Editoriale
Una tavola Rotonda per discutere di Ripafratta
Ripafratta, un lembo del monte pisano da salvaguardare
Oltre la conservazione
"Cantar befana" ieri e oggi
Ma Ripafratta è anche ... carnevale !
Spazzatura, ancora un problema le mini-discariche
La "nostra" Eni compie 101 anni !!
La cultura del gusto
A scuola di sapori
Fortificazioni e territorio
Il gioco nel medioevo
Un Te Deum per Napoleone. E uno per l'Austria ...
"Fuor di porta", quando la porta c'era ancora
E' iniziato il nuovo anno, un anno importante per noi perché festeggeremo i cinque anni di "Voci dalla Rocca"; ma partiamo per ordine. Come prima cosa abbiamo deciso di trasformare quella che doveva essere un'intervista "unilaterale" al Sindaco Panattoni in una discussione più ampia, che coinvolge anche noi della Redazione, altri tecnici e titolari di uffici del Comune, il Comitato, e chiunque voglia partecipare. Questo richiede naturalmente una maggiore organizzazione tra noi, il Comune il Sindaco, e una coordinazione tra i nostri impegni reciproci; richiederà, inevitabilmente, anche più tempo. Ma speriamo di offrirvi presto questo tipo di contributo. Già da ora potete però leggere un intervento molto interessante , che è quello della dott.ssa Fantoni, che ci ha onorato nel dare il via al nostro "dibattito", parlando proprio di ambiente. Lanciamo dunque l'iniziativa di una vera e propria "Tavola Rotonda" sulle pagine di "Voci"; nella nostra ottica, si tratta solo della prima parte di un discorso più lungo, che toccherà anche altri temi, nei prossimi numeri e che speriamo sia arricchito dalla vostra partecipazione. Continua la collaborazione con gli architetti Bulleri ed Amato che, nella sezione "Territorio" ci forniscono numerose ed importanti notizie su Ripafratta e su come vivevano i nostri predecessori; inoltre ci saranno notizie sulle tradizioni paesani, a partire da quella della Befana. Saranno poi nostri "collaboratori" per questa volta anche i ragazzi delle scuole elementari che, grazie al lavoro che hanno svolto con le maestre, ci forniranno ricette tipiche delle nostre zone, facendoci riscoprire i sapori di un tempo. E' doveroso poi ringraziare tutti coloro che hanno deciso di darci ancora la loro fiducia confermando l'abbonamento al nostro periodico e a tutti coloro che invece hanno deciso di abbonarsi per la prima volta; speriamo di non deluderli. Come promesso, alcuni incaricati della Redazione sono passati da tutti gli abbonati (a coloro che non erano presenti sono stati lasciati dei promemoria insieme al numero di dicembre) ed è stato bello sentire l'affetto che c'è verso "Voci"; questo ci ha veramente colpito e speriamo sia segno di fiducia ed un incentivo per migliorarci, sia da parte nostra che da parte di voi lettori, magari collaborando occasionalmente. Naturalmente tutti coloro che vorranno abbonarsi sono ancora in tempo a farlo, basta compilare il modulo in fondo al giornale e lasciarlo con un contributo di 8 euro presso uno dei nostri centri di distribuzione o in alternativa potete contattare direttamente un membro della Redazione(gli indirizzi e-mail sono sempre gli stessi: redazione@vocidallarocca.com oppure info@vocidallarocca.com). Come vi avevo accennato, quest'anno, a marzo, "Voci dalla Rocca" compierà cinque anni; i preparativi per i festeggiamenti cominciano già da adesso (come potete leggere qui a fianco, la storia di "Voci" è stata riportata sui maggiori quotidiani locali); la Redazione ha inoltre pensato di celebrare questo avvenimento con una "serata importante", con tanto di cena presso i locali dell'ex asilo. Saranno presenti numerosi ospiti d'eccezione e naturalmente cogliamo l'occasione per invitare tutti voi lettori (ma naturalmente l'invito è esteso a tutti i Ripafrattesi) fin da adesso a partecipare a questa serata. Nel prossimo numero comunque avrete maggiori informazioni e il programma completo dell'evento. Non perdetelo. A questo punto, rinnovando i ringraziamenti a tutti i lettori per la loro fiducia, vi lascio leggere in pace tutte le notizie che queste pagine contengono. Buona Lettura.
di Luca Casapieri
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"Voci dalla Rocca" lancia l'idea di una "Tavola Rotonda", cioè un momento di discussione e riflessione fra tutti i partecipanti al processo di valorizzazione del paese. Saranno in prima linea a discutere, insieme a noi della Redazione, anche il Comune e il Comitato. Ma soprattutto, l'iniziativa è rivolta a voi cittadini di Ripafratta. Inviateci i vostri suggerimenti, le vostre critiche. Scriveteci, diteci cosa pensate e noi potremo introdurre l'argomento in questa "tavola rotonda". Tutti sono legittimati ad intervenire. Si comincia con un articolo sull'ambiente e un breve excursus su quelle che crediamo essere le vostre priorità riguardo al paese. Speriamo vivamente che altre voci si uniscano. Nel 2005, inoltre, "Voci dalla Rocca" raggiungerà i cinque anni di attività. Mai un'iniziativa simile nel nostro paese aveva raggiunto un traguardo del genere, in quanto a durata e in quanto a gradimento. Un evento di così grande importanza va festeggiato nel migliore dei modi, e infatti la Redazione sta preparando per tutti i nostri lettori un vero e proprio evento. Vi faremo conoscere i dettagli sul prossimo numero, ma vi possiamo già consigliare di tenere una serata libera per sabato 19 marzo… Intanto, la storia e l'attività di "Voci" sono comparse anche su due quotidiani come "la Nazione" e "il Tirreno".
di a cura della redazione
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Il Monte Pisano è nel suo complesso un territorio dove, con il trascorrere del tempo, natura e storia hanno lasciato una impronta indelebile.
Abitato sin dalla preistoria (lo testimoniano i resti rinvenuti nelle grotte di Molina di Quosa, Agnano, Asciano) ha visto il succedersi di popoli che ne hanno apprezzato ora l'importanza strategica, ora la capacità di soddisfare il fabbisogno alimentare, ora quella di "rinfrancare il corpo e lo spirito". E così siamo giunti agli anni sessanta del secolo scorso, quando la coltivazione del bosco e degli oliveti viene abbandonata in nome di scelte di vita e lavorative più "dignitose" e remunerative: i boschi di castagno diventano sempre più difficili da percorrere per la crescita incontrollata di vegetazione nel sottobosco, gli oliveti spariscono sotto una massa di rovi, i sentieri si chiudono per il mancato lavoro dell'uomo. Che cos'è diventato in quel periodo storico il nostro Monte? Possibile che da risorsa si sia trasformato in un oggetto inutile, quasi un peso per le comunità locali? E' possibile, ma la nascita di una nuova cultura sociale, di quella cultura che ha determinato il sorgere a livello mondiale di numerosi movimenti e associazioni ambientaliste, ha portato alla riscoperta del Monte Pisano. E così si recuperano gli oliveti, si riaprono i sentieri, si rafforza il movimento associativo per la tutela dei boschi dal fenomeno degli incendi, si guarda alla ricchezza delle specie vegetali e animali presenti, si istituiscono aree protette (le A.N.P.I.L.) rappresentative dei diversi ecosistemi del Monte, se ne norma la gestione con regolamenti specifici che abbracciano e tutelano il complesso delle sue risorse.
In questo contesto anche Ripafratta ha tutta l'attenzione che merita sia per gli aspetti naturalistici che per le testimonianze storiche di estremo interesse (si ricorda il sistema difensivo medievale costituito dalla rocca e dalle torri di avvistamento, le ville del lungomonte, la presenza di una rete di sentieri che consentono la fruibilità dell'area, il fiume …). Nel 1999 prende il via il progetto di consolidamento dell'area in frana posta sotto la Rocca di San Paolino con metodi di ingegneria naturalistica; oggi i lavori sono conclusi e l'opera risulta perfettamente inserita nel contesto. Ed ancora nel 2000, si progetta (con altre istituzioni pubbliche quali la Regione e la Provincia di Pisa, e le Associazioni dei pescatori) una scala di risalita per pesci presso la "steccaia" del Serchio con l'intento di favorire il naturale movimento dei pesci e quindi la loro riproduzione; oggi siamo ormai prossimi all'approvazione del progetto definitivo e riteniamo di dare corso ai lavori nel 2005.
Se queste sono state fino ad oggi le azioni più rilevanti anche sotto il profilo finanziario (sono stati richiesti ed ottenuti finanziamenti comunitari e regionali per la somma complessiva di € 350.000,00, non da meno è l'impegno alla manutenzione dei sentieri più significativi (attiva fino al 2003, carente nel 2004 per mancanza di risorse, ma che pensiamo possa essere riproposta per l'annualità in corso e le annualità successive), ed il sostegno dato dall'Amministrazione comunale ad iniziative locali di promozione del territorio. Una nota particolare meritano le indagini in corso commissionate ad esperti dal Comune per una migliore conoscenza naturalistica delle A.N.P.I.L., ma estese anche alle aree contermini del Monte, dalle quali è emerso l'interesse per la componente micologica, lichenologica e briologica, dell'area montana di Ripafratta , come già in passato era stato evidenziato da naturalisti come Lange, Baroni, Ansi, Mori, Arcangeli, Savi. A titolo esemplificativo, per i funghi sono state recentemente individuate le specie Lactarius mediterraneensis e Gomphidius tyrrenicus, che testimoniano i passati eventi geologici, quando la microzolla corsa si è frammentata dando origine all'attuale assetto dell'Italia peninsulare. Notevole nell'area in esame, anche i contingenti botanico e lichenolologico (licheni) e soprattutto quello briologico (muschi) testimoniati dalle pubblicazioni degli autori sopra citati. Tra le piante citate nel prodromo del Caruel (1860) emergono Delphinium ajacis, ritrovato da Pietro Savi, Polyenemum arvense, segnalato da Gaetano Savi. Tra i licheni si ricordano Ramalina fastigiata, Sticta pulmunacea e Verrucaria purpurascens, segnalate da Mori sul Monte Maggiore nel 1883; tra i muschi - ritrovati prevalentemente dal Lange e descritti in Fitzgerald e Bottini nel 1881, si ricordano Weisia viridulata, Fissidens adiantoides, Barbula brebissonii e Hipnum brevirostrum. Gli studi su queste ultime entità biologiche, per volontà dell'Assessorato all'Ambiente, sono oggi in fase di ripresa dopo una interruzione di oltre un secolo; data la particolarità degli ambienti e i risultati delle ultime indagini sui funghi e la flora fanerogamica (piante da fiore), si ritiene che anche questo settore possa rivelarsi in tutta la sua ricchezza fornendo un significativo contributo alla conoscenza del grado di biodiversità del territorio montano di Ripafratta e dell'intero ambito comunale.
* la dott.sa Fantoni è Responsabile Ufficio Ambiente e Agricoltura del Comune di San Giuliano Terme.
di Elena Fantoni
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Gli abitanti di Ripafratta hanno la fortuna di vivere immersi in un territorio pieno di storia, cultura, e non da ultimo, anche ricco nella sua natura. Se questo è vero per tutti gli abitanti del lungomonte, per i Ripafrattesi lo è ancora di più. L'ambiente non è solo quello, straordinario, del Monte Pisano, di cui il colle Vergarlo rappresenta l'ultimo "sperone", ma anche quello spesso sottovalutato delle rive del Serchio. Un articolo di Luca Casapieri apparso sullo scorso numero ci ricordava (giustamente) l'opera di disboscamento e pulizia fatta lungo gli argini e le sponde del fiume; una pulizia che permette ora agli amanti della natura una sana, piacevole passeggiata nel verde, a contatto con l'ambiente fluviale. Inoltre, per gli amanti della pedalata, una pista ciclabile (interamente percorribile ormai da più di un anno) consente di andare in bicicletta da Ripafratta a Pontasserchio. Altri interventi sulla steccaia hanno, ad esempio, migliorato la "pescabilità" della zona. Si potrebbe poi prendere in considerazione quanto fatto già a Pontasserchio, dove è presente un punto di partenza per gli appassionati di canottaggio, che pare trovino particolarmente ideale il nostro fiume. E così via. Il rapporto dei Ripafrattesi col Serchio è sempre stato intenso (anche dal punto di vista della pesca) e vissuto e gestito ottimamente, anche grazie ad un livello di inquinamento piuttosto basso delle acque. Eppure il "parco fluviale" che si è andato costituendo grazie a questi numerosi interventi meriterebbe una più ampia pubblicizzazione, sia all' "esterno" che fra le popolazioni che lo abitano già. Non ha avuto la stessa attenzione, invece, il monte. Anch'esso ricco di una tradizione straordinaria, che coinvolge sia Ripafratta che Molina di Quosa, e dovuta in gran parte alla presenza dell'Eremo di Rupecave. Se molto è stato fatto ultimamente sul versante "molinese" del monte, non altrettanto si può dire purtroppo per la fitta rete di sentieri e viottoli che circondano, sovrastano, attraversano il territorio di Ripafratta. Il processo di rivalutazione del nostro paese - e dei suoi dintorni - passa senza dubbio per questi percorsi di monte, che collegano le torri, la Rocca, Rupecave, il paese, in un intreccio che affonda nel sue radici nella storia e nella tradizione del territorio. Pensiamo a quanto - e in quanti modi - le Scuole trarrebbero giovamento da una più accurata pulizia dei sentieri (già tracciati, per buona parte, dal CAI, Club Alpino Italiano). Pensiamo ai percorsi di carattere sì naturalistico, ma anche storico che i ragazzi potrebbero sfruttare. Questo sarebbe davvero un grande arricchimento per le nostre Scuole, e non solo per le nostre. Studiare la natura e le tradizioni ad essa connesse direttamente sul luogo, sarebbe molto importante per tutti, giovani e meno giovani. Pensiamo alle tradizioni popolari (le "ricette del monte", con le castagne e tutti i derivati, ma anche le leggende e le storie), pensiamo agli itinerari della fede (i "pellegrinaggi" a quel che resta della povera Rupecave) e della storia (le visite alla Rocca e alle Torri). Tante sarebbero le conseguenze di una maggiore attenzione nei confronti dei nostri sistemi di sentieri, che avrebbero bisogno di due cose, essenzialmente: una regolare manutenzione (e magari rivalutazione di alcune vie non indicate dal CAI ma presenti nella tradizione da sempre), e una buona pubblicità, con tanto di mappe e percorsi, in tutte le sedi turistiche e soprattutto con migliori indicazioni sul luogo. Il tutto coinvolgendo il più possibile le associazioni già presenti sul territorio. Conservare non basta, in definitiva. Occorre fare di più; la parola d'ordine in questi casi è: rendere accessibile. Tramite processi di comunicazione, diffusione presso le agenzie turistiche, presso le associazioni ambientaliste e di appassionati. Ma anche e soprattutto, rendere accessibile vuol dire portare gli abitanti "locali" a conoscenza del grande patrimonio ambientale che hanno a disposizione, e facilitarne - anche tramite nuove infrastrutture, se necessario - la fruizione. Solo così anche la conservazione avrà un senso. Solo così gli interventi eseguiti avranno un qualche tipo di ricaduta e ritorno.
di Francesco Noferi
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Come di consueto anche quest'anno Ripafratta, con una collaborazione ampia, ha organizzato la festa dedicata alla Befana la sera del 5 gennaio. La Vecchina si è recata dai bambini partendo dalle Corti alle 16.30 circa e, in mancanza del solito trattore si è fatta accompagnare addirittura da… un pony! Il gruppo che accompagnava la Befana era formato dai membri del Comitato e da alcune volenterose persone di paese. La lunga "passeggiata" ha portato a visitare quasi tutte le case. In ogni casa visitata la Befana (e il suo seguito) raccoglieva le offerte e regalava calze anche ai "bimbi più grandi"; nelle case coi bambini poi distribuiva pacchi e pacconi che le erano pervenuti nella mattina e nel pomeriggio prima della partenza. A metà percorso, stanca di camminare si è lasciata trasportare dal suo pony, per la gioia dei bambini che si facevano fotografare a cavallo con lei, emozionati, curiosi di vedere il loro regalo, ansiosi per l'arrivo della Befana e talvolta, un po' impauriti. Sostenuta copiosamente da tutte le famiglie visitate, la Befana si è recata perfino da chi non la conosceva per aiutare l'integrazione nel paese di tutte le persone, anche chi ha tradizioni e costumi magari un po' diversi dai nostri. Ma noi conosciamo la vera storia della befana? O sappiamo solo che è una tipica tradizione italiana? Vediamo. Innanzitutto il nome della Befana deriva dalla corruzione di Epifania, trasformato in "Beffania" per ricordare la "Strega di Beffania" che volava sui tetti delle case in quella notte. Col passare del tempo perse le lettere "f" ed "i" e diventò Befana. Nell'immaginario collettivo essa si presenta come una vecchietta che porta doni ai bambini buoni la notte tra il 5 e il 6 gennaio. La sua origine si perde nella notte dei tempi (pensate che se ne è incominciato a parlare nel milleduecento), discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: la Befana porta i doni in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Magi. L'iconografia è fissa: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate.Si rifà al suo aspetto la filastrocca che viene recitata in suo onore ("La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte"…) e che ha numerose varianti locali, di cui una tutta ripafrattese.Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, a cavalcioni di una scopa, sotto il peso di un sacco stracolmo di giocattoli, cioccolatini e caramelle (sul cui fondo non manca mai anche una buona dose di cenere e carbone), passa sopra i tetti e calandosi dai camini riempie le calze lasciate appese dai bambini. Se qualcuno è stato disubbidiente, troverà carbone, cenere, cipolle, aglio. La gente prepara per la buona vecchia, in un piatto, un mandarino o un'arancia e un bicchiere di vino. Il mattino successivo insieme ai regali troveranno il pasto consumato e l'impronta della mano della Befana sulla cenere sparsa nel piatto. Molti bambini credono che la Befana sia la moglie di Babbo Natale e che abiti al Polo Sud, mentre il marito vive al Polo Nord. Babbo Natale non sempre riesce ad accontentare i desideri dei bambini e a questo cerca di rimediare la Befana. Qualche bambino pensa che la Befana esista veramente, cerca di immaginarla e la aspetta con ansia; alcuni non ci credono e pensano che sia la mamma a mettere i regali nelle calze, però fanno finta di non saperlo. Le leggende si mescolano tra di loro, una di queste vuole che la Befana risalga all'epoca di Gesù: i Re Magi partirono carichi di doni (oro, incenso e mirra) per Gesù Bambino, attraversarono molti paesi guidati da una stella, e in ogni luogo in cui passavano, gli abitanti accorrevano per conoscerli e unirsi a loro.Ci fu solamente una vecchietta che in un primo tempo voleva andare, ma all'ultimo minuto cambiò idea, rifiutandosi di seguirli. Il giorno dopo, pentita, cercò di raggiungere i Re Magi, che però erano già troppo lontani. Per questo la vecchina non vide Gesù Bambino, né quella volta né mai. Da allora nella, notte fra il cinque e il sei Gennaio, volando su una scopa con un sacco sulle spalle, passa per le case a portare ai bambini buoni i doni che non ha dato a Gesù. C'è chi, invece pensa che la vecchietta rappresenta l'anno vecchio che, dopo le feste del periodo natalizio, se ne va lasciando dei doni. A questo proposito il detto: "L'Epifania tutte le feste porta via". Anche qui a Ripafratta, dove peraltro è sempre esistita la Befana tradizionale del paese,molte persone ricordano i doni che la vecchietta lasciava ai bambini, che però, salvo rari casi, consistevano "soltanto" in caramelle, dolcetti, noci e mandarini, insieme a dosi più o meno consistenti (a insindacabile giudizio della Befana) di cenere e carbone, come punizione delle inevitabili marachelle dell'anno. In quel periodo tal tradizione non era ancora stata soppiantata dalla figura "straniera" di Babbo Natale e rappresentava spesso l'unica occasione dei bambini per avere dei regali.
di Angelica Pardi
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Le stranezze del calendario ci costringono a mettere accanto alla Befana… il Carnevale. Ebbene, sì, poche volte come quest'anno è stato vero che se "l'Epifania tutte le feste se le porta via", "Carnevale tutte le feste le fa ritornare"… Una Pasqua insolitamente bassa, infatti, ha anticipato la Quaresima, le Ceneri, e di conseguenza anche il Carnevale, portandolo a breve distanza dalle manifestazioni per la Befana. E Ripafratta non ha mancato alla sua tradizione "carnascialesca" neanche per questo 2005, una tradizione rivolta soprattutto ai bimbi e anche agli anziani. Presso l'Asilo, domenica 6 (l'ultima "possibile") si è svolta la manifestazione "W il Carnevale!", nel pieno rispetto della consuetudine: frati a volontà, giochi, coriandoli, palloncini per i più piccoli e "pesca di carnevale" con primi più che appetibili (una fortunata partecipante ha portato a casa uno stereo!). Come già lo scorso anno avevamo fatto, vogliamo - no, di più, dobbiamo - ringraziare i volenterosi che si sono messi a disposizione della comunità anche in questa occasione, per organizzare, allestire, preparare e friggere i frati (ed erano tutti uomini! Complimenti!), assistere i ragazzi, servire bibite e ciambelle, distribuire ai fortunati vincitori i premi della "pesca" e via dicendo. E' importante che queste tradizioni continuino. Non per puro amore della retorica, ma per mantenere vivo un paese che, specialmente nei suoi rappresentanti "più piccoli" merita davvero.
di Francesco Noferi
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Un problema che ci ha accompagnato per parecchio tempo e che sembrava essere risolto, è invece in qualche modo tornato di attualità. Passate le prime polemiche riguardanti la necessità di cambiare abitudine (infatti non si butta più tutto il sudicio casalingo nel solito contenitore, ma in contenitori separati al fine di ottimizzare il riciclo dei materiali, ricordiamolo) nel modo di raccogliere i rifiuti e di buttarli, visto che adesso passano gli addetti della Geofor, casa per casa a raccogliere i nostri sacchi dell'immondizia. C'è stato poi il periodo in cui venivano ritrovati sacchi di sudicio sparsi un po' in tutto il paese, perché, evidentemente, qualcuno trovava più facile spargere l'immondizia in giro che raccoglierla ed aspettare il passaggio del camion la mattina Dopo questa breve premessa, l'argomento rifiuti è tornati di attualità in quanto il "parcheggio" di via Fattori (per non confonderci, intendo quello situato proprio davanti alla casa della famiglia Casapieri), è spesso considerato come luogo di scarico del materiale più ingombrante, in attesa che gli addetti con il camion passino per raccoglierli. Questo a suscitato disapprovazione da parte di tutte le famiglie nelle vicinanze in quanto non vedono il motivo di creare questa "piccola discarica", per fortuna provvisoria, quando basta chiamare il numero della Geofor e prendere un appuntamento per sbarazzarsi del materiale anche quello più ingombrante, tant'è che vengono a ritirarlo a domicilio. E' capibile che per un giorno (anche se non è da considerarsi giusto) possa anche starci perché è un luogo bene o male visibile e facilmente, diciamo, rintracciabile, ma non bisogna approfittarne troppo o prenderla come scusante.
di Luca Casapieri
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A Ripafratta tutti la ricordano come Eni. Lei si chiama Anna Bechelli, ma il fatto che sia nata in America, a "Nuova York" (da genitori ripafrattesi emigranti) le ha "conferito" un nome "estero": "Annie", cioè Anna, ma per i Ripafrattesi semplicemente Eni. Ha compiuto ben 101 anni, ed anche se ora abita a Pisa insieme alla figlia siamo sicuri che avrà ancora la "sua" Ripafratta nel cuore. Tanti nostri compaesani, questo è certo, la ricordano con grande affetto e simpatia. La storia della intensa vita di Eni è raccontata in un articolo apparso sul Tirreno mercoledì 5 gennaio; articolo che noi riportiamo qui sotto perché tutti voi possiate leggerlo. Ad Eni giungano, un po' in ritardo ma senz'altro particolarmente sentiti, gli auguri della Redazione di "Voci dalla Rocca" e di tutta Ripafratta, orgogliosa di avere una "centenaria" fra i suoi figli.
A cura della Redazione
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Quando parliamo di "territorio", comprendiamo tante cose. Non a caso, si usa un termine solo, che riassume tutto. "Territorio", come abbiamo già avuto modo di dire, significa tradizione, significa fede e devozione popolare, significa ambiente e natura, significa Storia (quella con la "s" maiuscola) e storie (quelle, divertenti o serie, di un passato più recente). Ma "territorio" vuol dire anche e soprattutto ciò che mangiamo. Ovviamente non ci facciamo caso, perché è sulle nostre tavole più o meno tutti i giorni. Sono piatti semplici, tipici della tradizione toscana (e della campagna pisana in particolare), che non attirano più neanche la nostra attenzione. Al punto che siamo tentati di trascurarli, considerarli "fuori moda", troppo banali. Eppure, in tutta Italia (e tanto più all'estero) i nostri cibi, quelli tradizionali delle nostre nonne e delle nostre mamme, sono tenuti in grandissimo conto. Sono un vero e proprio patrimonio che deve essere rivalutato e salvato, perché rischia di scomparire. Ecco allora che i ragazzi e le maestre delle scuole elementari di Ripafratta e Molina hanno fatto un gran bel lavoro, semplice ed utile; non solo poi hanno salvaguardato la nostra tradizione, ma l'hanno messa a confronto con quelle di altre regioni e addirittura di altre culture (vista la presenza nelle scuole di bambini provenienti non solo da tutta Italia, ma anche da tutto il mondo), in un momento in cui di conoscenza fra culture c'è un gran bisogno. Dei ricettari elaborati dai ragazzi grazie ai consigli delle loro nonne, ed intitolati "Io pappo, tu pappi, egli pappa", noi riportiamo quelli "locali", legati al nostro territorio specifico. Troverete tante ricette che conoscete, altre meno note, ma tutte appartenenti alla nostra tradizione. Una prima parte le potete leggere a partire dalla pagina a fianco, le altre sono nella pagina successiva. Non è la prima volta che collaboriamo con le Scuole (era già accaduto in occasione di un lavoro dei ragazzi sulla Rocca e sul 25 aprile), ma ci fa sempre un gran piacere, e possiamo solo sperare che questa collaborazione si intensifichi. Anche e soprattutto perché siamo felici che i bimbi fin da piccoli vengano educati ad una cultura del territorio in cui vivono, perché imparino ad apprezzare le tante cose belle che hanno sotto gli occhi ogni giorno e che in molti ci invidiano. Per saper guardare al futuro, paradossalmente, bisogna avere delle salde radici. Un ringraziamento tutto particolare va alle maestre che hanno insegnato ai ragazzi (e a tutti noi, in definitiva) che anche ciò che si gusta a tavola fa parte a pieno titolo della nostra cultura e della nostra identità.
di Francesco Noferi
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Ricette tipiche della nostra Toscana ed in particolar modo della provincia di Pisa, che desideriamo conservare inserendole nel modo di vivere di oggi. Queste ricette sono state inviate dalle mamme e dalle nonne degli alunni della Scuola Elementare di Molina e di Ripafratta per la realizzazione di tre ricettari con proposte della nostra cultura locale, delle altre regioni e del mondo.
DI Maria Teresa Corti (insegnate presso le scuole elementari di Ripafratta)
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NECCI CON LA RICOTTA
Si impasta la farina di castagne con acqua e sale fino ad ottenere la fluidità di una crema. Si cuoce l'impasto in testi per cialde o per necci unti con pochissimo olio. Si servono caldi, spalmati di ricotta fresca.
MINESTRA DI FARRO
Ingredienti per 4 persone
150 gr di farro
200 gr di fagioli rossi secchi
una cipolla piccola
una carota
un gambo di sedano
un cicchiamo di conserva
olio d'oliva
sale e pepe
Preparazione:
Lessate i fagioli (messi a mollo almeno 12 ore prima) in circa un litro e mezzo d'acqua fredda salata. Quando saranno ben cotti, passatene circa la metà e rimettete la purea ottenuta dentro il brodo di cottura. In un'altra pentola rosolate in 5 cucchiai d'olio, gli odori tritati. Dopo qualche minuto unite la conserva sciolta in poca acqua e dopo una decina di minuti versare tutti il brodo con i fagioli. Aggiungete il sale, pepate e buttate il farro (non va messo a mollo), se necessario aggiungete acqua bollente e fate cuocere per circa un'ora. Prima di gustarla aspettate almeno un'oretta dopo che avrete spento il fuoco. Servitela tiepida o calda, senza formaggio, e con un filo d'olio.
INFARINATA GIALLA
Ingredienti:
100 gr di Cavolo nero
400 gr di fagioli rossi in una pentola
con 2 litri di acqua
2 cotenne di maiale
50 gr di lardo
1 fetta di pancetta dolce
1 cipolla bianca
450 gr di farina gialla
Procedimento:
Lessare i fagioli con le cotenne di maiale. Soffriggere le cipolle. Tagliare grossolanamente con il lardo, la pancetta e poco olio. Ora aggiungere le foglie di cavolo lavate e sminuzzate, portare a completa cottura aggiungendo ogni tanto il brodo di fagioli, sale e pepe. Passare ora i fagioli, ma lasciatene 2 ramaioli interi. Aggiungere il brodo al cavolo e portare ad ebollizione. Togliere dal fuoco, spargere a pioggia la farina gialla. Cuocere per 3 quarti d'ora sempre girando. Da ultimo incorporare i fagioli rimasti, servire calda con un filo d'olio.
CECINA
Ingredienti:
500 gr di farina di ceci
1 bicchiere di olio extra vergine di oliva
sale (quanto basta)
pepe in grani
Procedimento:
Diluite la farina di ceci con 2 lt di acqua e lasciatela riposare finché non si adagia sul fondo. Mescolatela con un cucchiaio di legno, aggiungete l'olio e il sale sempre mescolando. Dopo versate il composto in una teglia larga e bassa, tenete deve essere molto sottile. Infornate a forno preriscaldato a 180° e cuocete finché la cecina non forma una crosticina dorata. Appena sfornata polverizzatela con un po' di pepe.
FRITTELLE DI SEMOLINO
½ litro di latte
100g di semolino
50g di zucchero semolato
3 uova
1 limone
Bicarbonato di soda
Strutto per friggere
PREPARAZIONE
Mescolare bene il semolino con il latte e lo zucchero e la scorza di limone. Fare bollire il composto per 8 min evitando che si formino grumi. Levare il recipiente dal fuoco, aggiungere uno per volta le uova intere e una punta di bicarbonato. Amalgamare velocemente e friggere nello strutto bollente.
TORTA DI ZUCCA
120 gr di farina
500 gr di zucca
2 uova
2 cucchiai di miele
1 limone
1 bicchiere di latte
50 gr di burro
Sale
Pulire la zucca e privarla della scorza, tagliatela a dadini e mettetela al fuoco in un pentolino con il latte, un bicchiere d'acqua e una scorza di limone. Fate cuocere a fuoco basso finché non si sarà ammorbidita, quindi scolatela tenendo da parte il liquido di cottura e frullatela. Lavorate il burro, fatto ammorbidire, e tagliatelo a pezzetti insieme con il miele e i tuorli d'uovo, aggiungete la farina mischiata con un pizzico di sale. Se l'impasto risultasse troppo duro ammorbiditelo con un po' di liquido di cottura della zucca. In ultimo incorporate il passato di zucca e con molta delicatezza, mescolando dal basso verso l'alto, gli albumi montati a neve soda. Versate l'impasto in una tortiera unta e infarinata, fate cuocere in forno caldo per circa 30 minuti.
PAPPA COL POMODORO
INGREDIENTI:
700g di pomodori ben maturi
300 g di pane casereccio raffermo
Mezzo bicchiere di olio extra-vergine di oliva
Brodo di carne un po' insipido
Spicchi d'aglio
6 foglie di basilico
Sale e pepe
PREPARAZIONE:
Lavate con cura i pomodori, tagliateli, spezzettateli e fateli cuocere in una casseruola a fuoco moderato. A cottura ultimata passateli al setaccio. Tagliate quindi le fette di pane raffermo e fatele tostare in forno. In un'altra casseruola fate poi scaldare il brodo, aggiungete il passato di pomodoro, il pane tostato, l'olio, l'aglio tritato finissimo, le foglie di basilico intere, sale, pepe e fate cuocere a fuoco moderato mescolando molto spesso con il cucchiaio di legno fino a ottenere una consistenza densa. Quindi togliere il basilico, assaggiate e, se serve, aggiustate di sale e pepe. Infine servite, scodellando nei piatti e aggiungendo un filo d'olio crudo.
Commento
Semplice ricetta contadina che si prepara con il pane avanzato. La pappa col pomodoro è senza dubbio una delle ricette toscane più famose. La sua buona riuscita si deve, più che all'abilità culinaria di chi la prepara, alla genuinità dei prodotti impiegati.
TRIPPA TOSCANA
INGREDIENTI
Trippa
Olio
Trito di odori (sedano, carota, cipolla, aglio, prezzemolo)
Peperoncino
Sale e pepe
Alloro
Buccia di limone
Crosta di parmigiano
Chiodi di garofano
Carne macinata di manzo
Una salsiccia
Pomodori pelati
PREPARAZIONE
Si lava bene la trippa (che è stata in precedenza tagliata a strisce) con acqua e aceto. Si fa un soffritto leggero d'olio, odori, peperoncino e si bagna con un po' di vino bianco; poi si aggiunge la trippa, la carne macinata, la salsiccia e tutti gli altri ingredienti. Dopo circa mezz'ora che è al fuoco, si aggiungono i pomodori pelati e si lascia cuocere finché il liquido non è ritirato.
A cura dei ragazzi delle scuole di Ripafratta e Molina
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Nella vita quotidiana di ogni giorno conviviamo sempre fianco a fianco con brandelli della storia passata che, senza rendercene conto, hanno contribuito e contribuiscono tuttora nella definizione della nostra identità culturale. A volte sono presenze discrete che stanno lì, sottotraccia, mentre altre, come nel caso di Ripafratta o Nozzano, si rivelano in maniera sfacciata in tutta la loro natura di oggetti estranei, alieni, per i nostri occhi contemporanei. Mille anni sono passati dall'inizio delle infinite guerre fra Lucca e Pisa, un'infinità di tempo in tempi diversi, hanno accumulato una serie di testimonianze, che costituiscono un'eredità pesante ed ancora da comprendere. Tali testimonianze sono rappresentate da una fitta rete di fortificazioni, delegate al controllo del confine fra i due stati (circa una trentina per un'area territoriale circoscritta) di cui molte sono, oggi, abbandonate o semidimenticate nel fitto sottobosco dei Monti Pisani. Crediamo sia perciò necessario, onde evitare la loro prematura scomparsa, recuperarne la memoria ed il significato storico e cercare di comprendere perché in tempi assai precoci Lucca e Pisa, prime in Italia, già si fronteggiavano a viso aperto. Già nell'anno Mille, infatti, le due città patteggiavano di volta in volta, fra l'Imperatore ed il Marchese di Toscana, condizioni sempre più favorevoli per una propria stabile autonomia, stabilendo le condizioni essenziali di quel lento e inevitabile processo che porterà alla formazione dei Comuni. Le prime guerre, per questioni di confine, interessarono la Val di Serchio pisana, ed in seguito, per le ragioni più disparate ed indipendentemente dagli specifici interessi politico-strategici, ogni guerra fra Lucca e Pisa continuò ad interessare lo stesso territorio. Forti erano in quest'area gli interessi sia strategici che commerciali ma, soprattutto, prevalevano ragioni strutturali, di ordine orografico. Si tratta, infatti, di un'area fortemente caratterizzata dal punto di vista morfologico, per la presenza dei Monti Pisani che separano fisicamente Lucca da Pisa e dell'antico Lago di Bientina: attraverso la Val di Serchio pisana transitavano le uniche possibili vie di comunicazione, fluviali e terrestri, fra i due Comuni rivali. Cerniera naturale di quest'area è Ripafratta, dove il Serchio separa il massiccio dei Monti Pisani dalle ultime propaggini della catena versiliese: una gola stretta, risalente geologicamente all'epoca della colmatura nella piana lucchese, che favoriva il naturale controllo sul fiume e sui traffici verso il litorale. Siamo, quindi, di fronte ad un piccolo ambito territoriale connotato da elementi tali da configurarlo, nel Medioevo, come un nodo strategico d'importanza rilevante e, perciò, difeso da una fitta rete di fortificazioni. Il sistema fortificato di confine fra Lucca e Pisa fu, perciò, continuamente aggiornato e mantenuto in efficienza per circa cinque secoli: all'incirca dal 1004, anno in cui i cronisti collocano l'inizio della guerra fra Lucca e Pisa, al 1504 quando i Fiorentini - padroni di Pisa dal 1406 - incaricarono Giuliano da Sangallo di seguire il restauro di Ripafratta. L'intervento sangallesco portò alla creazione di di una macchina da guerra con una capacità deterrente tale da dissuadere ogni tentativo di ribellione pisana ed evidenziò, ormai irrimediabilmente cambiato il modo di combattere con l'avvento delle artiglierie, l'inutilità di mantenere un sistema fortificato dalla capacità strategica ormai notevolmente ridimensionata. Queste brevi note costituiscono solo un necessario prologo per una rubrica, che sarà sviluppata nei successivi numeri di "Voci dalla Rocca", in cui saranno descritte le fortificazioni che componevano il sistema di confine pisano-lucchese, di cui ripercorreremo la storia e le vicissitudini, confidando che risveglino anche in voi quella contagiosa curiosità, che indirizza ad una prima conoscenza di una storia che è dentro di noi, nella nostra memoria, prima ancora che in queste testimonianze così evocative.
Di Andrea Bulleri
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Il Medioevo viene sempre presentato come periodo violento, fatto di saccheggi, battaglie, armi e morte. Probabilmente non pensiamo, però, che la necessità di divertirsi e giocare, non era una condizione legata solo ai bambini, ma si estendeva anche agli adulti. Alcuni giochi allietavano il tempo libero dei più maturi, altri stimolavano la fantasia dei più giovani. E' certo, che in un epoca così lontana, le pretese erano ben diverse da quelle che abbiamo oggi e se, dopo la successiva lettura, questi giochi vi sembreranno banali e inutili, immaginate per un attimo di non avere tutte quelle comodità di cui approfittiamo oggi. I bambini del Medioevo si accontentavano ad esempio, di giocare con ciottoli e conchiglie che utilizzavano al pari delle nostre biglie; con ciuffi di canapa o lino le bambine, invece, realizzavano delle semplici bambole. Gli artigiani fabbricavano fischietti in terracotta, uccelli animati dalle piume colorate, trottole e bambole di argilla o di legno. Le bambole erano di diversi modelli, ognuna adatta ad un'età o ad una situazione diversa; quelle destinate ai neonati, erano modellate con argilla e, riempite di piccoli sassi, potevano essere usate come sonagli. Altre bambole, invece, assomigliavano il più possibile alle bambine, addirittura raggiungendo altezze a grandezza naturale - più manichini che bambole - destinate a comparire soprattutto nelle fiere delle piazze. Probabilmente il regalo più ambito e apprezzato dal bambino medievale, era però l'animaletto da campagna; alle bambine si regalavano scoiattoli in gabbia addomesticati, mentre i bambini sognavano di possedere un falco. Ai più fortunati e ricchi - ad esempio i figli dei castellani - venivano regalate piccole scimmie, che diventavano compagne inseparabili. Altri giochi, invece, servivano come stimolo e aiutavano a "indirizzare" il bambino al futuro mestiere o professione. Affinché seguissero le orme dei più tenaci combattenti, ad esempio, ai bambini venivano regalate lame, archi in miniatura, spade in legno e il cavallo - bastone da cavalcare correndo. Al contrario, alle bambine, si regalavano il bastone ed il secchio per attingere l'acqua, o altri attrezzi da "grandi" per orientarle sulla vita da donne di casa, mogli e madri. Per gli adulti i giochi, invece, erano dei passatempi da condividere con amici e parenti, magari accanto ad un buon bicchiere di vino. Il maggior divertimento derivava dai giochi da tavolo e dai suoi componenti: taxilluss (dadi) e alee (pedine). Il gioco da tavolo più praticato nel medioevo, era quello delle trenta alee che, collocate su un tabolarium, cambiavano posto in base alla combinazione dei dadi che venivano lanciati. La zara, era un gioco formato da tre dadi disposti sul tavolo: vinceva chi, prima che i dadi fossero lanciati, indovinava la combinazione uscente proclamandola, al resto dei giocatori, ad alta voce. Il termine zara si riferiva alla combinazione sfavorevole, a quella più sfortunata che nessuno voleva che uscisse. "[…] Quando si parte il gioco della zara, colui che perde si riman dolente, ripetendo le volte, e tristo impara; con l'altro se ne và tutta la gente.[…]" ( Dante Alighieri, Purgatorio, VI, vv. 1-4). Simile alla zara, era lo sozum; in questo invece vinceva chi, lanciando i dadi, totalizzava il punteggio maggiore. La zara e lo sozum erano giochi che, con la loro evoluzione, furono sostituiti dal gioco delle carte o addirittura dai tarocchi. Altro gioco da tavolo, era lo sbaraino in cui vinceva chi, lanciando due dadi, per primo sbarazzava tutte le pedine dal tavolo. Un gioco di abilità era invece la gherminella; consisteva nel far apparire e scomparire una cordicella dentro una bacchetta cava - tenuta tra le mani del giocatore - in meno tempo possibile. Tutti questi giochi erano considerati leciti e quindi coloro che vi giocavano, non erano puniti; a differenza di altri (giochi d'azzardo) che venivano eseguiti con scommesse e scambio di denaro. Era permesso giocare durante le feste di natale (nei dodici giorni intorno a natale), nelle feste dei santi locali e durante i giorni delle fiere.
di Sebastiano Amato
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Ancora un po' di polvere… E questa volta è polvere colorata di "blu bianco e rosso". Sì, avete indovinato: si tratta della bandiera della Francia, la nostra cugina che - come sapete - abita al di là delle Alpi occidentali e si tuffa nel mare e sull'isola della Corsica. Perché di Corsica vi voglio parlare, o meglio di un personaggio che nacque ad Aiaccio. Anche se piccolo di statura fisica, diventerà un gigante che con la sua personalità, le sue vittorie, dominerà l'Europa intera, si spingerà fino alle Piramidi e poi - nella sconfitta - finirà la sua vita in una remota isoletta dell'Atlantico, a Sant'Elena, lontano dagli sfarzi di Parigi, dell'Arco di Trionfo. Ora riposa nella chiesa degli Invalidi in uno sfarzoso mausoleo. Sì, si tratta di Napoleone Bonaparte, il grande Napoleone Bonaparte. Da semplice soldato, con intelligenti colpi di mano, aiutato dalle sue strepitose vittorie e dai suoi fedeli soldati, diventerà Imperatore di Francia. Farà sedere sui troni d'Europa gente della sua famiglia, facendola diventare così nobile e ricca. Non avrà paura di rubare tesori d'arte, impoverendo i legittimi proprietari e custodi e arricchendo i suoi palazzi e i musei di Francia. Ma perché Ripafratta, così piccolo borgo di Toscana, lo deve ricordare? Nell'archivio nostro, spulciando fra le carte, abbiamo trovato, Paolo Mengali ed io, dei decreti, emanati dalle Curie del tempo e del territorio. Si sa che Napoleone passava come un fulmine sui campi di battaglia. Nel 1800 la battaglia vittoriosa di Marengo dove sconfigge l'Austria, poi Vienna, Austerlitz, Spagna, Portogallo. La bandiera francese sventola proprio dal Manzanarre al Reno, dall'Alpi alle Piramidi. E' impossibile per mancanza di spazio, elencare tutte le vittorie di questo intelligente, furbo, potente figlio della Corsica. Ma questi decreti delle Curie, trovati nel nostro Archivio, parlano di preghiere o meglio di "Te Deum" di ringraziamento per le Vittorie napoleoniche. E furono tanti questi inni di ringraziamento nelle Cattedrali, nelle Chiese di campagna, dove si univano le voci dei cori dei fedeli agli "urrah" di vittoria dei soldati napoleonici. Si sa che la Chiesa molte volte si è chinata non solo al Massimo Fattor (Dio), ma anche ai potenti fattori delle cose umane. Per rispetto e per dovere di riconoscenza. Ma la Chiesa non si ferma a metà. Così, quando nel giugno del 1815 Napoleone inciampa a Waterloo, e le bandiere francesi cadono nel fango della sconfitta totale e catastrofica, un altro sonoro Te Deum di ringraziamento. Ma questa volta, non a favore di napoleone, ma bensì a fvore delle "Vittoriose armi alleate". E Napoleone sparisce nelle nebbie di una sperduta isoletta dell'Atlantico chiamata S.Elena, dove vive da esiliato e dove il 5 maggio 1821 muore, come muoiono tutti gli uomini. Il nostro Manzoni lo ricorderà con quella famosa ode che comincia così: "Ei fu, siccome immobile…" e che fu gioia e delizia dei nostri sforzi di memoria quando sedevamo sui banchi del ginnasio e del liceo, preparandoci ad affrontare le "vie della vita", chi a destra, chi a sinistra, chi più in qua chi più in là, ma certo non con la fama del grande corso Napoleone Bonaparte.
di Mons. MArio Maracich
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Quasi tutti conoscono la località nei pressi del passaggio a livello come "Fuor di porta". Ed ormai è abbastanza noto anche il perché. Ma forse non tutti l'avevano "vista" prima d'ora, questa zona del paese, com'era prima del disgraziato abbattimento della Porta.
E allora, eccola qui, in un'altra cartolina d'epoca (intitolata col nome vecchio della Statale, cioè "Strada Buschetto Roncioni").
In questa prospettiva, l'osservatore sta dando le spalle al viale della Stazione e guarda verso la curva che immette in paese (sullo sfondo, sovrastata dalla Porta).
Si vede, nonostante il bianco e nero e la scarsa qualità dell'immagine, la via che adesso è asfaltata com'era in origine: sterrata. E ci sono persone che ci camminano tranquillamente in mezzo (una cosa quasi impensabile al giorno d'oggi col traffico che c'è).
Ma soprattutto si vede sullo sfondo la sagoma della Porta, a cavallo della strada, da secoli a protezione del borgo di Ripafratta e dei suoi abitanti. Ancora gli ignari Ripafrattesi non sapevano che fra le tante disgrazie della guerra ci sarebbe stato anche il suo abbattimento, ad opera dei soldati tedeschi in ritirata, che speravano così di intralciare il traffico dei mezzi alleati.