Editoriale
Ripafratta-Farneta: finisce 4-2 il "derby della Rocca"
Festa di Primavera, il programma
La lettera del Comitato ai Ripafrattesi
Intervista al Prof. Domenico Taddei
La Rocca di San Paolino: il materiale e il degrado
Troppi rifiuti lasciati in giro ... Ripafratta non è una pattumiera
Un progetto per Ripafratta
Caso del mese - Il ponte del Serchio
L’avete riconosciuta? Sì, quella in prima pagina è proprio la piazza di Ripafratta, come appariva “qualche” anno fa. Ma anche come potrebbe apparire (salvo il bianco e nero) in occasione della Festa di Primavera, in programma per il 22 e 23 maggio prossimi. Sgombra dalle macchine, un po’ più pulita del solito e piena di gente. Almeno una volta all’anno. Almeno si spera. Della Festa di Primavera parliamo abbondantemente anche questa volta, fornendovi un ulteriore, ancor più dettagliato, orario per le due giornate, alle quali - lo ricordiamo - contribuiremo anche noi di “Voci dalla Rocca”. Sarà un ottimo momento per incontrarci e proporci le vostre idee sul futuro del nostro giornale (che, lo ricordiamo, ha appena superato i quattro anni di vita, ma è ancora in cerca di collaboratori di qualsiasi tipo). Ma a parte l’argomento Festa, questo numero ha anche il piacere di ospitare la seconda parte della lunga intervista che Andrea Bulleri ha condotto per noi con il Prof. Arch. Domenico Taddei, Presidente del Consiglio Scientifico dell’Istituto Italiano dei Castelli e Professore Ordinario alla cattedra di “Progettazione e Composizione Architettonica I e III”all’Università degli Studi di Pisa. E ancora, la presentazione della Mostra sulle migliori Tesi di Laurea riguardanti il riuso delle architetture fortificate (inclusa quella sulla Rocca di S. Paolino) che Ripafratta ospita dal 15 al 23 (nel contesto dei festeggiamenti di maggio). Infine, un interessante articolo dell’arch. Sebastiano Amato riguardante le condizioni attuali di quella che è diventata da un po’ di tempo in qua la protagonista (ed è giusto che sia così) delle nostre discussioni, e cioè la Rocca. Come vedete, ce n’è per tutti i gusti. “Voci dalla Rocca” vi augura una buona lettura e soprattutto un buon divertimento con la Festa di Primavera. A presto.
di FRANCESCO NOFERI
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La bandiera Ripafrattese sventola fra il Tricolore e il vessillo Europeo al campo sportivo di Ripafratta, la “Fossa dei Leoni”; è un altro primo maggio di grande tradizione, la partita “Ripafratta-Farneta”, che come tutti gli anni oppone, in questa storica data, il centro del paese alla sue “periferie”. Inno nazionale e poi il grande organizzatore, Giulio Pardi, dà lettura delle formazioni e quindi il via alla partita. Un “derby”, quello di quest’anno, che si rivela ricco di colpi di scena - alcuni anche abbastanza insoliti, a dir la verità - ma soprattutto carico di agonismo, nonostante si tratti di un’“amichevole”. Il gioco è leale, ma duro. Il Ripafratta, fin dal primo minuto, sembra confermare la sua tradizione di squadra dominante e inanella, uno dopo l’altro, tre goal che però non stendono la formazione del Farneta (che pure sbaglia un rigore concesso dall’arbitro);anzi, la periferia reagisce accorciando le distanze con due reti, delle quali una dal dischetto. Nel secondo tempo, appunto, le sorti si rovesciano. Il Ripafratta accusa la stanchezza e paga il prezzo di aver giocato un primo tempo tutto in attacco, ma riesce comunque ad arrivare al fischio finale con un altro goal nel suo carniere. Il risultato finale è una fotocopia di quello dell’anno scorso: 4-2 per il Ripafratta, che ancora una volta può festeggiare come si deve, all’Asilo, la sua impresa. Impresa che non è riuscita neanche quest’anno invece al Farneta, ancora in attesa di un risultato che renda giustizia alla sua storia, e riprenda il successo del 2002, quando vinse per ben 5 a 2 sull’avversario. Per il prossimo verdetto non c’è che da aspettare il 1 maggio del 2005. Sperando, nel frattempo, nel revival di qualche altra tradizione calcistica, come - perché no - la partita Ripafratta - Molina, che siamo sicuri accenderebbe ancora di più l’animo dei tifosi dei due paesi storicamente rivali.
di FRANCESCO NOFERI
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Ancora una volta, è primavera. Considerazioni meteorologiche a parte, questo per Ripafratta significa: festa.
Da diversi giorni, il paese e le zone limitrofe sono tappezzati di manifesti, volantini, pieghevoli su cui spicca la scritta FESTA DI PRIMAVERA. Si respira già aria di novità, in paese, e dovrebbero essere davvero tante quest’anno. La scorsa edizione, la prima, fu salutata come un grande passo avanti per la vita del paese; l’impronta era quella della Storia, mostra e visite guidate alla Rocca erano il piatto forte. Da quest’anno, le opportunità si moltiplicano. Intanto l’esposizione delle tavole vincitrici del Primo Premio al Concorso Nazionale per le Tesi sulle Architetture Fortificate (inclusa soprattutto la Tesi di Laurea dell’arch. Sebastiano Amato, ormai famosa, sulla Rocca di S. Paolino), presso l’Asilo. Poi, ancora visite guidate, sia alla Rocca che alla Torre di Centino (con partenze ogni ora circa dalle 15 alle 18); centrale è anche la mostra “Fantastico… il fiore”, con la quale il Comitato ha chiamato a raccolta gli spiriti creativi di tutti (non solo dei ripafrattesi). Il tema era: il fiore e la primavera. Ed ognuno l’ha svolto come preferiva, con un disegno, una poesia, con ciò che gli suggeriva la fantasia. I risultati li potete vedere esposti. Ma il programma non finisce qui.
Altro punto centrale, sempre nell’ottica della rivalutazione del territorio con tutti i suoi “sapori” e “suoni”, è il vernacolo. Nel pomeriggio di sabato 22, presso il cortile dell’Asilo, recita di testi proprio in “pisano”. E la sera di domenica, alle 21.00, sempre presso l’Asilo, da non perdere la commedia in vernacolo “La Traviata”, recitata dalla Compagnia teatrale “Il Portone”, veramente divertente e ad ingresso libero.
E sempre nell’ottica della rivalutazione del nostro patrimonio, anche la Chiesa ospiterà dei cartelli “informativi” riguardo alle sue opere più importanti e alla sua storia. E poi, ovviamente, i souvenir, le torte e tutti i contorni vari.
Ripafratta si appresta, per il fine settimana del 22-23, ad animarsi, con una doppia speranza: da una parte l’afflusso di visitatori “esterni” (già lo scorso anno, per la prima edizione, furono più di 300) e dall’altra la partecipazione dei Ripafrattesi (ai quali il Comitato ha inviato in questi giorni una lettera di presentazione della Festa).
Ad aprire le danze sarà, alle 17.00 di sabato, il corteo “storico” degli sbandieratori e delle Dame, che percorrerà un breve tragitto per esibirsi poi nel centro del paese e dare il via alla vera e propria Festa. Riassumiamo, augurando a tutti un buon divertimento e un fine settimana tutto ripafrattese, con questo schema:
SABATO 22 MAGGIO
Ore 10.00 - visite libere (non guidate) alla Rocca
Ore 10.00 - inizio della Mostra sulle architetture fortificate e della mostra “Fantastico… il fiore”
Ore 15.30 - inizio visite guidate alla Rocca e alla Torre di Centino, riapertura pomeridiana delle due Mostre presso l’Asilo.
Ore 17.00 - CORTEO DEGLI SBANDIERATORI
Ore 18.30 - inaugurazione ufficiale, lettura di testi in vernacolo (ingresso libero).
DOMENICA 23 MAGGIO
Ore 10.00 - visite libere (non guidate) alla Rocca, apertura della Mostra sulle architetture fortificate e della Mostra “Fantastico… il fiore” presso l’Asilo.
Ore 15.30 - inizio visite guidate alla Rocca e alla Torre di Centino; riapertura pomeridiana delle due Mostre presso l’Asilo.
Ore 21.00 - Commedia teatrale in vernacolo “La Traviata”, presso l’Asilo (ingresso libero).
di FRANCESCO NOFERI
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AMICHE E AMICI RIPAFRATTESI,
come forse saprete, anche quest’anno il “Comitato per Ripafratta”, con la collaborazione del Comune di San Giuliano Terme, ripropone la “Festa di Primavera”, la cui prima edizione, lo scorso anno, ha riscosso un notevole successo. Al centro di tutto, per le due giornate di SABATO 22 e DOMENICA 23 MAGGIO, ci sarà come al solito il nostro paese, con le sue testimonianze storiche e con il suo territorio. Ad aprire i festeggiamenti sarà il corteo storico per le vie del paese di sabato 22 (alle ore 17). E poi visite guidate (completamente gratuite) sono previste, a cura dell’Istituto Italiano dei Castelli, sia per la Rocca di San Paolino che per la Torre di Centino, in concomitanza con una mostra, che si terrà presso l’ex Asilo Villa Danielli Stefanini, sul recupero e riuso dell’architettura fortificata, nella quale saranno esposte anche le tavole della Tesi di Laurea dell’arch. Sebastiano Amato. Una ulteriore mostra, questa volta tutta giocata sulla fantasia e sulla creatività, si chiamerà “Fantastico… il fiore” ed avrà per protagoniste le vostre creazioni sul tema della primavera. Inoltre, sia per il pomeriggio di sabato che per la sera di domenica, sono previste spassose recite in vernacolo a cura della compagnia teatrale “Il Portone”, con ingresso libero, presso il cortile dell’ex Asilo. Speriamo che questi due giorni di festa servano non solo a riscoprire le bellezze del nostro paese (troppo spesso trascurate o ignorate da chi ci vive quotidianamente), ma anche a farci sentire tutti appartenenti alla stessa comunità. Per questo, il Comitato chiede a tutti voi di aderire alla manifestazione nel modo consueto. Abbellendo, ripulendo, imbandierando (per le bandiere rivolgersi ad uno dei membri del Comitato), “infiorettando” le vostre case, vie, balconi, terrazzi, finestre, nel modo che preferite. Ricordatevi che il successo della “Festa di Primavera” e del nostro paese dipende in maniera determinante anche e soprattutto da voi. Nella speranza che possiate trascorrere un fine settimana tutto “ripafrattese” nel migliore dei modi, vi ringraziamo e vi salutiamo,
IL COMITATO PER RIPAFRATTA
del Comitato
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Materia e progetto II. Il recupero e riuso nell’architettura fortificata.
Seconda parte dell’intervista al Prof. Arch. Domenico Taddei, Presidente del Consiglio Scientifico dell’Istituto Italiano dei Castelli e Professore Ordinario alla cattedra di “Progettazione e Composizione Architettonica I e III”all’Università degli Studi di Pisa – Facoltà di Ingegneria.
A cura di Andrea Bulleri
A.B. – Durante la sua carriera didattica universitaria ha sviluppato un tipo di insegnamento incentrato sulla partecipazione ed il coinvolgimento degli studenti. Insistendo sulla figura dell’architetto, li ha spinti a confrontarsi anche con l’aspetto professionale e ad affrontare temi anche impegnativi, in concorsi di livello nazionale. Spesso lei ha partecipato con loro in prima persona, rapportandosi alla pari con i suoi studenti. Quanto credito ripone oggi nel lavoro di gruppo? E’ ancora importante?
D.T. – Sul problema della collaborazione attiva di un docente rispetto agli studenti, posso sinceramente affermare che ci credo ancora. E’ una cosa che mi hanno insegnato e, quando posso, cerco di svilupparla perché credo che un elemento molto gratificante per uno studente, ma anche per un professore, sia quello di poter partecipare insieme a dei concorsi nazionali o internazionali.
D’altra parte provengo da una formazione universitaria fondata sulla cosiddetta “Scuola Fiorentina”, contraddistinta, agli albori della fondazione della Facoltà di Architettura, dalla nascita di un famoso gruppo (il “Gruppo Toscano” n.d.r.), composto da un Professore, Giovanni Michelucci, e dagli studenti (il giovane, appena laureato, Gamberini, Baroni, Losanna ecc.). Insieme parteciparono nel 1932 al Concorso Nazionale di progettazione per la nuova Stazione ferroviaria di Santa Maria Novella e, al di là della politica, del periodo, ecc., vinsero il Concorso con uno degli esempi più belli di Architettura Razionalista che abbiamo in Italia.
Al di là delle vicissitudini che poi interessarono i diversi componenti del gruppo – litigi, riconciliazioni, nuovi contrasti ecc. – ritengo ancora fondamentale la costruttiva filosofia di collaborazione che costituì la base di quell’esperienza. Un approccio culturale e metodologico allora all’avanguardia che, in seguito, ha condizionato molto la didattica della Facoltà da cui provengo. Credo che un tale approccio sia ancora attuale: ho fatto molti concorsi insieme agli studenti e posso dire che si è sempre rivelata un’esperienza formativa per entrambe le parti.
Devo dire, però, che affinché un gruppo funzioni diventa necessario stabilire delle precise gerarchie. Non necessariamente i componenti di un gruppo operativo sono tutti uguali: ognuno deve avere il proprio ruolo, il proprio lavoro ed ognuno deve fare un certo tipo di esperienza per poter crescere e trarre vantaggio da una possibilità di questo genere. Ho fatto concorsi con giovani architetti, colleghi professori, studenti del terzo anno e del quinto anno ed ognuno ha avuto l’opportunità di maturare e confrontarsi.
Fondamentale in questo caso diventa la stima reciproca e l’affiatamento fra i componenti del gruppo ed anche – direi - i ruoli. Nell’ultimo prestigioso concorso cui ho partecipato, sulla nuova stazione ferroviaria di Bologna, dovevamo assolvere una serie di svariati compiti: disegnare, progettare, portare avanti il plastico … fino a comprare; perché lavoravamo tutti insieme, a turni, sia il giorno che la notte. Tutto funzionava perché c’era una precisa gerarchia stabilita in funzione delle capacità creative ed organizzative dei diversi componenti (e non in funzione di altre questioni).
Se pensiamo di creare un gruppo in cui tutti i membri sono uguali. allora non parliamo più di un gruppo di progettazione; è un’altra cosa che lascio ad altri. Il problema è quello di avere un risultato per cui si lavora tutti insieme - dal Professore all’assistente, al giovane laureato, allo studente ecc., - con molta stima e molta fiducia nell’apporto che ognuno può dare. Bisogna, perciò, entrare nell’ottica di un lavoro collettivo – un po’ come avveniva nelle botteghe rinascimentali – per cui il risultato appartiene a tutti i membri del gruppo, senza rivendicazioni personali o gelosie. Se un gruppo è organizzato secondo una filosofia di questo genere allora il gruppo funziona, altrimenti si tratta solo di un sodalizio mal riuscito, in cui ognuno punta a sfruttare il lavoro dell’altro, come certe volte è successo.
A.B. - Molti paesi europei riescono, attraverso un meccanismo di reperimento di fondi ormai consolidato, ad avere i necessari finanziamenti dalla Comunità Europea per progetti ed interventi accuratamente pianificati. In Italia ciò avviene in maniera sporadica, su scala ridotta, con singole operazioni approntate di volta in volta a seconda della fortificazione e degli enti interessati. In base alla sua esperienza, quale potrebbe essere, a grandi linee, una valida procedura per poter reperire i necessari fondi finanziari per il recupero della Rocca di Ripafratta?
D.T. – Per quanto riguarda il reperimento di fondi, ci sono diversi canali da poter attivare, sia a livello nazionale che europeo. A livello nazionale, grazie a specifiche leggi approvate recentemente, esiste la possibilità di avere un contributo da parte dello Stato, in particolar modo dei beni architettonici ambientali. Si può accedere ai finanziamenti, per il recupero di una fortificazione ad es., ma il discorso è più generale, con un progetto cantierabile ed un parere favorevole sull’ammissibilità. Lo Stato Italiano in questo caso emana dei contributi sia in conto capitale che in conto interessi. Nel primo caso, al di là dell’ammissibilità dei lavori, il finanziamento arriva a coprire il 20-30% dell’importo totale dell’opera; nel secondo, si crea la possibilità di avere dei mutui e delle grosse agevolazioni, con un interesse ventennale ad un indice non superiore al 6%.
Questo per quanto riguarda l’ambito italiano, ma ancora più possibilità si aprono nell’ambito europeo. L’Europa, attraverso dei bandi, dà ogni anno la possibilità di intraprendere interventi di valorizzazione del patrimonio architettonico, ecclesiastico, culturale nell’ambito delle attrezzature civili e via di seguito, comprese le fortezze e le attrezzature museali.
Il problema fondamentale per accedere ai finanziamenti europei, e quindi di poter disporre di contributi ingenti, è quello di riuscire a fare un progetto – progetto in senso lato e non nel senso architettonico - che possa seguire quelli che sono gli iter burocratici che richiede l’Europa. Questo è il nodo fondamentale della questione, perché ancora in Italia i vari Enti - Regioni, Comuni e le varie Sovrintendenze – hanno culturalmente delle difficoltà ad attivare un processo di questo tipo ed ancora non riescono a trovare i giusti meccanismi per chiedere fondi in maniera opportuna. Il più delle volte viene imbastita una pratica incompleta, lacunosa, spedita in Europa e … chi ha avuto, ha avuto…. Invece una pratica, come tutte le pratiche di questo mondo, ha bisogno di essere, prima di tutto, impostata correttamente - con un progetto valido, cantierabile, secondo quella che è la prassi europea – e poi, una volta inviata a Bruxelles, deve essere seguita da nostri rappresentanti. Non dimentichiamoci, infatti, che concorriamo con altre migliaia di progetti di qualità presentati dalle altre nazioni, per cui dobbiamo mettere in campo la nostra creatività, esperienza e competenza.
C’è un dato significativo che mi è stato riferito, probabilmente in Regione: ogni anno lo Stato Italiano, come tutti gli Stati europei, concorre con centinaia di miliardi al finanziamento di progetti di recupero del patrimonio architettonico od, in linea generale, culturale dell’Europa e riesce a recuperarne – come ritorno effettivo di questi capitali – solo il 6-7% rispetto al 50-60% della Francia o della Germania. Cio significa che alla fine, pur avendo noi - in Italia - un patrimonio da valorizzare e da conservare fra i più alti d’Europa, siamo quelli meno capaci di soddisfare l’iter burocratico per la richiesta dei finanziamenti.
Quindi, nel caso di Ripafratta, al di là della fattiva redazione di un progetto - amministrativo, culturale, politico e architettonico – fondamentale diventa saper bene rispondere ai requisiti europei. I fondi ci sono e sono ingenti, ma bisogna che i vari enti preposti si rendano conto dell’importanza di avere dei rappresentanti amministrativi o politici a Bruxelles incaricati di pianificare e risolvere le varie incombenze burocratiche. Diversamente, è come giocare all’Enalotto!
Sono processi che possono sembrare lunghi e complicati ma che, invece, impostati nella giusta maniera, si rivelano efficaci. Mi ricordo ad es. quando la Regione Toscana riuscì a reperire i fondi per intervenire su Scarperia: in quel caso fu deciso di affidare l’intero iter ad una persona capace che andò più volte a Bruxelles. Alla fine, con il denaro che poi si percepisce, l’incaricato del compito viene ripagato, non incontrando una spesa ma, bensì, un guadagno.
A.B. – All’inizio del Cinquecento la rocca di Ripafratta è stata ristrutturata su progetto di Giuliano da Sangallo, architetto attivo nella cosiddetta “Età di transizione”, che segna il passaggio da un tipo di fortificazione medievale ad una bastionata (impiego delle armi da fuoco). Giuliano non costruisce una fortificazione ex-novo ma deve intervenire su un impianto precedente ed adattarlo ad un uso militare diverso. Nel contesto delle operazioni sangallesche, Ripafratta, oltre alla geniale versatilità di trasformazione di un contesto preesistente, presenta altre peculiarità? Caratterizza, in qualche modo, il percorso progettuale del Sangallo?
D.T. – Direi che per gran parte delle architetture che caratterizzano l’epoca di transizione, comprese cioè in un arco temporale che va dalla metà del Quattrocento a metà del Cinquecento inoltrato, parliamo sempre di ristrutturazioni, intese come interventi su una fortificazione preesistente. Raramente troviamo costruzioni nuove (la cittadella di Poggio Imperiale a Poggibonsi) nel periodo di transizione. Proprio perché assistiamo al passaggio fra un certo sistema fortificato ed un altro, del tutto nuovo, ancora da definire per i tecnici del periodo.
Il termine “periodo di transizione”, perciò, identifica questa trasformazione in atto in un momento in cui - tra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento – c’è bisogno di ricostruire. Ciò si traduce, in personaggi come il Sangallo, in una sperimentazione continua anche su uno stesso edificio. A Sansepolcro, ad esempio, vengono costruiti nello stesso periodo quattro bastioni, uno diverso da l’altro. Esisteva un problema di efficienza difensiva, non di coerenza formale, per cui, ma mano a mano che fisicamente veniva costruito il primo bastione a forma di cuore, si valutavano una serie di conseguenze, in positivo e in negativo, ed il progetto mutava. Una continua rivoluzione, quindi, complicata dal fatto che si doveva progettare su una struttura preesistente: la cittadella di Sarzana, forse, è una costruzione nuova ma è fondata comunque sulla vecchia Firmafede, altrimenti parliamo sempre di ristrutturazioni.
In ciò sta probabilmente il carattere straordinario di questo periodo, perché in alcuni esempi è visibile il passaggio tra la precedente tipologia difensiva piombante-ficcante – adatta ad armi tradizionali, frecce, balestre ecc. – ed una concezione bellica basata su un sistema di difesa-offesa con le artiglierie, un sistema completamente stravolgente! Non più una difesa passiva ma prevedere contemporaneamente, per la costruzione edilizia, un utilizzo che permetta di abbinare il mondo della difesa a quello dell’offesa.
Gli esempi anche prestigiosi si sprecano: Nettuno, Civitavecchia, Sarzanello, Castrocaro, Sassocorvaro, San Leo e via di seguito.
Sarà solo alla metà del Cinquecento che, con la Fortezza da Basso a Firenze, sarà inaugurata una costruzione completamente nuova. Cambiano le esigenze strategiche ed il sistema cambia di proporzione: non c’è più bisogno del puntone ma del bastione, non più la muraglia ma la cortina, non più la rocca ma la fortezza, non più la bocca inserita nella gola ma la troniera a cielo aperto nascosta dall’orecchione traditore del bastione, etc. etc.. Nasce l’esigenza di fortificazioni straordinariamente grandi, che richiedono un inserimento ed un rapporto territoriale diverso e perciò sono all’uopo costruite ex-novo, piuttosto che intervenire su fortificazioni precedenti che avrebbero grossi problemi di demolizione e ricostruzione.
Per ciò che riguarda Ripafratta, il discorso sarebbe estremamente lungo ed anche molto complicato per ciò che riguarda un aspetto particolare: riuscire a capire dove inizia la creatività di un personaggio, un architettore come Giuliano da Sangallo, o quella di suo fratello Antonio da Sangallo il Vecchio, o dove finiscano entrambi. Perché, in questo caso, siamo di fronte a due personaggi di alta caratura, hanno bottega insieme, sono molto affiatati e collaborano per molti incarichi insieme ad un vasto gruppo familiare.
Per dirne una, la fortezza di Livorno (1516-’18) è un’architettura progettata da Giuliano – di cui rimane un disegno - e poi costruita da Antonio od è attribuile, come riportano alcuni autori, al solo Antonio? La fortezza di Poggio Imperiale a Poggibonsi, con il riferimento francesconiano alla città ideale, la cittadella a forma d’uomo, è un problema di ricerca formale ed intellettuale riconducibile solo a Giuliano da Sangallo o ad Antonio? Ma le stesse considerazioni valgono per la Cittadella di Pisa o per la fortezza della Verruca che domina su tutta la pianura pisana. Per quest’ultima, poi, i due Sangallo hanno collaborato insieme a Luca del Caprina, Domenico detto ”Il Capitano”, i da Settignano, Baccio Pontelli, La Cecca – mentre per altri interventi lavorano anche con i Da Maiano – si tratta cioè di un gruppo tecnico estremamente qualificato, per cui diventa problematico definire di volta in volta l’apporto personale di ognuno.
Chi è precisamente l’autore della rocca della Verruca? Chi veramente a Ripafratta ha trasformato l’impianto precedente in funzione dell’architettura di transizione o per lo meno dell’uso della artiglierie? E’ un intervento riconducibile solo a Giuliano od anche ad Antonio da Sangallo? Quali erano i loro ambiti operativi?
Giuliano faceva solo il progettista e l’altro la direzione lavori o viceversa? E’ ancora tutto da discutere.
Ciò non toglie che se li consideriamo dei personaggi integrati - forse uno più intellettuale, Giuliano, ma solo perché ha lasciato più testimonianze scritte con il Taccuino senese – possiamo più verosimilmente avvicinarci alla realtà storica.
Dico questo perché il sistema di ingresso a mano destra per entrare nella rocca di Ripafratta - con la prima porta inserita in una rondella, dove sono alloggiate le artiglierie, sia in basso che in alto, di infilata alla porta; ed una seconda porta per entrare di fianco rispetto ad un percorso orizzontale o leggermente inclinato - che si dà come punto di riferimento relativo al modus operandi di Antonio da Sangallo e, in parte, a Giuliano da Sangallo è identico. Cambiano solo i materiali e le proporzioni ma la filosofia del progetto è la stessa, come quella che troviamo nella rocca di Castrocaro. E a Castrocaro - se a Ripafratta abbiamo dei dubbi o dei problemi, se sia intervenuto prima un fratello poi un altro – è documentata la presenza nel 1504 di Antonio da Sangallo il Vecchio, incaricato di provvedere al riassetto delle opere di fortificazione in funzione delle artiglierie.
Allora il discorso è molto semplice. Direi che Ripafratta, nell’ambito della sperimentazione comune che i due architetti compiono durante il periodo di transizione, non è un elemento definitivo: passeranno vent’anni e sarà già una soluzione sorpassata. Verranno inventate e fuse delle armi sempre più micidiali, per cui l’elemento del doppio percorso su rampa leggermente inclinata, con la rondella di distribuzione della doppia, tripla, porta che troviamo a Ripafratta, con una serie di cannonate ben assestate, va giù tutto. Quindi è superato!
Ma questa è una delle caratteristiche straordinarie dell’architettura di transizione: io appronto una soluzione ingegnosa e nel frattempo si sviluppa un sistema nuovo d’artiglieria, per cui devo escogitare un meccanismo diverso, per forma e per funzione e così via, in continuazione. Ma questo è l’ambito della Progettazione Architettonica che richiede di mettere sempre in gioco, con umiltà e sapienza, una straordinaria capacità creativa. Ciò vale ancora oggi.
Ogni grosso personaggio, nell’ambito dell’architettura, solo sperimentando in continuazione – penso ad esempio a Calatrava – provando e riprovando, cerca di raggiungere un determinato risultato, alimentando un processo infinito. L’architettura l’ottimale non esiste! L’architettura va avanti in funzione di quelle che sono le conoscenze o le non conoscenze dell’uomo.
A.B. – Deve essere problematico confrontarsi con edifici storici realizzati da grandi architetti del passato come Giuliano da Sangallo. Quando si trova di fronte a situazioni del genere, per cui è necessario intervenire su una fortificazione e progettare un suo corretto riuso, come procede di solito? Come e su che piano si confronta con il precedente “architettore”?
D.T. – Questa è una domanda un po’ maliziosa… Per ciò che mi riguarda posso dire che non mi pongo il problema se precedentemente sulla stessa architettura ha operato un grande personaggio come può essere, non so, Brunelleschi a Scarperia o Lapo di Cambio, padre di Arnolfo di Cambio (autore di S.Maria del Fiore e di Palazzo Vecchio a Firenze), a Poppi. Anche per Staggia, rimanendo nel campo delle fortificazioni di cui ho conoscenza diretta, probabilmente è ancora intervenuto – lo sappiamo da un documento, datato marzo 1431 e depositato all’Opera del Duomo, che ne cita il sopralluogo - Filippo Brunelleschi.
Mi piace studiare questi grandi architetti, analizzare l’entità del loro contributo storico-architettonico, le innovazioni che apportano, ma poi basta: non mi pongo su un piano di confronto, altrimenti starei fermo. Ciò che posso fare è comprendere la loro opera per cercare di sbagliare il meno possibile, nel caso debba restaurare e recuperare un’architettura di tale importanza.
Prima di intervenire a Staggia, per due anni ho studiato la fortificazione: volevo comprendere come funzionava e capire soprattutto come poter intervenire salvaguardando…. forse una rondella, progettata da Brunelleschi? Non mi interessa in questo campo disquisire su una possibile attribuzione, ma ciò che più conta è l’architettura e la sua salvaguardia. L’intenzione è quella di conservare e tramandare un documento storico, affinché altri studiosi potranno nel tempo ancora valutarne l’importanza ed il contributo storico-architettonico.
Come tecnico competerà a me cercare di valorizzare al massimo l’architettura su cui dovrò operare, limitare ogni modifica allo stretto necessario e riportarla, non al suo antico splendore - che, secondo me, è una sciocchezza - ma conservarla per lo meno per le prossime tre generazioni.
A.B. – Il suo è un campo di lavoro specialistico che, al di là della necessaria conoscenza di base, presuppone una grande passione ed un desiderio continuo di confrontarsi e “reinventarsi”. Cosa consiglierebbe ad un giovane appassionato che volesse intraprendere questo tipo di professione?
D.T. – Non mi sento di dare consigli più di tanto, ritengo però che di partenza sia necessaria una giusta umiltà nell’affrontare il problema. Umiltà e soprattutto calma - e lo dice una persona come me, più o meno logorroica e passionale, che ancora si entusiasma e non ha mia smesso di studiare questo tipo di architetture.
Specialmente per esempi di architettura fortificata, ma anche per edifici di architettura non fortificata, l’aspetto conoscitivo è fondamentale e richiede grande impegno: non solo, quindi, un tipo di ricerca storico iconografica, o documentaria, ma un’apertura mentale a tutto campo, multidisciplinare, senza preconcetti e con la forte intenzione di voler conoscere. E allora occorre tempo, ci devi stare sopra, capire, fare una serie di saggi, entrare dentro il problema dell’edificio, appassionarti a quello specifico tema. Non stai lavorando ad un edificio medio, stai lavorando per quell’edificio.
Allora ad un giovane interessato a questo ambito architettonico direi: ‘All’inizio non occupartene!’, perché ci vuole tempo.
Devo confessare che un lavoro così delicato ed impegnativo come il restauro della rocca di Staggia non avrei potuto farlo appena laureato, perché richiede una sensibilità ed un’esperienza che si acquisisce progressivamente. Adesso, che ho raggiunto un certo grado di maturazione, ho forse la possibilità di sbagliare meno possibile, proprio perché ho un certo tipo di esperienza.
Ad un giovane che ottenga un incarico di questo genere – buon per lui, mi fa molto piacere – consiglio perciò di cercare l’appoggio di un professionista che abbia già compiuto delle esperienze in questo campo, così da poter entrare in questo tipo di architettura con i tempi giusti. Alimentando uno scambio vicendevole di contributi, diventa così possibile, con calma, fare un certo tipo di esperienza, verificare un determinato approccio progettuale, tale da salvaguardare comunque l’edificio ecc..
Collaborare, quindi, e con umiltà e pazienza colloquiare con la Sovrintendenza, con l’Ufficio Tecnico Comunale, scambiare opinioni con i colleghi, in maniera da avere più informazione possibile, scegliere le maestranze… io rinuncio a certi incarichi anche prestigiosi se non ho la possibilità di lavorare con le giuste maestranze. Quando vado in cantiere, al di là di dare del lei agli operai, se mi chiedono spiegazioni mi soffermo con loro volentieri: perché spiegare anche al muratore quello che stiamo facendo vuol dire chiarire ed anche per me verificare un certo tipo di operazioni; vuol dire avviare un vicendevole scambio di pareri ed esperienza, crescere nel senso più positivo del termine.
E’ uno degli aspetti fondamentali della formazione professionale: puoi studiare sui libri quanto ti pare, ma solo attraverso l’esperienza diretta puoi comprendere le problematiche reali di un cantiere complesso come quello di restauro.
Certe volte ironizziamo su prestigiosi maestri dell’architettura, come Sharoun o Gaudì, che vivevano stabilmente all’interno del cantiere, ma con i fatti hanno dimostrato che avevano ragione loro.
Nel mio piccolo, mi diverte molto - a volte - andare la domenica in cantiere: non ci sono gli operai, posso osservare con calma i lavori, trarre le mie considerazioni e poter fare una serie di domande il giorno dopo.
In conclusione, secondo me è fondamentale appassionarsi a quello che si sta facendo, poi si può anche sbagliare, ma l’importante è attivarsi per limitare al minimo il margine di errore.
di ANDREA BULLERI
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Le condizioni in cui versa la rocca sono note a tutti, specialmente ai Ripafrattesi che, nel corso degli anni, hanno avuto modo di constatare di persona il lento ma progressivo degrado della struttura. Dico questo con cognizione di causa, in quanto durante gli studi effettuati sulla Rocca ho avuto la possibilità di occuparmi approfonditamente sulla natura dei materiali e sui processi di degrado. Vorrei precisare però che l’intervento più urgente cui la rocca necessita in questo momento, è il consolidamento strutturale. Come dissi in occasione dell’intervista rilasciata per “Voci dalla Rocca”(numero di ottobre 2003), per procedere con il consolidamento strutturale, l’analisi diagnostica andrebbe approfondita. Infatti per alcune lesioni presenti, sembra che sia in atto un movimento di cui è difficile stabilire sia la natura, sia l’entità. Vistose fratture sono presenti nella zona nord, in particolare su lato adiacente il barbacane e sulle pareti ovest e sud della rocca. Per avere un quadro più preciso della situazione, sarebbe necessario monitorare per un certo periodo la fortificazione attraverso estensimetri e registratori di movimento, indagini necessarie a stabilire i movimenti e i cedimenti della rocca altrimenti difficilmente visibili ad occhio nudo. Solo dopo aver effettuato questi ulteriori studi e attuato l’adeguato consolidamento strutturale, si potrebbe passare al recupero e restauro. Innanzitutto però dovrebbe essere preliminarmente eliminata la vegetazione infestante che, a causa ormai dell’abbandono e dell’incuria della Rocca, ha coperto buona parte della struttura. Quest’immagine oggi così pittoresca non coincide con l’utilizzo storico e strategico, ciò vale anche per il terreno circostante che un tempo si presentava come una ‘terra bruciata’ in quanto l’obbiettivo era la difesa e quindi la possibilità, attraverso le diverse torri di avvistamento dislocate sul territorio, di avere una buona visuale per non essere attaccati e sconfitti dal ’nemico’. Oltre che alla sopra citata vegetazione infestante, nella rocca di Ripafratta ci sono anche altre forme di degrado derivanti soprattutto dall’eccesso di umidità e da infiltrazioni d’acqua dovute alla mancanza di un’adeguata raccolta delle acque piovane e da un effetto negativo dei terrapieni che come ’spugne’ assorbono umidità dal terreno circostante. Ciò spiega la evidente presenza di numerose macchie nere, croste, alterazioni cromatiche e sali più comunemente conosciuti come muffe. Le zone più esposte a questo tipo di degrado e oserei dire ormai con urgente bisogno di recupero, sono ovviamente i sotterranei e la parte interna del barbacane in quanto locali a contatto con la terra o addirittura sotto. I materiali impiegati nella rocca, sono principalmente quattro: pietra calcarea, laterizio, tufo marino e panchina livornese. I conci di calcare grigio più o meno allungati, sono ricavati dallo sfaldamento dei corsi naturali di affioramenti geologici. Una volta recuperato il materiale, i conci venivano lavorati con diversi attrezzi e portati ad uno stato di finitura che cambiava a seconda della destinazione d’uso. Nel caso di Ripafratta, i conci sono stati lasciati piuttosto grezzi; squadrati a mazzetta e spianati a bocciarda nella faccia-vista, sono stati disposti in filari piuttosto regolari alti dai venti ai quaranta centimetri e murati tra di loro con malta. La bocciarda e la mazzetta usati per la lavorazione della pietra, sono solo due dei numerosi strumenti da percussione a manico (simili al mazzuolo), che lasciano particolari ‘segni’ sulla pietra in base alla diversa natura delle loro teste dentate. Alcuni stipiti di porte e finestre, specialmente architravi e archivolti, presentano conci più grossi perfettamente squadrati di panchina livornese, marmo di S. Giuliano e tufo marino, assai simile a quello usato nelle mura comunali di Pisa (1155-1162). A tal proposito ricordo che uno degli elementi caratteristici di Ripafratta, era la vicinanza del Serchio. Il fiume, assieme ai Monti Pisani, oltre che a garantire la difesa, assicurava un assoluto controllo sul territorio e permetteva al borgo e alla sua rocca di avere a propria disposizione una grande via di comunicazione per un continuo e costante scambio di merce e materie prime fondamentali per lo sviluppo economico. Inoltre i materiali estratti dalle vicine cave, attraverso il trasporto fluviale, potevano essere trasportati con facilità su tutto il territorio pisano ed in particolare a Ripafratta. I mattoni, disposti maggiormente per lato, sono collegati con giunti di malta e spatolati. Sono utilizzati sia in parametri murari esclusivi, sia in combinazione con conci di pietra. Nelle murature della casamatta e del barbacane, i conci di pietra sono allineati in una o due file quasi regolari, ma anche in maniera disordinata magari assieme con una o più file di mattoni di diverse misure. Ricordo che tutta l’area del barbacane è stata costruita successivamente, rispetto all’impianto medievale, su progetto del Sangallo. Con una meticolosa ed attenta analisi visiva è possibile notare che in alcune zone gli apparati murari riportano parti di mattoni, embrici e mezzane del periodo medievale recuperati sicuramente dagli alloggi all’interno della rocca. Desidero concludere spiegando in maniera molto sintetica il significato tecnico di barbacane e casamatta, termini usati nella ’nomenclatura’ dell’ architettura militare. Con il termine barbacane si indica quelle costruzioni di solito esterne alle mura che, oltre a rinforzare la fortificazione principale, sono a guardia di un ingresso. Nel caso di Ripafratta dopo aver superato il barbacane, si accede a quel lungo corridoio detto a ‘mano destra’, che porta all’ interno della rocca. Forse pochi sanno che detta denominazione deriva dal fatto che il nemico, tenendo la spada nella mano destra e lo scudo nella sinistra, obbligato a percorrere il percorso appunto sulla destra, rimaneva scoperto a qualsiasi attacco dall’ alto delle mura. Per quanto riguarda il termine casamatta, esso indica un luogo difensivo coperto, chiuso, ove all’ interno vi sono una o più cannoniere per il tiro delle artiglierie. Ci sono diversi tipi di casematta, ognuna con una sua particolare geometria. Quella che troviamo nella rocca, è coperta con volta in laterizio ed è divisa in tre cannoniere alla cui estremità si trovano le feritoie. Al di sopra della volta, nel piano superiore si trovano quattro merloni. Sempre nella volta della casamatta, è possibile notare il ‘camino di volata’, un foro che attraversa il massiccio solaio. Questo serviva per la dispersione dei fumi, i quali potevano diventare dannosi per i soldati che operavano al suo interno. Anche se sintetico, spero di aver fornito un chiaro quadro generale sui materiali e le cause che hanno portato, e che purtroppo continuano a portare la struttura, ad uno stato di assoluto degrado fisico. La speranza è di poter assistere quanto prima ad un imminente recupero e restauro che ridoni a Ripafratta e alla sua rocca, importanza e splendore come durante il lungo e fiorente, periodo medievale.
di SEBASTIANO AMATO
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Le polemiche di disagio iniziale, come previsto, si sono spente assai presto ma questo (purtroppo) non ha significatola fine dei problemi legati a questo tema. Infatti se vi capita di passare per le vie di Farneta, in prossimità del lavatoio potrete vedere, al suo interno e nelle zone circostanti, numerosi sacchetti di spazzatura aperti e chiusi. Ma non è l’unico luogo in cui si possono “apprezzare” questi tipi di souvenirs abbandonati: se percorriamo il viottolo che conduce alla stazione ci imbattiamo in sacchetti, bottiglie di ogni tipo nel fosso, spazzatura lungo il percorso. Questo fenomeno, apparentemente senza motivo, è presente anche nei pressi delle campane della raccolta differenziata, vicino al cimitero, e nei sentieri che conducono ai boschi. Questi atti vandalici contribuiscono a degradare l’ambiente paesano (di cui spesso ci lamentiamo) e minacciano , benché forse non ci se ne renda immediatamente conto, l’igiene pubblica. Inoltre, come già sottolineato nello scorso articolo riguardante l’argomento, tale comportamento, a lungo andare, porterà alla proliferazione di animali (insetti, ratti…) che attirati dalla presenza dei rifiuti cercheranno in essi cibo. È inutile manifestare entusiasmo nel partecipare a campagne di raccolta differenziata che ci aiuti a ridurre il carico d’inquinamento nell’ambiente se poi siamo i primi a inquinarlo abbandonando a cielo aperto rifiuti non biodegradabili. Come sarà brutto andare in giro per i boschi e trovarci immersi, invece che in prati colmi di fiori in viottoli ostruiti da scatole di detersivo, bottiglie, siringhe e quant’altro! Pensiamo alle prossime piogge che, invece di essere raccolte nel fossetto ai lati del viottolo che conduce alla stazione, invaderanno il passaggio perché al posto dell’acqua il letto ospita qualche altra cosa… non potremmo più lamentarci di tutto questo. E poi come possiamo mettere a repentaglio la salute (perché anche di questa si tratta) degli abitanti delle “case nuove”? che rispetto dimostriamo nei loro confronti? È un problema che riguarda tutti, l’ha ben capito Giulio Pardi (il nostro Rocco) che alla scorsa edizione del derby Ripafratta-Farneta è incappato in questi “ricordini” durante la pulizia del poggio dell’autostrada vecchia, quello di lato al campo sportivo (che, ricordiamo, è uno dei punti “caldi”). Proprio durante la suddetta manifestazione, Giulio ha voluto ricordare questo suo incontro ravvicinato. Subito dopo la presentazione delle due formazioni ha sottolineato l’increscioso fatto e ha voluto precisare che i sacchetti (sempre presenti nel luogo del loro abbandono) li ha volutamente lasciati dov’erano per mostrare a tutti la realtà delle cose, speriamo ci serva come monito futuro. Noi ci uniamo al suo appello per un maggiore rispetto.
di ANGELICA PARDI
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Ogni monumento architettonico è, come dice la parola stessa, una testimonianza – piccola o grande, importante o modesta, ma comunque sempre significativa – dei tempi trascorsi e della loro storia.” (F. Conti).
Seguendo il filo sottile di un tema – il Recupero ed il riuso dell’architettura fortificata – che “Voci dalla Rocca” sta proponendo in questi ultimi numeri all’attenzione dei suoi lettori (Vedi: “Materia e progetto” I e II), mi è sembrato doveroso ricordare, nella breve citazione iniziale, come fondamento di ogni intervento sia la salvaguardia del carattere di testimonianza, insito in ogni preesistenza storica. Una testimonianza non solo simbolica ed evocativa ma dal prorompente carattere fisico – fatta di pietre, calce ed ambiente - che richiede di essere affrontata in modo critico, sviluppando un’analisi storico-conoscitiva qualitativa, essenziale per comprendere ma, soprattutto, per tutelare il bene. Affinché quest’ultimo possa essere trasmesso alle generazioni future, diventa oggi indispensabile indagare sulle modalità e le potenzialità di reinserimento della testimonianza nel ciclo attivo, ed oserei dire produttivo, della società contemporanea.
Lavorare sul progetto si prefigura, in questo caso, come un compito assai delicato ma comunque imprescindibile: ecco perché appare fondamentale diffondere la cultura del progetto per il recupero delle nostre testimonianze storiche anche fra le generazioni più giovani, partendo dall’ambito universitario.
Cosciente di tutto ciò, l’Istituto Italiano dei Castelli si è fatto promotore, in collaborazione con l’Università di Pisa, Facoltà di Ingegneria (Dipartimento di Ingegneria civile - Architettura e urbanistica), di una mostra a carattere itinerante – che Ripafratta avrà l’onore di ospitare dal 15 al 23 Maggio - sui migliori progetti presentati in occasione del “VI Concorso Nazionale per premi a tesi di Laurea riservate al riuso e alla riqualificazione dell’Architettura Fortificata Italiana (2003)”.
Nato recentemente, il premio è ormai diventato un’istituzione dato l’alto valore scientifico e culturale delle proposte presentate. Con ben quarantadue Tesi di Laurea presentate anche quest’anno continua, infatti, a proporsi come un’attendibile osservatorio, a livello nazionale, sui progressi scientifici di questo particolare ambito del riuso architettonico.
Non deve, perciò, sorprendere la significativa presenza di laureandi provenienti dalle più prestigiose Facoltà di Architettura, Ingegneria, Lettere e Filosofia di tutta Italia (Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli, Palermo ecc.), impegnati in un tema di non sempre facile comprensione e, troppo spesso, demandato a studi eccessivamente specialistici.
Notevole appare l’impegno scientifico e didattico profuso in questi lavori che ampliano il campo d’indagine al di là dei consueti ambiti disciplinari (l’analisi storico-architettonica, il rilievo, il restauro, la proposta progettuale ecc.), secondo una visione globale, che si estende fino alla configurazione di concrete proposte d’intervento.
L’edizione di quest’anno propone, inoltre, un altro motivo d’interesse, in quanto alcuni fra i progetti premiati hanno ad oggetto il recupero di importanti architetture pisane. Superfluo credo sia ricordare la Tesi vincitrice, presentata dall’Arch. Sebastiano Amato, intitolata “Analisi conoscitiva e valorizzazione degli spazi interni ed esterni della rocca di San Paolino a Ripafratta (PI) ” - relatore Prof. Arch. Domenico Taddei (Università degli Studi di Firenze - Facoltà di Architettura).
Notevole la maturità della proposta progettuale presentata, che trova fondamento in un’analisi preliminare esaustiva e corretta, impostata poi con una chiarezza metodologica inconsueta per un giovane progettista.
Il processo conoscitivo ha inizio dal luogo e dalle caratteristiche architettoniche della fortificazione, per poi snodarsi coerentemente dalla grande scala (rispettosa dei rapporti segnaletici e territoriali relativi al più ampio sistema fortificato pisano di confine), alla scala più piccola dell’intervento (arrivando a definire compiutamente anche i particolari costruttivi), senza cadute di tensione durante tutto il processo.
Indagato scrupolosamente lo stato di fatto, in un accurato rilievo architettonico che ha permesso di evidenziare materiali, condizioni di degrado e vicende costruttive dell’edificio, è nella scala intermedia che tale esperienza trova la sua definizione più convincente.
Nella sua genesi, infatti, il progetto di recupero funzionale non solo si salda a tutta una serie di vocazionalità territoriali, emerse nell’analisi precedente e creativamente fuse in un masterplan ambientale, ma fa proprie soprattutto le peculiarità geometriche - dimensionali della fortificazione, studiata nei moduli che sottintendono alla sua concezione progettuale, accordando il nuovo, reversibile e leggero, con l’esistente.
Studi sull’architettura fortificata pisana informano anche la Tesi meritevole del Quarto premio, “Le fortificazioni pisane del “castello” di Cagliari”. Conoscenza e progetto di conservazione e valorizzazione”, presentata dagli architetti Manuela Mattana e Gabriele Schirru, relatore Prof. Arch. Stefano F.Musso (Università di Genova – Facoltà di Architettura).
Nel quadro generale delle valide proposte presentate, fa piacere notare come sia stata riconosciuta la competenza e la validità della linea di ricerca intrapresa, da tempo, anche dall’ateneo pisano, che ha con merito classificato al Terzo posto la tesi “Il recupero di Forte Cavour nell’ottica del riuso sostenibile dell’Isola Palmaria”, presentata dall’Ing. Provvedi Michele, relatori Prof. Ing. Massimo Dringoli e Roberto Pierini (Università di Pisa – Facoltà di Ingegneria).
Al di là di queste brevi e parziali indicazioni rimane, però, fondamentale il contributo globale che può fornire una tale esposizione, per l’attenzione scientifica e le diverse metodologie di lavoro applicate in fortificazioni fortemente diversificate dal punto di vista storico, tipologico ecc.
Non possiamo, quindi, che esprimere soddisfazione per quest’iniziativa, cui auspichiamo un ampio successo di pubblico.
di ANDREA BULLERI
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Purtroppo anche questo mese dobbiamo lamentarci di qualcosa che non va…Come già vi sarete accorti, soprattutto coloro che hanno spesso occasione di recarsi a Nozzano, Filettole, Avane o qualsiasi altra zona situata al di la del ponte del Serchio, manca all’appello una delle ringhiere del ponte stesso. Le suddette ringhiere peraltro, non godevano di quello che comunemente chiamiamo ottimo stato, ed erano lungi dall’averlo almeno buono… infatti già da anni le piogge, l’umidità del loro stesso ambiente e numerosi altri fattori le avevano rese molto più che rugginose… per questo non dovrebbe meravigliare affatto che una di loro se ne sia andata, anzi! Colgo inoltre l’occasione per portare l’attenzione anche sulla ringhiera dell’Ozzeri, che non si trova certo in situazione migliore rispetto alla sua vicina. Adesso però ci sarà da vedere quanto tempo questa situazione rimarrà invariata, a giudicare comunque dai numerosi esempi che il nostro paese ospita (marciapiede della stazione, lavatoio, muretti crollati…) sarà una lunga attesa.
di ANGELICA PARDI