno dipinto che sorregge un organo dell’organaro “Tronci”, risalente nel complesso al 1883. Essendo meccanico e non essendo suonato, è diventato “rauco” ed ha bisogno di restauro. Si vedrà. Entrati in Chiesa, sulla sinistra (in facciata) c’è un’urna protetta da un vetro di sicurezza e da un allarme; quest’urna contiene la Statua lignea della “Madonna di Rupecava”, scolpita nel 1326 dal famoso scultore Andrea Pisano. E’ veneratissima non solo da Ripafratta, ma da tutto il piano di Pisa e di Lucca. Lo si vede l’8 settembre quando all’Eremo - ormai distrutto dalla stupidità dei vandali moderni - si celebra la “Festa dell’8” con varie S. Messe, Comunioni e… mangiate. Sulla stessa facciata interna, sulla destra c’è un’urna con una povera ed umile statua di gesso del S. Cuore e vi è dipinto un fac-simile di altare, dedicato ai caduti della 1° Guerra Mondiale. Mi sono scordato di ricordare che sugli scalini citati prima, un giorno di qualche anno fa, un giovane liceale, bravo, devoto, intelligente (e anche bello), Paolo Benotto, a me seduto con lui su questi scalini, disse: “Pievano, ai arregga!” (ed io mi arressi agli scalini) “Mi faccio prete!”. Lo si poteva prevedere, ma quella fu una dichiarazione ufficiale. Gli risposi: “Bene, se son rose fioriranno”. E sono fiorite! Paolo, il nostro Paolo, diventò sacerdote, segretario dell’Arcivescovo Matteucci, Parroco di Oratoio, Vicario generale di Pisa, ed ora è Vescovo di Tivoli, vicino a Roma. Auguri, Paolo! Sempre dentro la Chiesa, sulla parete di destra, in fondo, sono murate due pietre: una più grande e poco leggibile ed una più piccola. La più grande era stata la pietra tombale di Matteo Gambacorti, giovane nobile pisano della famiglia Gambacorti, morto di peste qui attorno al 1400. La pietra più piccola è la pietra di fondazione, risalente al 1327, con i nomi di alcuni “fabbriceri”, di una chiesetta romanica, e lesionata gravemente dal terremoto del 14 agosto 1846 alle ore 13, di cui c’è ancora memoria nella “Festa del Voto” e nella laude popolare “D’insolito fragore”. Il piano della Chiesa è riempito di panche abbastanza recenti, offerte dalle famiglie a sostituire quelle più vecchie (ma non antiche) portate a Rupecava quando i vandali fecero la strage della chiesetta distruggendo anche le panche (ma sono sparite anche le “sostitute”). Un’altra urna sempre sulla destra custodisce una “Madonna con Bambino”, moderna opera di Vincenzo Moroder, di Ortisei, e offerta dal fratello dell’attuale Pievano, il sig. Guerrino Maracich. Quest’immagine ha sostituito quella “vestita” che per l’andar del tempo non era più affidabile. Di fronte a questo altare della Madonna, ce n’è un altro, quello del Crocifisso (una bella scultura lignea scura) detto del “Niccolai”, perché fino a non molti anni fa era in custodia per il mantenimento a quella facoltosa famiglia ripafrattese. Ecco poi l’altar maggiore, in marmo, opera del 1800 (essendo del 1854-1857 la costruzione della Chiesa attuale). Fa la sua figura, senza essere un’opera d’arte. I candelieri (come quelli degli altri altari) sono di bronzo e non hanno tanti anni; sostituiscono quelli di legno (che comunque erano senza nessuna pretesa artistica, ma solo quella di essere termiti e scrostati). Ci sono le balaustre di marmo di Siena, che chiudono il presbiterio, l’altarino posticcio “coram populo” e un pulpito offerto dal sig. Carlo Granucci che abitava qui e ideato dal Conte Carlo Biscaretti, nobile torinese legato alla FIAT e amante di Ripafratta. Nel coro, sulla parete, un grande quadro con Madonna e Santi, di recente restaurato con il contributo della Cassa di Risparmio. La nostra Chiesa è sostanzialmente qui. Un padre domenicano, venuto dall’America a cercar notizie sul Beato Lorenzo, pure domenicano, dei “da Ripafratta”, sepolto a Pistoia, avendo visto la nostra chiesetta disse: “Pulchra in simplicitate”, “Bella nella semplicità”. E a noi basta e avanza!
di Mons. Mario Maracich
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C'è un proverbio che dice "chi fa da se fa per tre" ma quando uno da solo non ce la fa? C'è un'altro proverbio che giunge in soccorso......."chi trova un amico trova un tesoro"! Ed è proprio sulla base dell'amicizia che è partita la nuova iniziativa del "Comitato per Ripafratta" (“centro Amicizia”), resa nota dalla riunione aperta a tutti, presso i locali di Villa Stefanini il 2 Aprile scorso. Sicuramente buona la partecipazione (i presenti erano 20) se guardiamo agli incontri passati, ma minima se consideriamo il paese nella sua globalità, visto che conta ormai ben più di seicento anime. "La nostra idea non è quella del normale volontariato, seppur bellissimo, c'è qualcosa di più" ci dice il Presidente del Comitato, l'ingegner Aliberti "in paese ci si conosce più o meno tutti, quindi la nostra vuole essere una RETE DI AMICIZIE, un po’ come si faceva un tempo nelle grandi famiglie..." . Nobile è l'idea e pure sono le intenzioni, ma come arrivare a coinvolgere tutte le famiglie senza risultare entranti e sfacciati? Il primo passo è sicuramente rivolto alla chiarezza e noi, come “Voci dalla Rocca”, ce ne siamo fatti carico, nella speranza di spiegarvi tutto nel migliore dei modi. Verrà istituito un gruppo di volontari disponibili ad aiutare i compaesani (ed in special modo gli anziani) in ogni necessità. Alcuni esempi? "Ho finito le medicine ma non posso andare a prenderle, chi meglio di un amico mi può aiutare?" "Ho una visita dal medico e non ho la macchina... un amico mi può accompagnare". E' stato istituito un giorno la settimana (di preciso il giovedì) in cui dei “volontari” si terranno a disposizione presso la biblioteca in via Silvestro Lega n.7, così, tanto per cominciare. "Mi ha fatto molto piacere leggere questa notizia, ricordo che quando ero più giovane portavo spesso qualcuno a fare lo visite o accompagnavo i ragazzi a scuola... ora sono io ad averne bisogno..." dice Don Mario rivolto ai partecipanti. E' quindi importante che questa bella iniziativa prenda piede così da diventare familiare, perché non ci deve essere alcuna vergogna nel chiedere una mano ed un amico, dato che un amico c'è sempre. Speriamo sinceramente che il muro di diffidenza, che da sempre caratterizza Ripafratta, vanga abbattuto così da non rendere vano il lavoro di chi vuole aiutare gli altri. Il nostro paese lo sappiamo, è una piccola realtà con tanti problemi, ma non crescerà mai se non ci aiutiamo gli uni gli altri così da renderla migliore.
di SARA LIPPI
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Mi capita spesso di scrivere articoli riguardanti “Farneta”, questo perché è la realtà a me più vicina e quindi mi è più facile capire e scrivere i problemi che tutti noi dobbiamo affrontare. Questa volta però vorrei descrivervi la situazione di via di sopra. Tutti i ripafrattesi la conoscono, ma magari i “nuovi ripafrattesi” non l’hanno ben presente almeno a sentire il nome. Per farvi capire è la stretta via che dal lato sinistro della chiesa (chiesa in fronte) conduce fin dopo la curva della vecchia porta abbattuta durante la grande guerra. Apro una parentesi: anche su questo argomento ci sarebbe da discutere parecchio, in quanto dopo la caduta di alcuni sassi, anche di considerevoli dimensioni, nessuno si è occupato della questione, se non mettendoci prima delle transenne e adesso un cartello di attenzione in entrambe le direzioni. Ma chi si deve occupare seriamente della messa in sicurezza? Chi risponde in caso di incidenti? L’A.N.A.S., il Comune, le Ferrovie? Chiediamo a chiunque abbia informazioni. Ma ritornando a noi. Via di Sopra, oltre a congiungere due parti del paese, è diventata assai importante (soprattutto in questi ultimi tempi) in quanto è la via più veloce per raggiungere la Rocca. Proprio in questo periodo, in occasione delle mostre che il Comitato ha organizzato (anche “Voci” ha dato il suo contributo), sarà percorsa (si spera) da un discreto numero di turisti. Proprio per questo credo che non sarebbe un cattivo proposito cercare di migliorarla, mettendo qualche lampione per l’illuminazione, lastricarla con delle pietre e così via. Gli abitanti fanno già un grosso lavoro rallegrandola con dei bellissimi fiori e pulendo (per quanto possibile) la via, ma aiutarli per rendere l’ambiente ancora più bello e caratteristico per i visitatori, ma soprattutto per chi ci abita, credo farebbe piacere a tutti. Nel mio immaginario, vedo “frotte” di persone che vengono anche da lontano apposta per visitare la Rocca e preferiscono fare due passi (anziché prendere la navetta che li conduce direttamente all’ingresso) percorrendo la strada più caratteristica di Ripafratta, ornata di fiori, illuminata la sera con dei lampioni che rendono l’ambiente ancora più caratteristico e pittoresco; con una fontana dove potersi dissetare ed un bel vialetto su per il bosco, con delle piazzole e delle panchine per chi vuol riposare e godersi il panorama e che conduce fino all’ingresso della Rocca. La Rocca, ristrutturata e decorata con dei fiori, mostra per intero la sua imponenza ed è di nuovo il fulcro del nostro paese, ma non più subire attacchi con lo scopo di conquistare un’importante postazione strategica, bensì attaccata da turisti alla riscoperta di una bellezza che per troppo tempo è stata nascosta.
di LUCA CASAPIERI
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Giovedì 22 aprile i locali dell’ex-Asilo hanno ospitato una delle riunione della “Caritas Valdiserchio”. Apprezzabile è stata la presenza dei Ripafrattesi, segno che l’argomento solidarietà non lascia indifferenti. Scopo principale dell’incontro era quello di far “aprire gli occhi” a chi magari pensava che le cose tristemente brutte fossero quelle sentite al telegiornale o lette sulla locandina affissa fori dal tabacchi. Il “sapere” è il primo passo verso il “fare” e proprio il fare, e qualcuno che fa, è ciò che serve alla Caritas! Ogni forma di aiuto è bene accetta, dalle raccolte di cibo per le famiglie bisognose, passando per l’aiuto manuale (nelle mense dei poveri, nella gestione pratica e conservazione dei beni donati) alle sempre utili e gradite offerte in moneta. Mi ha colpito molto una frase detta nel corso della serata: “Al contrario di quello che si può pensare, le famiglie in difficoltà sono in aumento rispetto agli anni scorsi; e non pensiate che siano solo straniere, ci sono anche tante famiglie italiane”. Ebbene sì, signori, nell’era degli yacht dalle dimensioni mastodontiche con interni in mogano e rifiniture in oro e diamanti, delle ville con piscina olimpionica, e del silicone a go-go (perché è bello ciò che è bello) c’è gente che si trova a scegliere quale pasto fare in un giorno, perché tre sono troppi per il budget disponibile. Mettiamoci quindi una mano (e volendo anche tutto il braccio) sulla coscienza e pensiamo: mi serve davvero tutto ciò che ho, o posso donare qualcosa a chi ne ha bisogno. Perché, “l’acqua spegne un fuoco acceso, l’elemosina espia i peccati”, come dice un Libro dell’Antico Testamento, il Siracide, che è stato ricordato durante la riunione. A tal proposito è stata istituita un’iniziativa di “adozione ravvicinata”; già quarantotto famiglie hanno aderito promettendo semplicemente 10 euro al mese (per tutto l’anno) così da sostenere altre famiglie più bisognose sul nostro territorio. Si aspettano altre adesioni… a buon intenditor poche parole. Per chi fosse interessato, la prossima riunione pubblica della Caritas Valdiscerchio (che non esclude comunque di tornare a Ripafratta) si terrà il 24 Maggio, probabilmente a Vecchiano.
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Apro la finestra. Un tiepido sole invade la stanza dando una piacevole sensazione. Finalmente è PRIMAVERA. Fuori nella campagna, alberelli bianchi, rosa, risaltano nel nuovo verde dei prati. Questo rifiorire della natura si manifesta anche nello spirito con più vitalità, rinnovata energia. Scopri un desiderio di pace, tanta gioia di vivere forse merito anche della Pasqua vicina . Nel suo significato, questa data è un riferimento basilare della religione cattolica, ma commemorata pure in altre confessioni. Viene festeggiata in vari modi, per me era associata al giorno delle uova. La memoria corre indietro nel tempo e riaffiorano persone, momenti ormai lontani. Allora si indossavano vestiti da “mezza stagione”, c’erano anche quelle, ma il pensiero di tutti era di rinnovare “un capo”. Uomini, donne e bambini facevano sfoggio prima della Messa o nella pausa in attesa del pranzo. Non c’era ostentazione di lusso, bensì un pizzico di vanità nella gioia di sentirsi vestiti a festa. Per tradizione, portavamo a benedire le uova “sode” nei tovaglioli annodati, mostrandole quasi con orgoglio. Pensavo ingenuamente che ciò servisse a renderle più buone, ma mi sono reso conto che non aveva niente a che vedere con il gusto. Nella mia famiglia di modeste condizioni, il pranzo pasquale era proprio una cerimonia. Come dimenticare il brodo di gallina, i bolliti misti, gli arrosti, ma soprattutto la “ciccia con lo stecco”. Comuni bistecchine di agnello, impanate e dorate con la frittura. Se queste mancavano non era Pasqua. Dopo i vari dolci casalinghi, in casa mia le colombe confezionate non volavano, il momento più atteso: l’apertura dell’uovo. Non contava la grandezza né la qualità della cioccolata, la cosa importante era la sorpresa. Tanta euforia, tanta attesa per ritrovarsi poi con un pupazzetto o una piccola auto di plastica. Era poco ma eravamo felici tanto. La sera a cena, stesso menu del girono magari affrontato con minor appetito, ma con una nuova carica di entusiasmo. L’indomani sarebbe stata Pasquetta o il giorno del Pellegrino. Mai definizione mi sembrò così appropriata. Giornata di scampagnate, di giochi all’aperto e sana allegria. Oggi si gira il mondo ad ogni occasione, per me allora la meta agognata era un bosco di montagna o un bel prato lungo il fiume. Il mare non rientrava nelle preferenze. Ricordo una notevole partecipazione, numerose le famiglie al completo, dai più piccoli agli anziani. In questa promiscuità sembravamo proprio dei pellegrini. Venivano distese coperte e tovaglie di ogni colore, generalmente a quadri, che rendevano l’ambiente simile ad un mosaico. Al centro troneggiavano bottiglie di vino, di acqua per i piccoli e un assortimento di vettovaglie da fare invidia ad un negozio: salumi, formaggi, uova, insomma, di tutto. Gli adulti si impegnavano in animati giochi di carte, a qualche sporadica lettura o più semplicemente a conversare. Ritengo fosse compreso anche il pettegolezzo. Per noi ragazzi era il massimo. Corde tese fra gli alberi, rustiche altalene, trasformavano noi in novelli Tarzan o spericolati acrobati. Un continuo gridare: “Dai, scendi, ora tocca a me” oppure “Vieni fuori, ti ho visto” nel giocare a nascondino. Ma il più praticato era il gioco del calcio: tutti i giocatori, niente arbitri e nessun spettatore. Non si contavano i goals, intensa partecipazione e qualche sgridata quando il pallone colpiva qualcuno o finiva in mezzo a tavole imbandite. Il recupero della palla in questi casi era un po’ imbarazzante. C’era talvolta qualcuno “ganzo” che sapeva suonare la chitarra e radunava attorno a sé numerose ragazze, raccogliendo applausi e chissà anche consensi. Questo è un affresco di qualche anno fa , non ieri ma neppure tanto lontano. Viene spontanea la domanda se fosse meglio allora o sia migliore oggi. Decisamente oggi abbiamo maggiori opportunità, ma è altrettanto certo che vivevamo più sereni. Nonostante le difficoltà, riuscivamo a tirare avanti in una dimensione più umana, alla ricerca di un’armonia nel rispetto degli altri. Forse oggi si è persa questa consapevolezza, ma dobbiamo tornare indietro e riscoprire quei valori che danno all’uomo la propria dignità. E’ una considerazione personale ed ognuno può interpretarla come crede, soggettivamente, nella concezione di libertà più ampia. Idealmente voglio aprire con voi un gigantesco uovo di Pasqua. Che all’interno ci siano la volontà e la forza per cancellare di colpo tutte le malvagità del mondo. Che spariscano le cose cattive e rifiorisca la speranza. In fondo all’uovo ci siano per ciascuno di voi, tanta salute, tanta serenità e solo cose belle. Scritto così non sarà una sorpresa ma è un augurio che spero gradirete. Buona Pasqua.
di CLAUDIO ROMANI
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E’ stata in parte ripulita, con attrezzature meccaniche, e quindi non troppo approfonditamente, il tratto stradale della famosa “curva” dove si trovava la vecchia Porta di accesso al Paese, abbattuta durante il secondo conflitto. Questo nell’ambito dell’opera di manutenzione del bordo stradale che ha interessato nei giorni scorsi tutta la Statale. La pulizia, che si è limitata alle zone “basse”, ha rivelato di nuovo, nascosto com’era dalla vegetazione, un arco a livello del terreno della Porta, oggi murato, ma che in passato conduceva probabilmente al fiume. E’ il passato che riemerge, dopo esser stato sepolto dall’incuria e dall’oblio. Intanto, però, lo stato di degrado di una delle zone più dense di storia del nostro paese, prosegue incontrollato, con rovi, macerie, rifiuti. Sarebbe buona cosa che qualcuno se ne cominciasse ad occupare seriamente, almeno in occasione della Festa di Primavera. Non è certamente un buon biglietto da visita del nostro paese per chi arriva da Lucca. Vedere un vero e proprio sito storico ridotto in quelle condizioni fa tristezza e suscita sdegno. Soprattutto in chi lo ha conosciuto prima della guerra (in copertina di questo numero trovate la Vecchia Porta in una cartolina d’epoca; è quella costruzione quadrangolare in basso a destra). Noi lo abbiamo ripetuto ben più di una volta, dalle pagine del nostro giornale, spesso in occasioni sgradevoli (come quando sono crollate alcune pietre del vecchio muro e sono rotolate in mezzo alla strada). E’ un vistoso controsenso che siano stati piazzati due cartelli di pericolo (proprio per la caduta delle pietre) e poi non sia stato fatto niente per la messa in sicurezza dell’area. Lo ripeteremo finché qualcuno non ci ascolterà.
di FRANCESCO NOFERI