Editoriale
Festa di Primavera, in trecento a visitare Ripafratta
Consuntivo della festa
Un successo Ripafrattese
La guerra nel medioevo
Quale futuro per la biblioteca?
L'importanza di ripulire la Rocca
I nostri lettori ci scrivono
Ripafratta e Nozzano
Diossine: un caso aperto
Caso del mese - Gli "UFO" di Nozzano e l'eclissi
Il mese di maggio per il nostro paese è una vera e propria benedizione. Ripafratta si risveglia dall’inverno che per un bel periodo l’ha lasciata addormentata e triste fino all’arrivo della primavera con tutti quei colori e profumi che si porta dietro.
Maggio inoltre è periodo di festa per Ripafratta, con la ormai tradizionale Festa di Primavera (anche se non è molto che è nata, è subito entrata nel cuore di tutti i ripafrattesi) che quest’anno ha avuto un ancora maggior successo rispetto alla passata edizione. Molte persone hanno collaborato per l’allestimento della mostra all’interno dei locali dell’Asilo, fornendo materiale di ogni genere ma sempre riguardante il “tema” di questa edizione, i fiori, mostrando così la fantasia e la “vena artistica” che ogni ripafrattese ha in sé.
Buona è stata anche l’affluenza di “pubblico esterno”, visitatori venuti sia dai paesi confinanti, sia da paesi un po’ più lontani, apprezzando molto sia la mostra, sia le visite guidate alla rocca che alle torri, segno che Ripafratta ha ancora parecchie carte da giocarsi per il futuro turistico.
Peccato che il tempo non ci abbia assistito in pieno per tutta la festa, mi riferisco alla pioggia caduta nella serata durante la commedia, che ha costretto una buona parte del pubblico ad abbandonare lo spettacolo e gli attori ed organizzatori ad improvvisare una soluzione “arrangiata” nel miglior modo possibile par far proseguire lo spettacolo.
Tutto sommato non c’è da lamentarsi. Sono soprattutto le occasioni come queste che, oltre a portare visitatori nel borgo, fanno rinascere la voglia di uscire, fare due chiacchiere tra amici di paese diventando soprattutto un luogo di ritrovo e di serenità anche per le persone che escono un po’ meno. Credo sia questo il vero scopo che muove tutta quella gente che mesi prima si dà da fare per cercare di organizzare al meglio una manifestazione del genere.
Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno collaborato affinché tutto funzionasse nel miglior modo possibile. Da parte nostra, abbiamo pensato che fosse necessario ringraziare i ripafrattesi, che hanno davvero “sentito” questa festa, con un manifesto che troverete nei prossimi giorni in piazza (e che vedete riprodotto qui a fianco).
Tante volte non si fosse capito, in questo numero ci sarà un resoconto dettagliato della Festa di Primavera ma non mancheranno comunque notizie di “cronaca strettamente paesana” e alla “denuncia” di situazioni vergognose che purtroppo nel nostro paese abbondano e che nonostante i nostri precedenti articoli, continuano a esistere senza nessun cenno di risvolta o miglioramento. Infine ci sarà anche spazio per faranno conoscere meglio il “nostro” medioevo, grazie all’intervento degli Architetti Andrea Bulleri e Sebastiano Amato.
Vorrei infine ricordare che “Voci dalla Rocca” non è un club esclusivo dove solo pochi “eletti” possono entrare superando chissà quali prove, bensì un gruppetto di persone che aprono le porte a tutti coloro che vogliano aiutare a migliorare la realtà dove abitano. Quindi se volete contribuire in qualsiasi forma o partecipare direttamente ad una delle riunioni, anche solo per la curiosità, non dovete far altro che comunicarlo a qualcuno della Redazione oppure vedere in piazza, alla bacheca, quando ci sarà la prossima riunione pubblica o ancora scrivendoci e chiedendo informazioni.
Ndr. Il numero che state leggendo conclude l’annata 2003/2004 di “Voci dalla Rocca”. Un periodo pieno di soddisfazioni, grazie a voi. Il prossimo appuntamento è, come di consueto, con l’edizione estiva, e poi a settembre per l’inizio di un nuovo anno insieme. La Redazione.
di Luca Casapieri
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Uno dopo l’altro, sfilano fra le alte mura del corridoio d’ingresso alla Rocca. Quasi trecento persone hanno visto da vicino, per la prima o per l’ennesima volta, il monumento che da un migliaio di anni si erge sul Colle Vergario, dominando il borgo di Ripafratta. E lo hanno fatto con la guida e l’assistenza “storica” dell’architetto Sebastiano Amato, membro dell’Istituto Italiano dei Castelli, ormai un nostro (gradito) ospite da diversi mesi. La Festa di Primavera è giunta solamente alla sua seconda edizione, ma già dà segni di radicamento nella popolazione e anche - perché no - di maturità. La prima, lo scorso anno, fu già un successo simile. Numerosi visitatori convenuti a Ripafratta da tutta la Valdiserchio avevano potuto per la prima volta accostarsi alla Rocca dopo tanti anni di abbandono e disinteressa. E anche questa volta lo scenario si è fortunatamente ripetuto. Una piazza sgombra dalle auto ha accolto i visitatori già dalla mattina di sabato 22, ininterrottamente, fino alla conclusione, la sera di domenica 23. Gli organizzatori del Comitato annunciano soddisfazione e le stime fatte direttamente da noi di “Voci dalla Rocca” confermano il numero di circa trecento visitatori per la Rocca e numerosi altri (soprattutto Ripafrattesi) per le attività in paese, a cominciare dalla sfilata di inaugurazione. Sabato pomeriggio, sono circa le cinque e mezza. Preceduti dal rullo dei tamburi, gli sbandieratori, le dame e i messeri, con in testa la bandiera ripafrattese arrivano in piazza. Sono accolti da una gran folla, che sinceramente in pochi si aspettavano. Sono tanti soprattutto i nostri compaesani, che per l’inaugurazione dello scorso anno avevano mostrato diffidenza e scetticismo. Stavolta, invece, affollano la piazza e assistono allo spettacolo inscenato dagli sbandieratori. Poi, l’appuntamento si sposta al vernacolo, forse la punta di diamante di questa edizione 2004 (e speriamo anche della prossima). Sia la lettura di sonetti e brani sabato pomeriggio, sia (soprattutto) la commedia teatrale “Traviata” di domenica sera hanno riscosso non solo successo, ma anche apprezzamento unanime da parte di tutti. Se c’è una cosa da auspicare per la prossima Festa di Primavera è proprio il ritorno in forze di questa forma non solo di intrattenimento, ma di vera e propria cultura popolare. Infine, le tre mostre presso l’Asilo che sono rimaste aperte alle visite nelle due giornate. La prima, quella sul recupero e riuso delle architetture fortificate (da noi già ampiamente trattata negli scorsi numeri e che ha visto la partecipazione dell’arch. Andrea Bulleri) e la seconda, “Fantastico… il fiore” su cui il Comitato aveva puntato in modo particolare (alla quale erano presenti le opere realizzate dalla gente con tema appunto “il fiore e la primavera” e nella quale si sono viste cose davvero pregevoli); infine, la mostra sulle erbe aromatiche e sul loro utilizzo nella tradizione popolare, che si è guadagnata una buona fetta di pubblico particolarmente interessato. Anche per quest’anno, dunque, è andata, ed è andata bene. Prima però di lasciare spazio ai commenti delle prossime pagine, vogliamo rilevare una cosa positiva e che avrà fatto piacere a molti. Di bandiere bianco-rosse alle finestre, ai terrazzi, ai cancelli, ce n’erano proprio tante, e in tutto il paese. Questo è davvero un buon segno, un segno che lascia sperar bene per il futuro del paese e per la sua unità. E’ un seme gettato da tempo, ma dev’essere annaffiato continuamente se non si vuole correre rischi…
di FRANCESCO NOFERI
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Ancora, quest’anno, la “Festa di Primavera”, a Ripafratta. Credo che ormai molti sappiano perché questa festa: la Rocca, le Torri, il territorio, il paese di Ripafratta; che devono essere riscattati da una condizione di degrado; e l’ipotesi, positivamente perseguita, di un recupero ed uno sviluppo possibile, all’interno di un progetto complessivo che riguardi le frazioni, la fascia del lungomonte e del Serchio, San Giuliano Terme. Ma, a noi del Comitato e non solo, piace pensare che con la Festa di Primavera una solidarietà, un “fare ed uno stare insieme”, le proposte e lo sviluppo di iniziative, siano elementi antichi di partecipazione che vorremmo non fossero dimenticati, pur nelle attuali condizioni sociali ed economiche, profondamente mutate. La partecipazione non ha soglie che devono essere raggiunte, né tempi che devono essere rispettati: ognuno che voglia e quando voglia e possa; anche l’attenzione e la discussione propositiva è elemento indispensabile ad una comunità; non ci sono graduatorie di merito. Ed è con questo spirito che in molti hanno partecipato direttamente, personalmente: con le “Corti ed i Balconi fioriti” e con “Fantastico …il fiore”. Le iniziative quest’anno sono state molte ed hanno richiesto un maggiore impegno e sforzo organizzativo.
In dettaglio:
Mostra sulle Architetture Fortificate. Visite guidate alla Rocca ed alla Torre del Centino.
L’architetto Sebastiano Amato, ancora una volta, ha guidato ed illustrato la Rocca ai molti visitatori (sono stati circa 200) convenuti a Ripafratta; molti hanno anche visto la Mostra delle tesi, vincitrici di concorso, sulle Architetture Fortificate e la Mostra delle opere offerte per “Fantastico …il fiore”.
Fantastico …….il fiore
Abbiamo scritto in un volantino:
“Durante le due giornate del 22 e 23 sperimenteremo una iniziativa che abbiamo chiamato “Fantastico ... il fiore” : in una cornice di fantasia e di gioco siete tutti invitati a proporre una “cosa” che verrà esposta, con il vostro nome o con uno pseudonimo. La “cosa” deve fare riferimento ai fiori e/o alla primavera e può essere realizzata in vari modi, presentando una poesia, che avete letto o che avete scritto voi stessi, un brano di un testo che avete letto, o, ancora vostro, un disegno, un “collage”, un manifesto, una composizione di fiori ( anche secchi, di carta, con tecnica ikebana, origami), una maschera, una scultura, una ceramica, un dipinto. In definitiva si accettano opere realizzate con ogni mezzo tecnico e con ogni tipo di materiale; questo perché desideriamo che ognuno si senta attore oltre che spettatore e possa portare un proprio contributo alla Festa di Primavera.”
I contributi sono stati numerosissimi: le classi delle scuole elementari di Ripafratta e di Molina (seconda, terza e quinta con le insegnanti M.Teresa Corti, Tania Testi, Rita Discepolo, Cristiana Della Croce, Carla Martinelli, Liliana Braccini, Caterina Orsini); le classi delle scuole medie dell’Istituto G.B. Niccolini di San Giuliano Terme con le insegnanti Anna Amidei, Patrizia Favati, Maria Del Grande; e le classi delle scuole medie dell’Istituto L. Gereschi di Pontasserchio con le insegnanti Anna Maria Toti e Anna Maria Calloni. Classi ed insegnanti che ringraziamo. Le opere pervenute sono state le più varie: ceramiche, quadri, lumi, pizzi e tovaglie, borse, e poesie, di autori noti, o scritte per l’occasione; ed allora sul “filo della poesia” , una cordicella che fisicamente abbiamo fissato lungo il muro del giardino della villa, ne abbiamo appese; di tanti autori noti e meno noti, firmate in chiaro o con uno pseudonimo ( chi sarà mai Mirandolina o l’Anonimo floreale?); un ragazzo di Ripafratta, si è firmato Alessio, ha scritto ed appeso una poesia che aveva imparato a scuola e ricordava: “Sbocciano le gemme, un verde più nuovo dell’erba che il cuore riposa…”.
I sentieri degli “Erbi” e l’esposizione delle piante alla Festa
Abbiamo a cuore un progetto, ed alla Festa ne abbiamo poste le premesse, che vuole riproporre la conoscenza e, perché no? l’utilizzazione, delle piante selvatiche che una volta venivano comunemente consumate per l’alimentazione e che sono conosciute come “erbi” o “erbette”; alla Festa ne abbiamo esposte un certo numero organizzando dei piani per una presentazione di vasi e contenitori. Si sono anche realizzate cartoline di alcune piante, con indicati gli impieghi e gli usi sul piano alimentare e curativo, quando occorra. Il progetto che vorremmo realizzare, con il concorso di alunni di classi elementari e medie, è quello che abbiamo chiamato “I sentieri degli Erbi”; dei percorsi attrezzati dove sia possibile trovare e riconoscere piante ed “erbi” con l’aiuto di pannelli e/o semplici cartelli che ne illustrino l’aspetto e le caratteristiche. Sentieri attrezzati che sicuramente molti di voi avranno già sicuramente visto realizzati sia in Italia che all’estero.
Gli Sbandieratori di Calci
Cos’è una festa senza bandiere? Ripafratta, dallo scorso anno, ne ha ritrovata una rossa e bianca; e bandiere rosse e bianche sventolavano su molte finestre e balconi. L’abbiamo issata anche sul Campanile; ed insieme alle nostre bandiere abbiamo ammirato quelle dei giovani sbandieratori e tamburini di Calci che con perizia ed allegria ne hanno dato mostra e spettacolo, sulla piazza, di fronte alla chiesa. Grazie anche a loro.
Letture di testi in vernacolo e commedia in vernacolo
Il nostro amico Mario Noferi, persona nota per qualità e molteplici interessi, ci aveva suggerito la pubblicazione e la lettura di un testo di Ubaldo Carniello (scrittore in vernacolo pisano, posteriore al Fucini) che riguardava proprio Ripafratta. Per mancanza di fondi e di sponsor l’abbiamo rimandata a tempi più favorevoli ma, del Carniello, da Mario e quindi da noi, si sono proposti due testi: “La Bochème” ed “R’ monumento a Galileo Galilei”. Il professor Giulio Allamandri ha accolto con simpatia il nostro invito ed insieme a Mario Noferi hanno introdotto e commentato i testi; il professore Allamandri ha letto suoi scritti, interpretandoli addirittura, con verve e vivacità sorprendente (come “la telefonata” ,di spumeggiante comicità). Testi (Sartori ed altri) sono stati proposti dal professor Allamandri e dal dottor Lorenzo Gremigni. Il dottor Gremigni, capocomico, ed altri due validi attori della compagnia teatrale il “Portone” di Pisa, hanno letto i brani scelti, con molto divertimento degli spettatori.
La commedia rappresentata, la sera di domenica, è stata “La Traviata”; rivisitata in chiave comica e felicemente interpretata dalla stessa compagnia teatrale “Il Portone” che ha trovato un pubblico molto caloroso e divertito. Pubblico che si era dovuto stipare in gran fretta in una sala della mostra sulle Architetture Fortificate a causa di uno scroscio di pioggia tanto improvviso quanto breve; qui gli attori, a stretto contatto con gli spettatori, hanno fornito una interpretazione esilarante e divertita (ci hanno pregato di ringraziare tutto il pubblico per l’accoglienza calorosa loro dimostrata).
I fiori di carta, i biglietti, le cartoline, le cartoline degli “Erbi”, i gadgets
Sulla piazza, senza auto in sosta, su due lunghi tavoli e nel gazebo, erano esposti ed in offerta i prodotti realizzati da soci del Comitato e non. E’ un modo per reperire almeno parte dei finanziamenti che sono necessari, ahimé, per qualsiasi iniziativa si voglia fare. Su questo punto abbiamo molto da imparare. Per una Festa di Primavera ci vogliono naturalmente dei fiori; le corti ed i balconi sono fioriti per l’iniziativa di tanti Ripafrattesi, che si sono assunti volentieri l’onere degli acquisti; alcuni soci del Comitato hanno realizzato bellissimi fiori di carta, biglietti con fiori, che facevano coloratissima mostra di se, sui tavoli, in esposizione.
I ringraziamenti, necessari, dovuti, sentitissimi; a tutti quelli che hanno lavorato, partecipato alla Festa. Sono tanti che è difficile ricordarli tutti. Agli sponsor che ci hanno permesso di far funzionare la macchina organizzativa; alla Amministrazione di San Giuliano Terme: nelle persone del Sindaco Gabriele Santoni, del Vicesindaco Pier Luigi Chelossi, degli assessori Paolo Panattoni, Alfio Coli, Ida Nicolini e tutti i funzionari ed impiegati che ci hanno dato una mano per la realizzazione della Festa.
A tutti un appuntamento, per il prossimo anno: ci riproveremo, cercando di far meglio.
di NICOLA ALIBERTI, presidente dell'associazione socio-culturale "Comitato per Ripafratta"
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La festa di primavera: un successo tutto “ripafrattese”. Nel mese di maggio anche quest’anno, come l’anno scorso abbiamo avuto la festa di primavera, che speriamo sia finalmente entrata nella tradizione di questo nostro paese. Quest’anno poi (come sicuramente avrete notato) il calendario di “eventi mondani”, parte integrante della festa stessa, si è arricchito notevolmente dall’ultima volta. Per questo si temeva ancora di più l’oblio a cui però, con nostra somma gioia ci avete fatto sfuggire voi con la vostra numerosa partecipazione. L’inaugurazione era stata spostata, rispetto all’anno precedente, alle ore 17.00 e le persone che vi hanno partecipato con grande entusiasmo sono state molte di più dell’anno precedente, a confermare la nostra “quasi” giusta scelta. Però purtroppo ci si potrà rinfacciare la non voluta “concorrenza” alla Messa del giorno…vedremo di aggiustare il tiro per il futuro… buona anche la partecipazione alla lettura in vernacolo delle 18.30, ottima l’interpretazione della compagnia teatrale “il portone” di Pisa. I complimenti vanno anche alla mostra di piante locali officinali e/o commestibili allestite all’ex asilo, nonché alla bella mostra “fantastico…il fiore” a cui va innanzitutto un enorme grazie per aver dato modo a tanti ripafrattesi di ritrovarsi e contribuire alla stessa con il prestito di oggetti personali di artigianato locale. Oltre ad essere preziosi in senso artistico custodivano anche un enorme carico di memoria e di vita che li rendevano ancora più preziosi! La mostra ha poi avuto il potere di attirare addirittura persone da fuori interessate esclusivamente a questa: se questo non è apprezzare… non dimentichiamoci poi l’interesse suscitato dalle visite alla nostra Rocca, libere,ma soprattutto guidate che sono state possibili grazie al duro lavoro e alla passione dei nostri due bravi architetti e di un loro collaboratore che da tempo contribuiscono alle uscite del nostro”Voci”. Anche la domenica è stata ottima, le visite alla Rocca si sono susseguite con molta regolarità e numerosità di gente proveniente da “fuori il paese”, ma anche dagli stessi ripafrattesi che hanno voluto omaggiare il simbolo che per due giorni ha sventolato sulla nostra bandiera da tutte le finestre. Il boom di presenze però è stato raggiunto dalla “traviata” in vernacolo rivisitata sempre dalla compagnia teatrale “il portone”. avevamo temuto il peggio pochi minuti prima dell’apertura del sipario,poiché il tempo non molto clemente aveva reso necessario smontare tutte le attrezzature che potevano essere danneggiate dalla pioggia. Ma la buona volontà degli attori, degli organizzatori (comitato, volontari e la nostra redazione) e la delusione del numeroso pubblico per la serata rovinata hanno fatto si che si svolgesse comunque il tutto, all’interno dell’asilo. Risultato: enorme successo! La piazza colorata da mille fiori di carta e non ha acquistato per due giorni un altro aspetto e un’altra funzionalità: un luogo di riunione, di gioia e di serenità.
di ANGELICA PARDI
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Il segno che era cominciata la battaglia fu la tosse. Vide laggiù un polverone giallo che avanzava, e un altro polverone venne su da terra perché anche i cavalli cristiani s’erano lanciati avanti al galoppo. (…) tutto l’esercito imperiale tossiva intasato nelle sue armature, e così tossendo e scalpitando correva verso il polverone infedele e già udiva sempre più dappresso la tosse saracina. I due polveroni si congiunsero: tutta la pianura rintronò di colpi di tosse e di lancia. L’abilità del primo scontro non era tanto l’infilzare (perché contro gli scudi rischiavi di spezzare la lancia e ancora, per l’abbrivio, di pigliare tu una facciata in terra) quanto lo sbalzare d’arcioni l’avversario, cacciandogli la lancia tra sedere e sella nel momento, hop!, del caracollo. Ti poteva andare male, perché la lancia puntata in giù facilmente s’intoppava in qualche ostacolo o magari si piantava al suolo a far da leva, sbalzando te di sella come una catapulta. Il cozzo delle prime linee era dunque tutt’un volare in aria di guerrieri aggrappati alle lance. E gli spostamenti di lato essendo difficili, dato che con le lance non si poteva rigirare neanche di poco senza darle nelle costole di amici e di nemici, si creava subito un ingorgo tale che non ci si capiva più niente. E allora sopravvenivano i campioni, al galoppo, a spada sguainata, e avevano buon gioco a tagliare la mischia a forza di fendenti. Finché non si trovavano di fronte i campioni nemici, scudo a scudo. Cominciavano i duelli, ma già il suolo essendo ingombro di carcasse e di cadaveri, ci si muoveva a fatica, e dove non potevano arrivarsi, si sfogavano a insulti. Lì era decisivo il grado e l’intensità dell’insulto, perché a seconda se era offesa mortale, sanguinosa, insostenibile, media o leggera, si esigevano diverse riparazioni o anche odî implacabili che venivano tramandati ai discendenti. Quindi, l’importante era capirsi, cosa non facile tra mori e cristiani e con le varie lingue more e cristiane in mezzo a loro; se ti arrivava un insulto indecifrabile, che potevi farci? Ti toccava tenertelo e magari ci restavi disonorato per la vita. Quindi a questa fase del combattimento partecipavano gli interpreti, truppa rapida, d’armamento leggero, montata su certi cavallucci, che giravano intorno, coglievano a volo gli insulti e li traducevano di botto nella lingua del destinatario. - Khar as-Sus! - Escremento di verme! - Mushrik! Sozo! Mozo! Escalvao! Marrano! Hijo de puta! (…) Questi interpreti, da una parte e dall’altra s’era tacitamente convenuto che non bisognava ammazzarli. Del resto filavano via veloci e in quella confusione se non era facile ammazzare un pesante guerriero montato su di un grosso cavallo che a mala pena poteva spostar le zampe tanto le aveva imbracate di corazze, figuriamoci questi saltapicchi. Ma si sa: la guerra è guerra, e ogni tanto qualcuno ci restava. E del resto, con la scusa che sapevano dire “figlio di puttana” in un paio di lingue, il loro tornaconto a rischiare ce lo dovevano avere. Sui campi di battaglia, a essere svelti di mano c’è sempre da fare un buon raccolto, specie ad arrivarci nel momento buono, prima che cali il grande sciame della fanteria, che per tutto dove tocca arraffa. Nel raccogliere roba, i fanti bassottini, hanno la meglio, ma i cavalieri d’in arcioni sul più bello li stordiscono con una piattonata e tirano su tutto. Dicendo roba non si intende tanto quella strappata di dosso ai morti, perché spogliare un morto è un lavoro che richiede un raccoglimento speciale, ma tutta la roba che si perde. Con quest’usanza d’andar in battaglia carichi di bardature sovrapposte, al primo scontro un catafascio di oggetti disparati casca in terra. Chi pensa più a combattere, allora? La gran lotta è per raccoglierli; e a sera tornati al campo far baratti e mercanteggiamenti. Gira gira è sempre la stessa roba che passa da un campo all’altro e da un reggimento all’altro dello stesso campo; e la guerra cos’è poi se non questo passarsi di mano in mano roba sempre più ammaccata? ” (Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, 1959) Dalla Chanson de Roland in poi, attraverso le storie dei trovatori e la letteratura sull’argomento, è stata trasmessa un’immagine falsata sulla guerra nel Medioevo, ridotta a cronaca delle gesta dell’eroe-paladino. Tale artificio, funzionale alla realtà del periodo, ha poi alimentato gran parte della letteratura del filone romantico, occupata nell’affannosa ricerca di nobili origini per l’affermazione delle proprie identità nazionali. Andando ad approfondire appena gli studi sull’argomento è, invece, facile osservare come la prassi guerresca, nel periodo considerato, avesse un aspetto molto più legato alla dimensione umana – con tutti i suoi pregi e difetti - piuttosto che a quella mitica dell’eroe. Proprio per questo, perciò, ho preferito tralasciare la dimensione onirica e fantastica di talune narrazioni ed introdurre l’argomento attraverso lo sguardo disincantato ed ironico di Calvino. Non più eroi ma uomini autentici così vicini a noi, con le loro debolezze, paure ed il loro coraggio. Oltre a chiarire questo aspetto, il brano introduttivo permette di fare alcune considerazioni preliminari sulle modalità belliche proprie dei conflitti medievali nel periodo compreso tra il XII e il XIV sec.. Protagonista assoluta nel combattimento è la cavalleria, la parte attiva del contingente medievale, composta da chi un cavallo ed un’armatura se li poteva permettere, vale a dire i maggiori esponenti della nobiltà cittadina e del contado. La cavalleria era disposta su più squadroni, uno successivo all’altro, con alla testa i feditori: un’avanguardia di cavalieri scelti che avevano il compito di iniziare il combattimento. E’ la tipica cavalleria pesante, di origine feudale, che costituisce l’elemento risolutivo delle battaglie medievali, anche se numericamente risulta molto inferiore rispetto alla fanteria. Il rapporto varia a seconda dei contesti: generalmente si aggira intorno all’1:10, mentre per realtà più circoscritte, come quelle comunali, è all’incirca 1:2. Sono stime che desumiamo dalla lettura delle cronache scritte dai contemporanei in cui viene riportata, con orgoglio, la consistenza numerica delle varie spedizioni: “Non parendo ancora a Fiorentini essersi vendicati del male ricevuto da Pisa, ordinòro avere molta più gente. E con grande sforso vennero in sul contado di Pisa a dì .XXVIII. luglio in 1364, con cavalli .III.m & con .VI.m pedoni & .VI.c balestrieri genovesi” (G.Sercambi, CLVIII.Come i Fiorentini cavalcarono in sul terreno di Pisa, e le genti di Pisa funno scomficte). Semplificando possiamo ricondurre una battaglia tipo ad un semplice scontro fra cavalieri, cui le pesanti armature consentono solo movimenti limitati, simili a pesanti automi che si muovono come fossero su binari: “Quando suona la tromba, tu galoppa avanti in linea retta a lancia puntata finché non lo infilzi” (Italo Calvino, Il cavaliere inesistente). Il tutto avviene secondo consuetudini ormai consolidate, nel rispetto dell’onore – il paraggio della cultura occitana - e delle regole cavalleresche (“Vittoria e sconfitta dipendono da Dio, / ma dell’onor mio Signore e Re / son soltanto io”). L’onore della casata imponeva anche a chi non era in grado, fisicamente, di sostenere un simile sforzo di partecipare comunque al combattimento. E’ il caso, passato alla storia, dell’imperatore Giovanni di Lussemburgo che, seppur cieco, volle prendere parte alla Battaglia di Crécy nel 1346 – rivelatasi per lui mortale – sostenuto e guidato, tramite delle catene, dai cavalieri vicini. La fanteria, divisa anch’essa per squadroni, aveva il compito di seguire la cavalleria e completare il lavoro iniziato da questa; in caso di successo della propri cavalieri, infatti, inseguiva i resti dell’esercito nemico ma, essendo più lenta nel manovrare, spesso non faceva nemmeno in tempo a partecipare alla mischia. Rimaneva tagliata fuori dal combattimento o, nel peggiore dei casi, era perseguitata dalla cavalleria nemica uscita vittoriosa nello scontro. Di solito, però, il primo confronto fra cavalieri non era mai risolutivo e lo schieramento che ne usciva svantaggiato si ritirava, per organizzarsi e rinnovare l’attacco, alle spalle della fanteria amica, che doveva sostenere da sola il conseguente assalto nemico. Assai articolata e specializzata, quindi, la fanteria doveva opporre una difesa passiva, di massa, subordinata all’azione dei cavalieri. La fanteria comunale si caratterizzava, dunque, per una forte capacità difensiva sostenuta da corpi sempre che, col passare del tempo, affinano il proprio ruolo differenziandosi in specialità. Già dalla metà del Duecento in Toscana notiamo che l’esercito fiorentino già presentava corpi diversificati per armamento. Possiamo distinguere tre figure principali: i palvesari, caratterizzati da un grande scudo rettangolare, spesso fissato al suolo, atto a sostenere l’urto della cavalleria avversaria; gli arcieri ed i balestrieri. I diversi corpi erano raggruppati sotto bandiere proprie e in battaglia svolgevano compiti ben definiti. I palvesari andavano a comporre la prima linea, a copertura di tutta la schiera, dietro cui si piazzavano gli uomini armati di lancia, per proteggere fanti e balestrieri dall’assalto della cavalleria nemica. Ciò consentiva ai tiratori (arcieri e balestrieri) la possibilità di saettare il nemico, sia stando immediatamente dietro i palvesari, sia ponendosi alle ali dello schieramento principale. Nel suo insieme, la fanteria assumeva una disposizione ad arco concavo, in grado di ricevere la cavalleria nemica e di contrastarla, nell’attesa che la propria ritorni alla carica, per battere definitivamente il nemico. Il valore simbolico ed identificativo, civile e religioso, era affidato a bandiere e stendardi ma, soprattutto, a veri e propri apparati strutturali, come il Carroccio e la Martinella: punti di aggregazione non solo fisici ma anche psicologici, intorno a cui la fanteria comunale si raccoglieva ed esaltava le proprie capacità difensive. Quanto tutto ciò fosse fondamentale nella organizzazione dell’esercito medievale traspare con chiarezza anche nelle cronache dei contemporanei: “Lo comune di Pisa, avendo veduto il tractato ordinato a pitizione de’ Fiorentini e le genti venute a ardere e rubbare il contado di Pisa, diliberò fare tucto suo sforso e quello di Luccha, e ordinò che la Compagnia bianca delli Imghilesi, la quale era in Lombardia, fusse al loro soldo, la quale era più di .IIII.m cavalli & buoni homini. E come ordinò così fecie, chè quella soldò e venne a Luccha a dì .XII. luglio in. MCCCLXIII. E dato l’ordine e comandato molti balestrieri et pavesari e guastatori della ciptà di Pisa e di Luccha e del loro contado, e simile soldati. Con buono ordine facendo capitano generale di tucta lo hoste Ghizello delli Ubaldini nimicho di Firenza; con molta victuaglia, portando quatro bandiere grandi a chavallo sensa l’altre da piè; la prima, la ‘mperiale; la seconda, S.Giorgio; la tersa, la Vermiglia di Pisa; la quarta, l’arma del comune di Luccha. E simile portarono li paili di Pisa & di Luccha con intenzione di quelli far correre presso alle porti di Firenza” - (G.Sercambi, CLV.Come lo comune di Pisa col comune di Luccha cavalcarono a Firenza con .IIII.° bandiere e con due paili). Quando una battaglia volgeva al termine e la consapevolezza della sconfitta cominciava a serpeggiare fra le file dei combattenti, diventava preponderante l’istinto di conservazione e la paura; veniva meno qualsiasi forma di coesione, e non restava che la fuga. Il vincitore poteva, così, facilmente uccidere, o prendere prigionieri, i cavalieri nemici che non erano riusciti a mettersi in salvo. La maggior parte delle perdite non dipendeva dal combattimento vero e proprio, ma dalla rotta che seguiva la sconfitta. L’accanimento sul nemico sconfitto, con animosità ed azioni di crudeltà che oggi possono apparire eccessive, è una delle caratteristiche salienti dei conflitti medievali, mitigata solo da quella propensione al saccheggio che sola poteva distogliere dal proseguire l’inseguimento. Ancora Sercambi ce ne offre un esempio: “L’anno di .MCCLXXVI. li Luchesi e Firenza sconfisseno li Pisani al Fosso a Rinonicho e de’ Pisani ne funno morti & presi molti. E quine l’uomo nudo prese l’armato, perochè li Luchesi si missero notando per Arno e preseno le barche armate pisane che fugivano” - (G.Sercambi, LXXXVIII.Come i Pisani funno sconfitti da Luccha e da Firenza, e’ Pisani presero le mizure da Luccha). La spiritualità e carità cristiana, così tanto esaltate in periodo medievale, non erano assenti, semplicemente rispondevano a canoni diversi da quelli odierni, come sembra ben illustrare il caso del Vescovo di Beauvais, Philippe de Dreux (eroe della decisiva Battaglia di Bouvines nel 1214) che, durante gli scontri, si serviva di una mazza ferrata non volendo, per scrupolo verso il suo stato ecclesiastico, usare la spada o la lancia. Canonici e prelati partecipavano comunemente alle battaglie ed alcuni di loro, in qualità di comandanti, sono passati alla storia per massacri ordinati a scopo dimostrativo ed intimidatorio. E' il caso della presa di Béziers del 1208 compiuta dalle truppe crociate durante la guerra contro gli eretici Albigesi. Approfittando di una sciagurata sortita degli assediati - usciti per beffeggiare i loro avversari e incauti nel mantenere una distanza di sicurezza - fanti mercenari riuscirono a penetrare all’interno del borgo fortificato, insieme ai difensori in fuga, ed un assedio che si preannunciava difficile si risolse in una sola giornata, con il massacro dell’intera popolazione (20.000 persone): “Hérétiques, catholiques, femmes, enfants, tous furent confondus dans ce gigantesque massacre, qui rappelait les grands jours des invasions barbares” (F.Niel). “Tuez-les tous, Dieu reconnaitra les siens” fu la famosa frase attribuita nell’occasione ad Arnaud Amaury, abate di Citeaux e comandante provvisorio della crociata che, ordinando un tale massacro, intendeva ammonire i suoi avversari sulla loro sorte in caso di resistenza. Tali efferatezze erano, allora, funzionali alla campagna militare, considerato il forte impatto psicologico che azioni del genere avevano nella mentalità medievale. Emblematico è, in questo caso, l’aneddoto trasmessoci sempre da Sercambi: “E in quell’anno li bianchi e’ ghibellini di Firenza usciti, coll’aiuto de’ Bolognesi, di Pisa & d’Arezzo, andònno a Firenza et volseno entrare dentro, taglando la porta, e quelli dentro, non potendo resistere, levaro una insegna balsana di Lucha gridando: echo li Lucchesi; allora quelli di fuori si partirono quazi in iscomficta. E furone morti alquanti. E l’altro die giunsero li Luchesi in Firenza” (G.Sercambi, CVIII.Come i Luchesi andònno in aiuto di Firenza con .VII.c chavalieri e con .XX.m pedoni). Quando, per i motivi più svariati, iniziava una guerra, le modalità erano sempre le stesse: scopo della campagna militare era penetrare all’interno del territorio nemico e devastarlo il più possibile. Una forma di guerra totale che mirava a colpire, in tutte le maniere, l’economia della regione interessata. Le operazioni militari, infatti, solitamente occupavano un periodo temporale circoscritto, tra maggio ed ottobre, sia per le favorevoli condizioni meteorologiche che, soprattutto, per predare i raccolti dell’avversario. Sporadicamente le cronache del periodo riferiscono anche di spedizioni autunnali ed invernali che ebbero però, in genere, carattere di colpi di mano o di attacchi strategici a sorpresa. Non si trattava di guerre di logoramento, ma di azioni militari che occupavano un periodo breve, in genere due o tre settimane: le milizie cittadine e quelle del contado non potevano dedicare il loro tempo esclusivamente alla guerra, e tendevano a tornare il prima possibile alle proprie attività economiche. Raramente si perveniva alla battaglia e solamente nel caso di pressanti esigenze politiche e con schieramenti contrapposti numericamente equilibrati. Nella maggior parte dei casi, infatti, si trattava soprattutto di scorrerie, saccheggi (ancora nel 1397 Sercambi si preoccupa di riferire l’esito di un’importante spedizione militare, partita da Nozzano, conclusasi favorevolmente con … la cattura di otto buoi!) ed esibizioni di forza: la guerra in questo periodo non è nascosta ma ostentata, si fa spettacolo, parata, imponendo con la sua presenza nuovi modi di dire e di vestire. Fortificazioni, castelli, punti forti a difesa dei pochi passaggi obbligati, costringevano l’esercito attaccante ad estenuanti assedi o blocchi, che potevano protrarsi per mesi finché non cedeva la fortificazione o non si riteneva raggiunto un apprezzabile accordo politico. Data la scarsità di uomini e di mezzi, infatti, la difesa presentava una indubbia superiorità tattica sull’offesa: la tecnica ossidionale non era ancora così efficace da poter consentire di espugnare una fortificazione in tempi brevi, e l’unico mezzo veramente risolutivo era l’assedio totale, subordinato alla possibilità di tagliare tutti i rifornimenti ed i viveri a disposizione degli assediati. Se ancora tale modalità era attuabile contro una singola fortificazione - nonostante costituisse un’impresa impegnativa e notevole fosse il dispendio delle forze in campo - diventava estremamente difficile, quasi impossibile, nei confronti di una città, data l’esiguità degli uomini a disposizione per un esercito e la vera difficoltà del potere medievale: quella di mantenere in campagna un esercito più a lungo di qualche settimana. Gli stessi coraggiosi cacciatori di indulgenze, campioni della fede cattolica, che combattevano per le Crociate, erano disponibili solo per quaranta giorni. Non si poteva fermare l’economia di un Comune a causa di una guerra, occorrevano risultati politicamente significativi in tempi brevi e, perciò, non ci si faceva scrupolo di terrorizzare gli assediati ed adottare, data la precarietà degli effettivi a disposizione, soluzioni anche estreme per costringere l’avversario alla resa. Le cronache medievali sono ricche di episodi di questo genere, atti di efferata crudeltà, narrati quasi con noncuranza tanto erano comuni. Rimanendo in terra toscana, basti ricordare il breve racconto riportato da Sercambi sull’assedio di Pistoia del 1305: “E im quello assedio li Pistoresi chacciònno fuori di Pistoia tucte le femmine & fanciulli che non fossero ad arme; e quelli dell’oste piglavano le femmine. (…) E tucti li altri Toschani si partirono dall’oste fuori che Luccha, Firenza e Prato. Allora ordinònno quelli dell’oste che a tucte le femmine che uscissero fuori della ciptà & fussero prese, fusse loro taglato lo naso & a’ maschi lo piede; e così si fecie a molti” (G.Sercambi, CIX.Come Lucha e Firenza puosero champo intorno a Pistoia). Esempi ancora più crudi compaiono nelle cronache relative alla crociata condotta da Simone di Montfort contro gli eretici albigesi (1208-1218) ma, come abbiamo già avuto modo di ricordare, sono il naturale corollario di un modo di intendere la guerra che si protrarrà fino al XVI-XVII sec..
di ANDREA BULLERI
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Biblioteca Futura” dal nome si capisce quanta speranza ci abbiano messo gli “ideatori” di questo progetto. L’idea è sicuramente una delle più valide che si potessero pensare, una biblioteca paesana dove chiunque, senza andare lontano, senza spendere niente, può recarsi, prendere un libro e leggerselo in santa pace in casa, ma anche all’aperto, visto che si va nella bella stagione, lungo il fiume o su una panchina nel cortile dell’asilo al fresco. Di libri da leggere ce ne sono parecchi, certamente non come la biblioteca comunale, forse i volumi non sono troppo impegnativi, ma per rilassarsi, staccare la spina dalla quotidianità sono l’ideale. Alla nostra biblioteca però manca la parte fondamentale, il pubblico. Una biblioteca senza lettori è come un corpo senza anima, è vuota, non ha senso di esistere. C’è da dire che “di concorrenza” alla lettura negli anni è aumentata esponenzialmente, a partire dalla televisione, alla radio, c’è la play station, l’X-box, il computer e si potrebbe continuare, ma di sicuro il piacere di leggere un libro non la potranno mai dare. Per questo stiamo cercando da diverso tempo, discutendo anche con il Comitato, un modo per far rinascere la nostra biblioteca. Da parte mia avevo pensato di creare una sorta di “biblioteca virtuale” sul sito di “Voci dalla Rocca” da cui poter prendere visione della lista dei libri, eventualmente prenotarlo o vedere se è disponibile, e in un secondo momento passare dalla biblioteca per ritirarlo. Tutto questo potrebbe essere utile, ma non so quanto in sostanza, possa migliorare il problema. L’altra soluzione emersa discutendone, era quella di chiedere “porta a porta”, nelle occasioni in cui si distribuiscono le copie del giornalino o i volantini riguardanti le manifestazioni più importanti del paese, se qualcuno fosse interessato a leggere un libro. Questa potrebbe essere una soluzione efficace che raggiunge tutti e che non comporta molto sforzo. Questa, per il momento è solo un’idea più o meno capata in aria, e per questo che voglio chiedere a tutti i lettori che cosa ne pensate. Credete che possa essere una soluzione che porti a qualcosa di concreto? Sono ben accette anche idee diverse per il riutilizzo. I mezzi per mettervi in contatto con noi credo che ormai li sappiate un po’ tutti, quindi aspettiamo ogni forma di suggerimento.
di LUCA CASAPIERI
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Alla luce del recente successo della scorsa festa di primavera non possiamo che dar ragione ed appoggiare l’entusiasmo e l’ottimismo (moderato, per restare coi piedi per terra…) del prof. Architetto Domenico Taddei, che abbiamo avuto il piacere di ospitare per ben due numeri: egli infatti ci fa riflettere sul fatto che, quello che oggi otteniamo per la nostra Rocca e per tutte le architetture fortificate presenti nella nostra zona, non è un “caro” presente fattoci dalle autorità competenti, ma ce lo siamo sudato con gli anni. Non a caso sono state fatte iniziative per la rivalutazione di queste ricchezze spesso dimenticate, e questo ci porta a sperare che la nostra festa rientri in questo categoria di eventi. Ma non solo! In quest’intervista si fanno anche molti esempi talvolta lontani da noi, ma senz’altro utili a capire l’ottica con cui siamo chiamati ad avvicinare queste nostre realtà monumentali. Chi, passando per il nostro paese, o avendone anche una parziale visione dai mezzi pubblici, dalle auto…non ha mai fatto caso alla giungla che attanaglia il nostro bel simbolo? Non è triste vederci portare via il nostro glorioso passato in questo modo? Impedendone la vista non solo rischiamo di non ricordarci più di questo maestoso ospite, ma precludiamo la possibilità che qualcuno si fermi affascinato e domandi come sia possibile accedervi. Per questo, non a caso il professore proponeva un disboscamento mirato a restituirci questa bella vista. Naturalmente, anche se questo non viene detto, l’opera di ripulitura sarebbe seguita da degli esperti che salvaguarderebbero la sicurezza del centro abitato sottostante (purtroppo ci ricordiamo ancora le frane del passato). Del resto non possiamo rinunziare a priori a questa possibilità, infatti, come nell’esempio della vicina Lucca, questa operazione è essa stessa un inizio di recupero e di rivalutazione. Difficile, come sappiamo è ottenere finanziamenti per procedere nel concreto all’idea del recupero, ma nella seconda parte di questa lunga, ma illuminante intervista si prospetta una luce positiva che ci può indurre a sperare: i finanziamenti europei. E questa rocca li vale i finanziamenti europei! Perché non è solo un’architettura fortificata del medioevo, ma è un “progetto vivente” di riutilizzo, attuato in epoche successive da sapienti “architettori” che, invece di gettarla nell’abbandono, ne hanno permesso l’utilizzo funzionale in epoche in cui i cambiamenti (soprattutto nel campo bellico) si facevano pressanti. Prendiamo esempio da loro!
di ANGELICA PARDI
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Nel corso delle ultime festività primaverili, il nostro paese ha rinnovato la collaborazione con l’Associazione culturale “il Castello” di Nozzano, già sperimentata (con buoni frutti) in occasioni precedenti. Ma qual è il senso di questo scambio? Può portare concreti vantaggi a Ripafratta? E soprattutto: in che direzione sta andando il rapporto coi nostri “vicini” d’Oltreserchio?
Non è un tema all’ordine del giorno nei discorsi della gente per strada, senza dubbio, e forse non se ne avverte nemmeno l’incidenza sulle nostre questioni quotidiane, e proprio per questo si rischia di sottovalutare un elemento invece molto importante per il nostro futuro. Un elemento che potrebbe fare la differenza. Ma analizziamo con calma le pedine in gioco.
Nozzano. Un paese non eccessivamente più grande del nostro, anzi più piccolo, nel suo centro storico. Da più di un decennio ha avviato, sotto la guida della prof. Elda Carlotti, una attività di valorizzazione del suo patrimonio storico e tradizionale che ha portato migliaia e migliaia di turisti a visitare il suo borgo fortificato, in special modo durante la ricorrenza settembrina de “il Castello Rivive”, con figuranti in costume storico e pranzi medievali. Una vera e propria industria, ormai ben consolidata, prima con l’Associazione Culturale “il Castello” (che è un po’ come il nostro Comitato), poi anche con una Pro-Loco. Nozzano è diventata una macchina da guerra di promozione turistica, una vera e propria corazzata capace di organizzare eventi che richiamano migliaia di persone. Certo, ha dalla sua un ambiente decisamente accogliente (il borgo chiuso tra le mura si presta perfettamente allo scopo di una rievocazione storica), e ormai anni e anni di esperienza sul campo. Ma anche a Nozzano il rapporto con la popolazione non sempre è fulgido esempio di collaborazione, e i problemi che hanno tutti i paesi ce li hanno senza dubbio anche di là dal Serchio. Pur tuttavia, l’operato tenace dell’Associazione (la signora Carlotti e gli altri soci) è riuscito a superare numerose delle difficoltà (da non dimenticare, che Nozzano è una frazione - e non certo la più grande - del Comune di Lucca), portando avanti progetti di ampio respiro che alla lunga hanno pagato.
Ripafratta, ora. Il nostro paese è depositario di una cultura storica (anche materiale) e di una memoria collettiva da fare invidia a tante altre realtà locali. Ha una potenzialità immensa, che molti ripafrattesi non riescono neanche a immaginare. Ma purtroppo non l’ha mai sfruttata a pieno. Questo anche perché Ripafratta è stata a lungo trascurata dal Comune di San Giuliano, considerata come frazione “ai margini”, ignorata nei suoi (gravi) problemi, a cominciare da quello del parcheggio. Ora il vento è un po’ cambiato. Bisogna riconoscere che, dopo anni di oblio in questo senso, l’operato del Comitato (anzi, dell’Associazione Culturale “Comitato per Ripafratta”) è andata nella giusta direzione. Ha organizzato eventi di grande spessore e risonanza (indimenticabile “la Storia e la Memoria”), ha valorizzato il nostro patrimonio con le visite guidate alla Rocca e la collaborazione con l’Istituto Italiano dei Castelli, ha ricercato il dialogo e non lo scontro con le autorità Comunali, che sono sembrate più ricettive del solito e hanno avviato progetti per il recupero della Rocca. Ora, l’intensificazione del rapporto con Nozzano, ci pone tutti davanti ad un bivio, ad una scelta alla quale non possiamo sottrarci oltremodo.
La strada di Ripafratta potrebbe essere quella di rimanere una piccola realtà locale, dignitosa, ma limitata. Con la Festa di Primavera ogni anno, e tutte le sue brave iniziative; cercando di migliorare la situazione per quanto riguarda parcheggi, fogne e piazze, e accogliendo i turisti che vogliono vedere la Rocca una volta o due all’anno. Ripeto: una situazione più che dignitosa e addirittura da favola se guardiamo alla Ripafratta degli anni addietro.
Oppure… oppure, detto brutalmente, il paese potrebbe seguire la strada già tracciata da Nozzano. Aprirsi a realtà più grandi (le occasioni non mancano, viste le numerose collaborazioni di cui già gode il Comitato), organizzare eventi e manifestazioni che lentamente ma progressivamente ci portino allo stesso traguardo dei nostri vicini, incrementando la presenza dei visitatori (che è la vera chiave per migliorare qualsiasi situazione locale). Le potenzialità ci sono: se il nostro paese manca di spazi e infrastrutture, è vero anche che dalla sua Ripafratta ha soprattutto la Rocca, che dopo averla difesa per secoli, oggi potrebbe offrirle la chiave di volta per fare il salto di qualità. Senza contare le Torri e persino la povera, disastrata Rupecave; nonché il fatto che ci inseriamo in un percorso turistico ideale, che è quello del lungomonte sangiulianese, che l’Amministrazione ha valorizzato sempre più negli ultimi anni.
Questa è, secondo noi, la via da seguire. La collaborazione con Nozzano deve diventare proprio per questo ancora più intensa, ancora più stretta, quasi “federata”, quasi gemellata. Questo non significa ricalcare pari pari un modello. Il nostro paese ha tesori spesso sconosciuti e poco valorizzati; ma ha anche e soprattutto un grande patrimonio di storie, personaggi, tradizioni. Questa potrebbe essere la “via Ripafrattese” al successo: mescolare il suo valore storico al suo tesoro umano. E’ sempre la stessa, duplice faccia che si ripropone da quando è stata “scoperta” con un felice guizzo del Comitato qualche anno fa: la storia e la memoria.
La nostra memoria è facilmente valorizzabile, lo abbiamo già visto. Aprirsi al “grande turismo”, invece, è per Ripafratta una necessità, più che un’opzione. E’ il solo modo di sopravvivere, senza vivacchiare. Servirà però un maggiore apporto di forze, perché è ovvio che il Comitato da solo non può farcela. Nessuno si senta escluso da questa chiamata. Se vogliamo Ripafratta, dobbiamo costruircela, tutti insieme; non c’è alternativa. La strada che sceglieremo dipenderà anche dalla collaborazione dei cittadini ripafrattesi. Questa è l’idea. Ci piacerebbe sapere cose ne pensano le parti in causa.
Attendiamo speranzosi
di FRANCESCO NOFERI
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È giusto conoscere le conseguenze di ogni nostro gesto, questo per aiutarci a correggere gli errori in cui potremmo essere incappati nostro malgrado. È per questo che vorrei aprire una discussione su di uno spinoso problema non senza avervi narrato prima un po’ di storia.
A Seveso esisteva una fabbrica di disinfettante che involontariamente produceva anche una sostanza tanto sconosciuta quanto inquinante che fu liberata durante l’esplosione del 10 luglio 1976 avvenuta a mezzogiorno. Subito dopo il botto delle caldaie, la nube dei veleni passa sulla testa di circa 300mila persone. Così la diossina "scappata" dall'ICMESA avvolge tutto e tutti. E il più grande disastro prodotto dall'industria chimica in Italia si è appena innescato. A poche ore dall'incidente arrivano i primi malesseri, i primi ricoveri e gli animali cominciano a morire, le piante a rinsecchire, e sulla faccia di molti compaiono le prime macchie che con il passar delle ore si fanno escrescenze e la pelle viene giù. Arriva poi l'ordine di evacuazione, la zona viene recintata e inizialmente non si sa bene come intervenire. Infine si risolve la situazione in modo assai discutibile: con delle megaruspe si ribalta il terreno al contrario, lo si fodera con della plastica e viene coperta con della terra non contaminata proveniente da altre zone. Questa risoluzione lascia nel panico gli abitanti fino ad oggi. Nessuno fuggì, ma questo evento bloccò sviluppo urbano e crescita economica, costrinse gli abitanti a cambiare radicalmente stile e comportamento di vita. L'ecosistema di una parte del territorio entrò in agonia. Chi lavorava la terra smise di coltivarla, chi aveva gli animali li vide morire. Le prime vittime umane della diossina furono decine di bambini, sfigurati per sempre dal cloracne (una via di mezzo tra l’acne e i bubboni della peste).La paura indusse le donne incinte ad abortire. Le coppie smisero di fare figli.Tutto questo accadeva ventisei anni fa, ma il passato non se n'è mai andato da Seveso, sorvegliato speciale dalla scienza internazionale.
Ma un po’ tutti gli anni dal 1955 al 1980 sono stati caratterizzati da una produzione smodata di sostanze dall’impatto ambientale disastroso. Tra queste sostanze hanno onore di menzione le seguenti:
DDT, insetticida
2,4 D, diserbante
2,4,5 T ,defoliante
di cui il 2,4-D e il 2,4,5-T uniti in parti uguali, formano il famoso AGENTE ARANCIONE usato come defoliante in Vietnam.
2,4,5 TCP conservante per legno
esaclorofene disinfettante
PVC materiale plastico.
oli isolanti e termoconduttori nell'industria elettrica ed elettronica, additivi antimuffa nelle vernici, impregnanti per il legno…
Quando ci si rese conto della pericolosità del DDT si smise la sua produzione ma ancora oggi, e per molti decenni a venire, la sua molecola è presente dovunque: nell’acqua, nella terra persino nel ghiaccio dei poli. Purtroppo le molecole di questi composti sono estremamente resistenti (vengono distrutte solo per combustione a oltre 800 gradi C.,ma c’è chi sostiene anche 2000°C) e quindi una volta immesse nell’ambiente ne inquinano tutti i cicli vitali e si diffondono ovunque. Basti pensare che uno studio condotto da un’università in più parti del mondo su campioni di grasso di persone decedute (per le cause più svariate) hanno segnalato tracce di DDT nei bambini di 12 anni di questa generazione. E pensare che il DDT non si usa più dagli anni ’60! Ma non solo: negli anni di massima concentrazione di queste sostanze si assisteva all’allarmante quanto frequente sindrome del guscio molle degli uccelli acquatici che si nutrono di pesce, perché dal terreno tutte le sostanze vanno nelle falde acquifere e da qui possono seguire due destini: o ce le beviamo (in bottiglia o alla fonte) oppure vanno al mare tramite i corsi d’acqua e da qui ai pesci e tutti gli altri animali (crostacei, molluschi…). Assumendo pesce quindi le anatre, i trampolieri, gli aironi… si intossicavano per le alte dosi e questo portava alla sindrome sopra menzionata, cioè non riuscivano a produrre uova con guscio esponendo così a morte certa tutti i loro piccoli. Se qualcuno sopravviveva era difficile che crescesse normalmente, perché l’esposizione dell’embrione alla luce diretta del sole (che non sarebbe avvenuta se le uova avessero avuto il guscio…) portava a malformazioni, dando vita a animaletti a tre zampe, asessuati, ciclopi ecc.
Ma cosa c’entra tutto questo con le diossine? C’entra perché tutte queste sostanze sono chimicamente simili e quindi danno tutte più o meno le stesse conseguenze. Da sottolineare è però il fatto che non si sono mai sintetizzate diossine per servircene (come per il ddt). Esse sono state presenti come elementi di sintesi non desiderati nella produzione di tutti i composti che ho nominato sopra e di altri ancora. Attualmente molte di queste linee di produzione sono state dismesse e soprattutto si sta cercando di eliminare il cloro da tutti i processi di produzione onde non produrre ancora altre diossine.
Ma allora perché parlarne? Perché a tutt’oggi produciamo diossine molto più spesso di quanto si pensi. Esse vengono infatti prodotte per combustione negli impianti di incenerimento dei rifiuti. In tali impianti giungono grossi quantitativi di materiale plastico e organico e bruciare tali rifiuti e’ sinonimo di produzione di diossine sempre e comunque.
Per questo sono reperibili pressoché ovunque nell'ambiente, possono essere isolate nel tessuto adiposo di un animale dell'Antartide come nel terriccio di una foresta perché una volta nell’ambiente vi permangono decenni o addirittura secoli, anche se la loro produzione cessasse. Questo problema è molto più complesso di quello che potrebbe sembrare ad un primo esame. Il fatto che si depositino nel grasso fa temere un’innocente dieta, perché non è escluso un pericolo latente dato dal dimagramento, quindi idrolisi dei grassi e conseguente riimmissone nell’organismo di un’alta concentrazione di diossine, accumulate magari in venti anni. È un po’ come decidere di sostenere un’alto costo a rate o pagare tutto in una volta: se pago 1000 euro in dieci anni non me ne accorgo neppure, se li pago dall’oggi al domani...
Forse qualcuno di voi ha sentito parlare degli orsi gay dell’antartide, se non lo avete sentito vi faccio un breve resoconto.
Le emissioni industriali di diossine possono essere trasportate per grandi distanze dalle correnti atmosferiche, dai fiumi e mari… esse si propagano continuamente in diversi ambienti grazie ai cicli vitali di piante e animali (noi compresi), è facile arrivare al polo Nord qui sono assunte dagli orsi polari tramite il pesce, questo causa squilibri ormonali (le diossine sono infatti simili all’ormone sessuale femminile) riducendo gli accoppiamenti e le nascite. Gli orsi maschi adulti si sono trovati come se avessero ricevuto notevoli iniezioni di ormoni femminili divenendo così “gay”. I pochi nati, se maschi, nascevano ermafroditi (sia maschi che femmine) per lo stesso motivo precedente. Da qui i rischi d’estinzione. Anche l’uomo non è esente da tali rischi (la similitudine ormone femminile-diossina è identica). L'esposizione ha luogo quasi esclusivamente attraverso l'assunzione di cibo, soprattutto carne, pesce e latticini. In casi di esposizione a concentrazioni particolarmente elevate di diossine (ad esempio per esposizione accidentale o sul lavoro), si è potuto constatare la capacità di queste a ridurre la fertilità, le capacità di sviluppo e quelle di immunodifesa oltre che l'insorgenza di tumori. I risultati di recenti studi dimostrano che le concentrazioni di diossine nei tessuti umani nella popolazione generale (dei paesi industrializzati) hanno già raggiunto o quasi livelli ai quali si possono verificare effetti negativi sulla salute quali: mortalità prenatale, riduzione della crescita, disfunzione di organi quali il sistema nervoso centrale (ad esempio, danni allo sviluppo intellettivo). Per soggetti la cui esposizione alla diossina è più elevata della media (dovuta, per esempio, ad una dieta prevalente a base di pesce o mammiferi marini), i rischi di effetti negativi quali la possibilità di riduzione del numero di spermatozoi, danni al sistema immunitario ed endometriosi, sono più elevati. Studi di laboratorio hanno dimostrato che l'esposizione a dosi bassissime di diossina durante un periodo critico brevissimo nel corso della gestazione è sufficiente ad influire negativamente sulla salute del feto.L'EPA ha stimato che l'attuale esposizione di fondo della popolazione generale alle diossine determina un rischio di contrarre tumore variabile da 1/1.000 a 1/10.000 cittadini. Comunque sia, l'incuria e la superficialità dell'uomo sono le sole cause della elevata concentrazione di diossina riscontrabile nelle vicinanze di inceneritori, basti pensare ai rifiuti solidi urbani e a quelli ospedalieri, caratterizzati dall'elevatissima percentuale di imballi e prodotti usa-e-getta in plastica. Ricordiamoci che a 26 anni dall'esplosione dell'Icmesa, gli abitanti di Seveso sono ancora vittime della diossina e «sorvegliati speciali» della scienza internazionale, quindi quando avviciniamo un accendino a un bicchierino di plastica pensiamo intensamente alle conseguenze prima di spengere l’accendino e buttare nel cestino il bicchierino.
di ANGELICA PARDI
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Nei primi giorni del mese di Giugno molti eventi “straordinari” si sono rincorsi a distanza di neppure una settimana: infatti sabato 5 giugno scorso la cittadina di Nozzano si è risvegliata con una novità nell’aria, o meglio, nei campi! Infatti in un appezzamento di terra lungo l’argine del Serchio coltivato a grano si sono notati numerosi rappresentanti di questa graminacea piegati in maniera insolita. Subito si è sparsa la voce che un ufo nella notte fosse atterrato, e i suoi occupanti fossero scesi a “decorare” la coltura suddetta. Si è ormai notato che, sebbene i motivi siano tutt’ora oscuri, questi “turisti spaziali” amano particolarmente i campi di grano. I più scettici hanno gridato all’artefatto, perché quella notte, o le notti precedenti c’era stato molto vento e li grano, si sa, si adagia anche naturalmente…la voce scettica è stata subito arginata con la foto dall’alto, scattata da un giornalista appartenente ad un noto giornale, che ritrae una bella sagoma di pesce (?). Ma gli ufo non devono temere molto l’alta tensione, altrimenti non avrebbero scelto un campo sovrastato da tralicci dell’Enel… Comunque ufo o non ufo, l’evento d’importanza planetaria lo abbiamo ospitato nei nostri cieli martedì 8: l’eclissi di Venere che si compie in media una volta ogni 125 anni…senz’altro emozionante, ma anche oggetto di poca informazione. Tutto i telegiornali hanno infatti riportato la falsa notizia che lo spettacolo fosse visibile anche ad occhio nudo… invece! Che delusione! Nonostante questo i più attrezzati hanno comunque assistito…e fotografato!
di ANGELICA PARDI